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Le difficoltà di imparare tra ricerca e azione didattica

Una premessa doverosa

Da almeno un paio di decenni, se non di più, la nostra scuola dell’obbligo si china con attenzione su alcuni disturbi dell’apprendimento allo scopo di saperli riconoscere e proporre delle soluzione didattiche per tentare di affrontarli positivamente: penso, in particolare, a disturbi di origine neurobiologica, quali la dislessia o la discalculia.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento – noti in italiano con l’acronimo DSA – sono naturalmente molti e, per certi versi, le loro definizioni dipendono anche da tradizioni culturali e accademiche dei contesti scolastici nazionali e/o dalle aeree linguistiche; in tal senso la definizione generica di DSA può variare più o meno sostanzialmente da un paese all’altro. A questo proposito è curioso dare un’occhiata alle definizioni che ne dà Wikipedia nelle molteplici versioni: Disturbi specifici di apprendimento (DSA), Learning disability, Trouble d’apprentissage, Lernbehinderung, …

Al di là, tuttavia, delle definizioni, delle cause, delle ricerche, degli studi e dei riconoscimenti giuridici, è fondamentale il fatto che si tratta assai spesso di problemi di apprendimento che possono manifestarsi sin dall’età più tenera: così la scuola si accorgerà della difficoltà, senza necessariamente saperla riconoscere e, di conseguenza, trovandosi nell’imbarazzante situazione di non sapere quali strategie adottare per aiutare l’allievo a superarla – considerando pure che molti DSA si svelano proprio nell’ambito della lettura, della scrittura o dell’aritmetica, ciò che fa scattare, in un gran numero di casi, i malefici meccanismi dell’insuccesso scolastico.

Fatta questa premessa molto generica, segnalo un articolo molto interessante apparso sull’ultimo numero della rivista Scuola Ticinese, periodico della Divisione della scuola del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport: Le difficoltà di lettura: limiti o soglie calpestabili?, di cui sono autori Sara Giulivi, docente-ricercatore presso il Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI (DFA), Claudia Cappa, ricercatrice presso l’Istituto di Fisiologia Clinica (CNR) di Pisa, e Marcello Ferro, ricercatore presso l’Istituto di Linguistica Computazionale (CNR) di Pisa.

Un dato allarmante

Gli autori partono da una constatazione: I risultati dell’ultima indagine internazionale OCSE-PISA sulle abilità di lettura e comprensione del testo restituiscono un quadro complessivamente allarmante, da cui la Svizzera, di fatto, non si discosta. Le prestazioni degli allievi ticinesi si collocano al di sopra della media nazionale; tuttavia il 17% dei ragazzi di 15 anni si colloca al di sotto del cosiddetto Livello 2 della scala OCSE-PISA, che corrisponde alle competenze di base considerate indispensabili per affrontare la vita di tutti i giorni e conseguentemente per garantire una partecipazione attiva nella società e future opportunità accademiche e professionali. Evidentemente è necessario agire in fretta, e a partire dalle fasi precedenti della scolarizzazione.

Per poi chiedersi: Da dove derivano le difficoltà che gli adolescenti incontrano quando si avvicinano a un testo scritto? Cosa si frappone, in maniera così significativa, al loro accesso al testo, alle loro possibilità di coglierne gli scopi, interpretarne i significati, metterne i contenuti in relazione con le conoscenze che già possiedono sul mondo?

Un protocollo formativo

I ricercatori hanno così messo a punto uno strumento per una valutazione ‘ecologica’ delle abilità di lettura e comprensione del testo che ha un triplice obiettivo:

  • attuare una valutazione accurata delle abilità di lettura del bambino;
  • comprendere se può contare oppure no su una lettura efficiente;
  • in caso di difficoltà, progettare un sostegno mirato.

Il protocollo di valutazione, che è stato messo a punto e testato anche grazie alla partecipazione di alcune scuole elementari e medie nella Svizzera italiana e in Italia, permette di raccogliere abbastanza facilmente una grande quantità di dati da parte degli stessi insegnanti, attraverso una piattaforma informatica, offerta per la prima volta in italiano. I test che compongono il protocollo – sottolineano i ricercatori – sono da svolgere su tablet e valutano la decodifica, la comprensione del testo in lettura silente, la comprensione del testo tramite ascolto.

