{"id":1063,"date":"2014-06-03T22:30:25","date_gmt":"2014-06-03T20:30:25","guid":{"rendered":"http:\/\/adolfotomasini.ch\/?p=1063"},"modified":"2015-08-17T15:55:52","modified_gmt":"2015-08-17T13:55:52","slug":"polis-e-manicaretti-un-articolo-del-filosofo-fabio-merlini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/adolfotomasini.ch\/wordpress\/polis-e-manicaretti-un-articolo-del-filosofo-fabio-merlini\/","title":{"rendered":"\u00abPolis e manicaretti\u00bb: un articolo del filosofo Fabio Merlini"},"content":{"rendered":"<p><em>Fa impressione, certo. Per\u00f2 anche sulla stampa quotidiana di questa Repubblica esagerata, delle dimensioni di un paio di quartieri di Milano, succede che appaia un articolo dal respiro e di un livello intellettuale degno di ben pi\u00f9 blasonati quotidiani europei. \u00c8 il caso di uno scritto del filosofo Fabio Merlini apparso su <\/em>La Regione Ticino<em> di luned\u00ec 2 giugno 2014, col doppio titolo di <\/em>\u00abLa politica dei manicaretti\u00bb<em> in prima pagina e <\/em>\u00abPolis e manicaretti\u00bb<em> a pagina 2.<\/em><\/p>\n<p><em>Senza farmi le tradizionali soverchie illusioni, sono quindi felice di riproporre qui il lucido testo di Merlini, con la speranza che riesca a superare la volatilit\u00e0 della stampa quotidiana d\u2019immediato consumo. Capita purtroppo a tutti \u2013 quindi presumo anche a Merlini \u2013 di sentirsi dire <\/em>\u00abHo letto il tuo articolo\u00bb<em> (varianti: <\/em>\u00abT\u2019ho visto in televisione\u00bb, \u00abT\u2019ho sentito alla radio\u00bb)<em> senza che l\u2019occasionale interlocutore abbia la bench\u00e9 minima idea di cosa hai raccontato.<\/em><\/p>\n<p><em>Eppure \u00abPolis e manicaretti\u00bb \u00e8 uno scritto importante, perch\u00e9 parla del fragile confine tra democrazia e demagogia, di \u00abUna politica-manicaretti\u00bb che \u00e8 sempre pi\u00f9 \u00abuna politica che non mira al bene della polis\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>E che c\u2019entra la scuola? C\u2019entra, c\u2019entra\u2026<\/em><\/p>\n<p><em>C\u2019entra per tantissime ragioni, ma naturalmente non \u00e8 il caso che ne faccia l\u2019elenco (il mio elenco) e che per ogni elemento ne tracci motivazioni e intrecci. Ma ho sempre pi\u00f9 la spiacevole e amara sensazione che lo Stato abbia perso la bussola, proprio in un settore di cos\u00ec fondamentale importanza: quando, nel 1804, quel medesimo Stato decise che <\/em>\u00abTutti i Padri di famiglia, tutori, e curatori sono obbligati mandare i loro figlj, e minorenni alla Scuola\u00bb<em> aveva un obiettivo alto. Il Gran Consiglio dell\u2019epoca spiegava che <\/em>\u00abla felicit\u00e0 di una Repubblica ben constituita deriva principalmente dalle savie istituzioni, e da una buona educazione; mentre da uomini bene educati si pu\u00f2 sperare ogni bene, e dalla ignoranza nascono tutt\u2019i vizj, e disordini\u00bb.<\/p>\n<p><em>Tante volte ho citato il monito di uno dei pedagogisti contemporanei che amo di pi\u00f9, Philippe Meirieu, che nel suo libro <\/em><a href=\"http:\/\/www.meirieu.com\/LIVRESEPUISES\/ecoleouguerrecivile.pdf\" target=\"_blank\">L\u2019\u00e9cole ou la guerre civile<\/a> <em>\u2013 pubblicato nel 1997! \u2013 scrive:<\/em><\/p>\n<p>[\u2026] l\u2019\u00e9cole doit renoncer \u00e0 la gestion juxtapos\u00e9e et conflictuelle de millions d\u2019int\u00e9r\u00eats priv\u00e9s ; elle doit redevenir une affaire publique. En d\u2019autres termes, l\u2019\u00e9cole n\u2019est pas un service, c\u2019est une institution. [\u2026] Or, l\u2019\u00e9ducation, pendant la p\u00e9riode de la scolarit\u00e9 obligatoire &#8211; c\u2019est-\u00e0-dire au moment crucial o\u00f9 l\u2019\u00c9tat prend la d\u00e9cision de scolariser l\u2019ensemble des enfants et garantit leur \u00e9gale instruction \u2013, se doit d\u2019ob\u00e9ir \u00e0 des valeurs sp\u00e9cifiques. Elle n\u2019a pas vocation \u00e0 \u00eatre le champ clos de la concurrence sociale. Demander \u00e0 l\u2019\u00e9cole de satisfaire l\u2019ambition individuelle de chacun, c\u2019est se condamner \u00e0 l\u2019\u00e9cole-supermarch\u00e9.