Siamo, a pieno titolo, dentro una delle scelte pedagogiche fondamentali per una scuola dell’obbligo coerente con le proprie finalità: dapprima una valutazione delle abilità (in questo caso di lettura), poi la differenziazione dell’insegnamento, per poter aiutare ogni alunno ad affrontare il percorso che porta ad essere un lettore adeguato.

Scrivono i ricercatori nella conclusione che Oltre alle difficoltà, lo strumento consente di mettere in evidenza anche le prestazioni eccellenti, grazie alla struttura dei test e alle caratteristiche dei testi e delle domande che li accompagnano. Capire a fondo come ‘funzionano’ gli allievi è indispensabile per poterli sostenere al meglio negli apprendimenti. Gli insegnanti hanno in questo senso una grande responsabilità. Uno strumento come quello che è stato elaborato può aiutarli in quella che forse è la loro principale sfida quotidiana: fare in modo che le difficoltà scolastiche non siano vissute come ‘limiti’ (all’apprendimento, al successo scolastico, alle opportunità professionali, alla realizzazione personale), ma come soglie da spostare sempre in avanti o da trasformare in trampolini di lancio.

Nondimeno, una conclusione importante della ricerca appare già nella parte introduttiva dell’articolo. Scrivono gli autori che i docenti sono sempre più sensibili, informati e aggiornati sul tema delle difficoltà e dei disturbi della lettura. Ciò che ancora sfugge – proseguono – è l’estrema eterogeneità dei profili dei “piccoli lettori”, e la reale natura delle difficoltà che possono manifestarsi in età scolare. Consideriamo, per esempio, una delle cause di tali difficoltà: la dislessia, il disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) che impedisce l’automatizzazione della decodifica del testo scritto. Si tratta di un disturbo di origine neurobiologica; ciò non significa, tuttavia, che si manifesti in modi sempre uguali o costanti nel tempo.

Dalla ricerca alla pratica

È soprattutto con l’istituzione dell’Alta Scuola Pedagogica (ASP, 2002) e il successivo passaggio dell’ASP alla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (SUPSI), con l’acronimo DFA (Dipartimento Formazione e Apprendimento, 2009), che il ruolo della ricerca in educazione si è imposto come ambito di formazione degli insegnanti della scuola dell’infanzia, elementare e media: difficile dire con quali risultati concreti, anche solo tenendo conto della grande e mutevole complessità di ogni sistema scolastico.

Nel caso specifico della ricerca, riassunta nell’articolo di Scuola Ticinese, siamo di fronte a uno strumento che è serve ai ricercatori per rilevare e mettere in relazione le tante variabili che differenziano le cinque grandi tipologie di lettori:

Nel contempo il medesimo strumento può diventare un utile strumento per gli insegnanti, perché fornisce un quadro complessivo che dovrebbe guidare l’organizzazione dell’insegnamento, affinché ogni allievo prosegua il suo percorso di apprendimento mirando al traguardo più alto, quello caratterizzato dall’ottima comprensione del testo e dall’ottima velocità di lettura.

In mezzo c’è tutto il resto, vale a dire, per prima cosa, la determinazione degli elementi che intralciano l’apprendimento. Del resto gli stessi ricercatori ci mettono in guardia.

Ogni dislessia […] è diversa da ogni altra e ogni dislessia evolve nel tempo insieme all’allievo. […] I DSA possono cambiare per una molteplicità di fattori, che spaziano dalle caratteristiche cognitive ed emotive del singolo, a quelle dei contesti in cui vive, agisce, apprende: la scuola, la famiglia, gli spazi di svago e socializzazione. Riuscire a gestire a scuola questo genere di complessità significa creare le condizioni per trasformare potenziali barriere in trampolini di lancio; significa permettere a tutti gli allievi, anche a coloro che devono fare i conti con un disturbo o una difficoltà di lettura, di trarre il massimo dal luogo primariamente preposto agli apprendimenti e all’educazione. [Il grassetto è mio].

Siamo quindi confrontati con una prima necessità per colmare il divario tra la teoria e la pratica: l’insegnante dovrà essere in grado di leggere i risultati per declinarli dal punto di vista dell’insegnamento e dell’eventuale efficacia che si riscontra nell’apprendimento, affinché il protocollo, che è stato messo a punto e fornito su una piattaforma “tecnicamente” facile da usare (cioè il tablet), serva a stabilire quali siano le competenze didattiche a disposizione e/o a indicare la necessità di coinvolgere altri specialisti (lo psicologo, il logopedista, il pediatra, il docente di sostegno pedagogico…). C’è quindi una prima necessità, che tocca in particolare la didattica, per affrontare adeguatamente una difficoltà o per ampliare una capacità.

Non si può dare per scontato che lo strumento per la valutazione ‘ecologica’ delle abilità di lettura e comprensione del testo messo a punto dai tre ricercatori passi dal livello scientifico a quello didattico e pedagogico come un semplice automatismo. Un conto, per fare un esempio, è registrare l’incapacità dell’allievo di rintracciare il significato generale del testo o di individuare relazioni temporali (ho pescato un po’ a caso due capacità/incapacità tra la decina elencata nell’articolo); un altro conto è sapere come intervenire con gli strumenti della didattica di fronte al risultato dell’applicazione de protocollo. Se non si agisce puntualmente per annullare il divario tra l’impianto teorico (che precede per forza di cose la messa a punta del protocollo) e l’uso pratico dei suoi risultati, si rischia che quest’ultimi si trasformino da informazioni per programmare la migliore azione educativa in sterile lista delle incapacità: ciò di cui, sul piano della selezione scolastica, non si sente proprio il bisogno.

Ma c’è un secondo elemento fondamentale, di natura più pedagogica, che si potrebbe definire come la capacità concreta di organizzare il lavoro in classe attraverso la differenziazione dell’insegnamento.

È in questo contesto che si colloca la formazione di base e continua degli insegnanti della scuola dell’obbligo. Il maestro della scuola primaria e il professore della scuola media non possono diventare degli specialisti di ogni singolo Disturbo Specifico dell’Apprendimento – e in questa accezione gli apprendimenti coinvolgono tutte le discipline. Come ha affermato Jean Piaget l’insegnamento è arte altrettanto quanto scienza; gli insegnanti sono dunque i professionisti dell’insegnamento, un po’ artisti e un po’ artigiani, che conoscono bene ciò che insegnano, ma che sono soprattutto capaci – per citare nuovamente i nostri ricercatori – di fare in modo che le difficoltà scolastiche non siano vissute come ‘limiti’ (all’apprendimento, al successo scolastico, alle opportunità professionali, alla realizzazione personale), ma come soglie da spostare sempre in avanti o da trasformare in trampolini di lancio.

Il nodo gordiano della formazione degli insegnanti è proprio nella capacità di trasformare i limiti in soglie da spostare sempre più in là; in altre parole si tratta di capire perché, eticamente e istituzionalmente, sia importante differenziare l’insegnamento, come e con quali strumenti.

Un’immagine, da un’ottica inconsueta, della sede del Dipartimento Formazione e Apprendimento (DFA) della SUPSI. È dal 1878 che questo luogo è il principale istituto di formazione dei docenti in Ticino. Nei secoli – se ne hanno tracce già nel 1316 – l’ex convento di San Francesco ha ospitato il governo cantonale, il ginnasio, la scuola magistrale seminariale e la post-liceale, l’Alta Scuola Pedagogica e, appunto, il DFA.

SARA GIULIVI, CLAUDIA CAPPA, MARCELLO FERRO, «Le difficoltà di lettura: limiti o soglie calpestabili?», in Scuola Ticinese, Periodico della Divisione della scuola Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport, N° 339: Anno L, Serie IV, 1/2021, pp. 31-37

Saluti dal 2020, auguri per il 2021

È stato l’anno di Gianni Rodari – era nato cento anni fa, aveva vinto il premio «Andersen» nel 1970 ed era morto nel 1980. Ma il 2020 lo ricorderemo per la pandemia.

L’anno nuovo (Gianni Rodari, 1960).

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

L’augurio finale ci sta tutto, oggi come sessant’anni fa; anche perché in questo indimenticabile 2020, SARS-CoV-2 non ha fatto proprio tutto da solo, molti uomini ci hanno messo del loro per farlo così, e non hanno ancora smesso, tra mezze aperture e mezze chiusure, negazionisti, integralisti e attesa del miracoloso vaccino, che non ha nulla di miracoloso, né di istantaneo.

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È un augurio, quello di Rodari, che assomiglia alle parole che lo scrittore Andrea Fazioli ha lasciato sull’ultimo numero di EXTRA Sette, il settimanale allegato al Corriere del Ticino ogni venerdì.