<\/p>\n<p><em>Tuttavia siamo proprio dalle parti della scuola-supermercato, con la corsa sfrenata a investire la scuola di interessi privati giustapposti e conflittuali. Nessuno \u00e8 stato in grado di capitalizzare l\u2019enorme atto di stima che la popolazione aveva accordato alla Scuola dello Stato in occasione della \u201cstorica\u201d votazione del 18 febbraio 2001. Nel frattempo le discussioni attorno alla scuola continuano a toccare ambiti certo importanti \u2013 il percorso casa-scuola, il numero di allievi per classe, le nuove tecnologie, il bullismo, le mense, il doposcuola e via elencando \u2013 senza mai avere il coraggio di andare dritti al cuore del problema: che \u00e8 quello di battersi per una vera equit\u00e0, affinch\u00e9 la scuola dello Stato non si occupi pi\u00f9 della selezione delle \u00e9lite entro la quarta media, ma si dia da fare sul serio per promuovere <\/em>\u00ablo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella societ\u00e0 e di realizzare sempre pi\u00f9 le istanze di giustizia e di libert\u00e0\u00bb.<em> Invece che cosa continua a succedere? Che l\u2019insuccesso scolastico ha sempre radici altrove, fuori dalla scuola. La colpa \u00e8 della famiglia, dell\u2019allievo, delle classi troppo numerose\u2026<\/em><\/p>\n<p><em>A ci\u00f2 si aggiunga <\/em><a href=\"http:\/\/adolfotomasini.ch\/wordpress\/?p=635\" target=\"_blank\">Una legge della scuola incartapecorita<\/a>,<em> frutto di una politica del manicaretto che legittima la deresponsabilizzazione collettiva. Ma, in fondo, \u00e8 inutile fingersi ingenui: il voto di insegnanti, genitori e altre figure che ruotano attorno alla scuola fa gola a tutti i partiti, mentre i pi\u00f9 sgarrupati non hanno voce in capitolo: non hanno il diritto di voto.<\/em><\/p>\n<hr \/>\n<h4>Fabio Merlini &#8211; La politica dei manicaretti (La Regione del 2 giugno 2014)<\/h4>\n<p>Partir\u00f2 da lontano, ma solo perch\u00e9 sovente ci\u00f2 che \u00e8 lontano \u00e8 anche molto vicino. Nel Gorgia platonico, Socrate dice a Callicle: <em>\u00abCredo di essere uno dei pochi ateniesi \u2013 per non dire il solo \u2013 a capire che cosa sia davvero la politica, e credo di essere il solo a fare davvero politica di questi tempi. Nel senso che tutto quello che dico lo dico non per compiacere la gente, o per rendermi gradito, ma per perseguire il bene\u00bb.<\/em> Il problema nasce quando (\u201cdi questi tempi\u201d) l\u2019idea del bene non trova pi\u00f9 alcuna rispondenza nel proprio uditorio, poich\u00e9 pi\u00f9 che il bene ci\u00f2 che conta per il destinatario \u00e8 la possibilit\u00e0 di riconoscersi in un discorso capace di intercettare le proprie attese, siano esse relative a inquietudini, a frustrazioni o a desideri. Di intercettarle \u2013 si intende \u2013 cos\u00ec da offrire, con un linguaggio semplificato e seduttivo, risposte a portata di mano, tanto deve risultare chiara e certa la fonte dei problemi da rimuovere senza tanti distinguo. Allora, osserva Socrate, non vi \u00e8 pi\u00f9 spazio per la vera politica, poich\u00e9 ostinarsi a credere ancora all\u2019esistenza di un bene pubblico non