Il mio proposito per il 2021 è impegnativo: ho deciso di non formulare propositi per l’anno nuovo. Proverò a essere attento alle persone, alle cose che mi circondano, e spero di riuscire a improvvisare sugli accordi che il 2021 mi suonerà. Dal momento che non so quali accordi saranno, non voglio decidere in anticipo la melodia. Mi lascerò sorprendere. In fondo, che cosa sarebbe la vita senza sorprese?

Saggia proposta, sarà come gli uomini lo faranno, nelle condizioni in cui si troveranno a decidere cosa fare.

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Le prime restrizioni, nel cantone Ticino, erano cominciate il 9 marzo. Da lì in poi abbiamo visto e sentito di tutto. Indimenticabile sarà l’invito agli anziani – cioè a chi superava i 65 anni – ad andarsene in letargo per un po’ (e per il loro bene, ovvio) e a stare alla larga dai negozi. Da allora si è sentito di tutto.

Ancora recentemente si è consigliato agli anziani di andare per negozi nelle prime ore dell’apertura mattutina – e diversi supermercati hanno anticipato i loro orari.

Abbiamo così scoperto che gli anziani, nell’immaginario sempliciotto di chi ci governa, sono persone che vanno a letto presto, dormono poco e non hanno niente da fare per passare le giornate. Quindi vadano a comperare il pane quand’è ancora caldo e croccante (anche se oggi il pane è caldo e croccante anche nel tardo pomeriggio).

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Il 16 marzo hanno chiuso le scuole, con il supporto della «scuola a distanza».

L’11 maggio le hanno riaperte in presenza: è stato il giorno più bello dell’anno. Sul secondo gradino del podio metterei il 31 agosto, quando l’anno scolastico 2020-2021 è stato aperto normalmente.

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Meno bene sta andando per la cultura e per l’arte.

Sul medesimo numero di EXTRA Sette appena citato, il direttore d’orchestra Diego Fasolis ha chiosato: A inizio 2020 avevo un’agenda strepitosa con tante date nei maggiori teatri d’Europa. Un microscopico «coronavirus» ha fermato e chiuso il Teatro alla Scala il 23 febbraio 2020 e poi tutto il resto. Gli artisti non garantiti sono ridotti alla fame e al silenzio. Centri commerciali affollati e Teatri chiusi. Intanto le persone muoiono, da sole, senza respiro e senza il calore dei parenti. Si capisce che l’Arte, che da sempre estrae dagli esseri umani il meglio di sé, che li consola e li affratella, non rappresenta più un valore. Artisti inutili in una società disorientata e dominata dal Dio denaro. I politici, che da sempre in Svizzera agiscono in acque chete su barche per lo più attraccate al porto, si trovano ora in acque aperte e burrascose con il brevetto da riva. L’Artista, da sempre in balia dei potenti, ha sviluppato la capacità di sopravvivere e ha un’alta missione. Ci saranno dunque voci e strumenti anche nel 2021! Buon Anno.

Applaudo.

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La lettura mi ha tenuto compagnia in questi mesi. Ho letto più del solito, anche perché sono ormai mesi che non esco più da Locarno. L’ultima volta è stato a Berlino nell’autunno del 2019.

Anche grazie al mio bravo libraio, ho potuto continuare a rifornirmi, malgrado il lockdown primaverile. Tra i tanti che mi sono capitati tra le mani, mi piace citarne una quindicina, che mi hanno offerto viaggi bellissimi; li cito nell’ordine in cui li ho letti a partire dall’8 marzo: Mara (Ritanna Armeni), L’angelo di Monaco (Fabiano Massimi), La misura del tempo (Gianrico Carofiglio), L’architettrice (Melania G. Mazzucco), Prima di noi (Giorgio Fontana), L’assassinio del Commendatore (Murakami Haruki), Noi (Paolo Di Stefano), A proposito di niente (Woody Allen), Lo specchio delle nostre miserie (Pierre Lemaitre), L’enigma della camera 622 (Joël Dicker), L’estate di Piera (Giampaolo Simi), Terra alta (Javier Cercas), M – L’uomo della provvidenza (Antonio Scurati), Nella notte (Concita De Gregorio), Una vita come tante (Hanya Yanagihara), ancora in lettura.

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A proposito di arte. Nel dicembre del 2019 avrebbe dovuto esserci la 55ª edizione dei Concerti per le scuole, manifestazione che avevo organizzato dal 1998. Nelle mie intenzioni doveva essere la “mia” ultima edizione, ma fui costretto ad annullarla, per diverse e importanti ragioni. Avevo già trovato un successore (meglio: una succeditrice giovane, entusiasta e bravissima). Va da sé: la sua prima edizione, che avrebbe dovuto tenersi due o tre settimane fa, non è neanche stata progettata: tutto chiuso già da marzo, senza prospettive ancora a inizio estate.

Analogamente è saltato anche l’appuntamento con «Piazzaparola», manifestazione letteraria che si rivolgeva agli allievi del II ciclo della scuola elementare. Aveva esordito al castello visconteo di Locarno nel settembre del 2013 con Giovanni Boccaccio, per poi proseguire, anno dopo anno, con Leonardo da Vinci e Ovidio; poi Don Chisciotte, Don Giovanni, Anne Frank e Frankenstein. Quest’ultimo avrebbe dovuto andare in scena anche a Lugano, in aprile… Niente da fare, così come il progetto per il settembre scorso.


Quali desideri per il nuovo anno?

Per rifarsi a Rodari: sarà come gli uomini e le donne lo faranno, o lo devasteranno; sapendo che non dipenderà solo dai singoli (ma anche da loro).

Buon anno (con Diego Fasolis) e lasciamoci sorprendere (con Andrea Fazioli).

Prima o poi anche le truppe del generale Covid avranno la loro Little Bighorn: di più, per ora, scritto non trovo nel destino dell’anno nuovo: per il resto, anche quest’anno sarà come gli uomini lo faranno.

Nulla di nuovo sotto il sole

Mi piace segnalare l’opinione di Natalia Ferrara, deputata del PLR in Gran Consiglio, in margine alla campagna dei giovani UDC ticinesi denominata «scuole libere», per denunciare la «visione socialista del mondo e delle cose, mettendo così in pericolo il concetto stesso di democrazia» che sarebbe in atto nelle scuole ticinesi. Per propagandare la loro azione i promotori citano niente meno che Stefano Franscini (1796-1867), principale artefice del moderno sistema educativo del nostro cantone.

Il testo completo, pubblicato a pag. 16 del Corriere del Ticino del 29 ottobre 2020, si può leggere qui (Giù le mani da Stefano Franscini).

Condivido fino all’ultima virgola il parere della parlamentare liberale radicale, che così conclude il suo articolo: La società, attraverso la politica, finanzia la scuola ma non l’aiuta a educare. Non in questo caso almeno. Un’altra occasione sprecata, poiché tutto può servire alla scuola salvo una lotta ideologica da secolo scorso, con l’obiettivo non di innovare, bensì di suscitare reazioni scomposte delle varie tifoserie. Tant’è vero che anche i comunisti, nella loro reazione a questa iniziativa UDC, spiace dirlo, non hanno portato idee, bensì, a loro volta, dogmatismi.

A proposito di povertà di idee, ricordo che i giovani UDC ticinesi si sono limitati a copiare di sana pianta un’analoga campagna che era stata lanciata giusto sei anni fa – pensa te il caso – dai loro colleghi nazionali: «Il tuo professore ti vuole influenzare? I giovani UDC corrono in tuo aiuto. Freie Schulen. Stopp der politischen Indoktrination!» Ne avevo scritto Corriere del Ticino, il 18 ottobre 2014, e sono contento di riproporlo oggi: I giovani UDC e gli studenti indottrinati dai maestri.

Serenità, tempo e diritto (bis)

Benché lo stato dell’arte delle Cose di scuola offra spunti critici a ritmi vieppiù serrati, nel 2019 sono intervenuto raramente in queste pagine. La verifica è facile: tra il 22 gennaio il 17 ottobre mi sono fatto vivo undici volte.

Qualche amico me l’ha pure fatto notare. D’altra parte i miei appunti sono stipati di temi che avrei voluto trattare, per proporre qualche riflessione. Troppo spesso, però, gli argomenti possibili si sono sovrapposti l’un l’altro.

Così, in mezzo a tanta confusione, mi sono fermato.

Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…

[La voce della luna, di Federico Fellini (1990), Sceneggiatura di Federico Fellini, Ermanno Cavazzoni, Tullio Pinelli].