necessariamente riducibile alla singolarit\u00e0 interessata dei diversi punti di vista \u2013 come pretende invece Callicle \u2013 significa esporsi ad un giudizio impietoso che condanna ad essere inascoltati. Il giudizio di quale tribunale? Il tribunale a cui si riferisce Socrate ha certo il carattere della farsa. Indica per\u00f2 bene la condizione di impasse nella quale incorre una democrazia a rischio di demagogia. La situazione descritta \u00e8 questa: immaginate un tribunale in cui il procuratore pubblico sia un cuoco, l\u2019accusato un medico e la giuria si componga di sbarbatelli immaturi. <em>\u00abRagazzi \u2013 direbbe il cuoco rivolgendosi alla giuria \u2013, quest\u2019uomo passa il tempo a farvi del male [\u2026] non fa come me, che vi ho sempre preparato ogni tipo di manicaretti: lui vi fa bere medicine amarissime\u00bb.<\/em> E semmai l\u2019accusato rispondesse <em>\u00abtutte queste cose le ho fatte per la vostra salute\u00bb,<\/em> i giurati, possiamo esserne certi, <em>\u00abprotesterebbero e farebbero un gran baccano\u00bb<\/em> \u2013 cos\u00ec conclude Socrate rivolgendosi a Callicle. Una politica-manicaretti \u00e8 una politica che non mira al bene della polis. Anzi, \u00e8 una politica per la quale la polis come referente privilegiato dell\u2019azione politica non esiste nemmeno pi\u00f9. Ci\u00f2 che esiste \u00e8 ancora solo la preoccupazione di soddisfare le rivendicazioni di una soggettivit\u00e0 ripiegata su di s\u00e9, tesa unicamente ad affermare il proprio godimento e il proprio dominio. Qui lo spazio per la temperanza viene meno, cos\u00ec come viene meno lo spazio per norme e divieti, i quali secondo la prospettiva di Callicle altro non sono che astuti espedienti attraverso cui la massa dei pi\u00f9 deboli pone dei vincoli all\u2019iniziativa e alla volont\u00e0 espansiva dei pi\u00f9 forti.<\/p>\n<h5>Democrazia e demagogia<\/h5>\n<p>Del Gorgia platonico, pi\u00f9 che la figura di Socrate, ci interessa allora quella di Callicle. Poich\u00e9 il suo personaggio, se interpretato alla luce di quando accade oggi, esprime al contempo la deriva demagogica e quella neoliberista. Per un verso, l\u2019arte del compiacere le aspettative del demos e, per l\u2019altro verso, l\u2019insofferenza verso norme e divieti, il disprezzo per tutto quanto ostacoli l\u2019affermazione del diritto di natura, limitando arbitrariamente il domino dei pi\u00f9 forti \u2013 ci\u00f2 che nella prospettiva di Callicle equivale al totale misconoscimento del fatto che la sopraffazione, e non la temperanza, sia la condizione naturale degli uomini. Dunque, chi \u00e8 l\u2019uomo politico callicleo? \u00c8 colui il quale afferma il suo potere affinando gli strumenti per compiacere il popolo; la sua politica \u00e8 una variante cinica della comunicazione consensuale, di pi\u00f9: \u00e8 uno sfruttamento tattico della democrazia. Il mezzo per realizzare questo sfruttamento si chiama retorica e il suo campione \u00e8 il demagogo, una radicalizzazione estrema della figura del sofista. Attraverso il suo comportamento \u00e8 possibile vedere come la demagogia appartenga alla democrazia stessa \u2013 in Platone ne \u00e8 addirittura l\u2019esito inevitabile, prima di trasformarsi in tirannide. Perch\u00e9 la relazione della democrazia con la verit\u00e0 e il bene \u00e8 una relazione fragilissima. Una relazione subito pronta a decadere, a favore dell\u2019esaltazione delle istanze pi\u00f9 incontrollate e irrazionali della volont\u00e0, proprio quelle sulle quali fa, appunto, breccia la retorica politica. Essa \u00e8 tanto pi\u00f9 efficace, quanto pi\u00f9 \u00e8 abile ad