Il bello è che, giusto un anno fa, avevo dedicato i miei auguri di Capodanno alle parole perdute della scuola: serenità, tempo e diritto. «Anche nella scuola – avevo concluso – ci sono le parole perdute e sarebbe bello se qualcuno cominciasse a riportarle in vita, dentro le aule della scuola dell’obbligo e negli spazi di formazione degli insegnanti».

Era stato il mio augurio per il 2019.

Lo rinnovo sulla soglia del nuovo decennio, con invariata fiducia: anche perché nel 2020 c’è il doppio anniversario di quel grande intellettuale che fu Gianni Rodari.

Gianni Rodari (1920-1980). Conferenza nel Palazzo dei Borghesi di Locarno, giovedì 3 marzo 1977.

Speranza nella cultura

Lo scrittore Andrea Fazioli ha inaugurato nel 2015 un suo blog, in cui parla e scrive dei suoi libri, dei suoi racconti e dei suoi «esperimenti letterari».

Qualche giorno fa ha pubblicato un articolo inconsueto, Speranza nell’Islam, che inizia così:

Stavo viaggiando in treno. Un uomo sulla trentina si è rivolto a me, dicendomi di avere letto un paio di miei romanzi. In particolare gli è piaciuto quello più recente (Gli Svizzeri muoiono felici); in più segue la serie “Il commissario e la badante”, i cui racconti escono ogni settimana sulla rivista svizzera “Cooperazione”. Dopo i complimenti, l’uomo ha detto che doveva farmi un rimprovero. «Secondo me lei parla troppo degli islamici.»

Il quarto commento all’articolo ha un inizio lapidario: «Questo post è una vergogna!»

È lì che ho sentito il bisogno di aggiungere anche una mia breve riflessione, forse per una certa affinità di pensiero con Andrea.

Eccola.


Caro Andrea, vedo che la tua riflessione sull’Islam è andata di traverso a qualche stomaco delicato. Hai preso dello svergognato, del socialista, dell’impegnato (con le virgolette a mo’ di superlativo; o in mancanza di un lessico più specifico), del fazioso («Troppo facile citare solo gli autori che piacciono a lei»).

Ti hanno risparmiato di essere un professorone, si vede che la parola non gli è venuta.

Per mestiere e da cittadino ho imparato che cattivi, cretini, fascisti e via elencando non hanno nazionalità, religione, status sociale. Ci sono forse delle responsabilità del e nel sistema formativo – e di quelli della mia generazione, senza naturalmente fare di ogni erba un fascio.

È pure cambiato tutto il sistema di informazione. Ha scritto lo scrittore Bruno Morchio: «Nell’era di Internet è diventato impossibile censurare una notizia. Tutto quello che si può fare è evitare che essa venga recepita, facendola scomparire in una pletora di informazioni. Tecnicamente, si chiama azzerare la differenza accrescendo la ridondanza. Sopprimere e reprimere è costoso e poco remunerativo. Molto meglio allungare e diluire, come il caffè americano rispetto al [nostro] espresso.»

Mentre ti leggevo mi è venuta in mente la storia di un giovane che ho conosciuto pochi anni fa, quando aveva vent’anni. Era nato nel nostro paese, da una mamma ticinese e da un papà immigrato. Un uomo buono, laborioso, intelligente. Si chiamava Nassim e aveva abbracciato la religione islamica. Nel luglio del 2015, a Londra, ha sposato Hafsa, una giovane insegnante in un liceo della city, diplomata a Oxford: l’aveva conosciuta nella capitale britannica, dove lavorava in quegli anni.

Qualche giorno dopo l’ultimo Natale era venuto a casa nostra con Hafsa, per salutarci e per gli auguri. Un cancro terribile lo faceva visibilmente soffrire. Così, da qualche tempo, era tornato in Ticino con la sua sposa, per curarsi nei nostri ospedali e, immagino, per essere vicino ai suoi genitori.

Era stata una chiacchierata emozionante e piena di ottimismo, soprattutto da parte sua. Ci eravamo salutati con un arrivederci a presto, il tempo di mettere al tappeto il male.

Pochi giorni dopo, il 20 gennaio, se n’è andato, senza mai aver avuto il tempo o il temperamento per far del male a (o di pensare male di) qualcuno. Da allora il suo corpo giace nel cimitero islamico di Lugano.