anticipare, rappresentare ed enfatizzarne le attese, orientandosi esclusivamente su di esse, facendole cos\u00ec diventare il perno stesso dell\u2019azione politica: non che cosa converrebbe impegnarsi a realizzare insieme, ma che cosa il destinatario desidera sentirsi dire. \u00c8 la differenza che corre tra la ricerca della concordanza attorno a una certa idea di bene o di equo e l\u2019astuzia di rappresentarsi l\u2019immaginazione pubblica, per guadagnare potere attraverso un immediato riconoscimento consensuale. Come qualcuno ha osservato, tutto il contrario della \u201cpolitica culinaria\u201d nel senso callicleo \u00e8 quando Winston Churchill, in relazione alla guerra con la Germania, si rivolse agli Inglesi parlando di \u201clagrime e sangue\u201d: in questo frangente, la convinzione attorno ad un bene politico fondamentale, la sconfitta del nazismo, viene presentata senza occultare i costi che la sua realizzazione avrebbe certamente comportato. Questo \u00e8 allora il caso di una simmetria etica tra chi parla e chi ascolta, dove chi parla si assume la responsabilit\u00e0 di una duplice verit\u00e0: quella relativa alla propria convinzione intorno a un bene collettivo (la sconfitta di una micidiale dittatura) e, soprattutto, quella relativa ai mezzi per conseguirla (l\u2019inevitabile perdita di vite umane). L\u2019esempio ci dice che la simmetria pu\u00f2 funzionare in due modi. L\u2019uno, virtuoso, giocato sulla condivisione di ci\u00f2 che in una certa congiuntura equivale al bene comune \u2013 una condivisione che richiede di rendere persuasivi argomenti e ragioni, indipendentemente, per cos\u00ec dire, dallo \u201cstato dell\u2019arte\u201d dell\u2019umore e delle aspettative imperanti. L\u2019altro, vizioso, in cui la questione politica principale diventa la loro intercettazione strategica, per cui il destinatario del discorso politico diviene mera volont\u00e0 assecondabile. Egli non esiste pi\u00f9 come cellula della sfera pubblica, membro di una comunit\u00e0: esiste ancora solo come aspettativa anticipabile e vale unicamente per ci\u00f2 che desidera ascoltare. In questo senso, come aveva visto perfettamente Platone, la prossimit\u00e0 del demagogo al demos \u00e8 ingannevole, perch\u00e9, anzich\u00e9 essere il destinatario di un progetto politico, il popolo diventa mero strumento di una investitura elettorale. Con il risultato che, alla fine, \u00e8 la democrazia stessa a ridursi a mera procedura elettorale.<\/p>\n<h5>I nipotini di Callicle<\/h5>\n<p>La crisi della progettualit\u00e0 politica, negli eredi di Callicle, ossia negli odierni populismi, si riflette allora proprio in questo insistito appello al popolo come fonte di legittimazione. Dove il punto centrale, lo ripeto, non \u00e8 impegnarsi a raccogliere, dopo averlo coltivato, il consenso popolare attorno ad una progettualit\u00e0, bens\u00ec selezionare opportunisticamente i referenti dell\u2019azione politica, a dipendenza dell\u2019umore popolare. \u00c8 il disimpegno della politica attraverso la politica stessa. Di fatto, secondo questa logica, la politica salta a pi\u00e8 pari la questione della costruzione del consenso, inserendosi l\u00e0 dove il consenso dei pi\u00f9 \u00e8 gi\u00e0 assicurato, \u00e8 gi\u00e0 dato come sentire comune. La questione che ora voglio affrontare \u00e8 il senso della relazione che la demagogia populista intrattiene con questa idea di popolo. La prossimit\u00e0 dei populismi al popolo, per quanto mendace, \u00e8 il riflesso della crisi delle forme tradizionali di mediazione sociale e politica. \u00c8 una prossimit\u00e0 che vuole farla finita con le istituzioni, e in questo senso vive di immediatezza. Il linguaggio che la realizza tradisce in tutte le sue forme proprio questa immediatezza: esso deve andare a segno, senza condizioni. Per questo si spettacolarizza. In ragione di questa spettacolarizzazione, il luogo privilegiato dell\u2019azione politica non pu\u00f2 pi\u00f9 essere rappresentato da istituzioni come il parlamento, perch\u00e9 il suo canale ideale \u00e8 semmai la comunicazione mediatica. In questo senso, possiamo osservare che se il parlamento nasce come espressione di una nuova forza politica (la borghesia nascente) in opposizione allo Stato assoluto, facendo cos\u00ec valere un luogo per legiferare e trasformare le leggi; la demagogia populista inventa illusoriamente il popolo (la \u201cgente\u201d) come forza che delegittima il sistema parlamentare, in virt\u00f9 di una immediatezza dove la sovranit\u00e0 popolare immagina di potersi nuovamente affermare quale diritto al riparo da qualsiasi opacit\u00e0, da qualsiasi interesse occulto di parte, da qualsiasi arbitrio del potere delle \u00e9lite. Pi\u00f9 che apolitico, il populismo \u00e8 una telepolitica \u2013 proprio come parliamo di teletecnica per indicare quegli artefatti che permettono di comunicare in tempo reale, eliminando l\u2019intermediazione dello spazio, cio\u00e8 azzerando le distanze. \u00c8 una politica priva di mediazioni che si presenta come interpretazione senza scarti della volont\u00e0 popolare, spazio di una rappresentazione intenzionato a presentarsi quale garante unico della rappresentanza popolare. Per concludere, desidero segnalare che questa immediatezza, per essere compresa appieno, va posta in relazione con un altra immediatezza: quella esercitata oggi da una economia fuori di qualsiasi controllo statuale. Potremmo dire cos\u00ec: il populismo, nelle sue forme contemporanee, \u00e8 la risposta politica all\u2019immediatezza con cui l\u2019economia speculativa realizza i suoi scopi, \u00e8 una risposta alla forza della sua affermazione, una affermazione diretta sulle cose e le persone, idealmente priva di mediazioni politiche. Il populismo risponde con la sua immediatezza all\u2019immediatezza del comando economico, contrappone una immediatezza ad un\u2019altra immediatezza: risponde a una minaccia \u2013 l\u2019esposizione incondizionata ai suoi dettami \u2013 con le sue stesse armi. L\u2019allergia della economia verso la mediazione politica, viene fatta propria dalla stessa politica, attraverso il discorso populista. In questo modo, per\u00f2, senza volerlo il populismo si allea ai disegni egemonici di una economia resasi autonoma e indipendente da qualsiasi potere che non sia quello della sua azione sul mondo. E lo fa disiscrivendo la societ\u00e0 da qualsiasi forma politica. Il risultato conseguito \u2013 non a caso da entrambi \u2013 \u00e8 il restringimento della sfera pubblica. L\u2019illusione che volont\u00e0, aspettative e desideri possano essere realizzati immediatamente \u2013 proprio come quando siamo invitati ad acquistare e a consumare (ne sanno qualcosa i nostri giovani) pur non avendone i mezzi. \u00c8 l\u2019illusione di far vivere un soggetto a pretese totalizzanti, privo degli argini dettati dalla vita civile. Laddove salta la mediazione tra psiche e polis, salta anche la sfera pubblica e con essa la mediazione necessaria alla socializzazione. Ma \u00e8 questo che vogliamo? Trovarci sempre pi\u00f9 soli e isolati, nonostante la pletora degli odierni mezzi comunicativi?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Fa impressione, certo. 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