{"id":1178,"date":"2014-09-15T22:46:43","date_gmt":"2014-09-15T20:46:43","guid":{"rendered":"http:\/\/adolfotomasini.ch\/?p=1178"},"modified":"2016-01-22T22:36:18","modified_gmt":"2016-01-22T21:36:18","slug":"una-bella-storia-di-settantanni-fa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/adolfotomasini.ch\/wordpress\/una-bella-storia-di-settantanni-fa\/","title":{"rendered":"Una bella storia di settant&#8217;anni fa"},"content":{"rendered":"<p>Mi piace proporre un articolo apparso su La Regione Ticino di oggi, luned\u00ec 15 settembre 2014. L\u2019intervista di Eminio Ferrari racconta la storia di Enrico Loewenthal, un ragazzo ebreo di famiglia benestante nell\u2019Italia fascista, andato a resistere nel 1943 tra i partigiani in Valle d\u2019Aosta. Come Primo Levi.<\/p>\n<hr \/>\n<p><em>Enrico Loewenthal non parlava pi\u00f9 tedesco da quando dovette lasciare la scuola in quanto ebreo, ma fu in quella lingua che intim\u00f2 il \u2018mani in alto\u2019 a due soldati della Wehrmacht: \u2018H\u00e4nde hoch, bitte\u2019. La sua militanza nella Resistenza italiana sfata l\u2019immagine della vittima designata e riscrive un capitolo della storia tragica del secolo scorso. A colloquio con il partigiano Ico.<\/em><\/p>\n<p>Rivoli \u2013 \u00abH\u00e4nde hoch, bitte\u00bb. D\u2019improvviso, inaspettatamente, il tedesco riaffior\u00f2 alle labbra di Ico. Con il mitra spianato ordin\u00f2 a due stupefatti soldati della Wehrmacht di alzare le mani. \u00abPer favore\u00bb. In casa sua quella lingua era vietata da quando, ragazzino, era stato allontanato dalla scuola tedesca che frequentava a Torino. Da quando, cio\u00e8, aveva appreso che cosa comportasse essere ebreo negli anni Trenta del secolo scorso. \u00abEro ancora alle Elementari e dopo la convocazione del preside per comunicarci che non ero pi\u00f9 ammesso alla sua scuola mio padre mi aveva proibito di parlare ancora la lingua di chi ci considerava una peste della Storia. Il mio tedesco era rimasto quello di un bambino\u00bb. Ma quando, un freddo giorno del 1944, ferm\u00f2 i due militari tedeschi nel corso di un\u2019operazione di guerriglia in Valle d\u2019Aosta, a Enrico Loewenthal, divenuto ormai il partigiano Ico, venne spontaneo apostrofarli nella loro stessa lingua. Il che li stup\u00ec non poco, ma non quanto quel \u201cBitte\u201d, che mai si sarebbero immaginati di sentirsi indirizzare da un \u201cbandito\u201d. Loro che, come disse poi uno dei due a Ico, erano stati istruiti ad ammazzare prima di intimare mani in alto. N\u00e9 avrebbero immaginato che quel ragazzo non solo fosse in grado di usare una tale forma di cortesia col dito sul grilletto, ma che li avrebbe poi fatti accompagnare al confine svizzero, risparmiando loro la vita. \u00c8 una storia del Novecento quella che Enrico Loewenthal, classe 1926, racconta ancora oggi nella sua casa di Rivoli, esemplare nelle sue illuminazioni cos\u00ec come nelle sue contraddizioni. Nelle sue tragedie e nell\u2019ironia che affiora nel ricordo di uno dei non molti partigiani ebrei della Resistenza italiana. E senza retorica: \u00abGuardi, io sono soltanto un ebreo frusto come tutti gli altri, che a un certo punto si \u00e8 opposto a una persecuzione. Lo devo a mio padre soprattutto\u00bb. Guarda il caso: Enrico Loewenthal era concittadino di Primo Levi, anche lui torinese, anche lui partigiano in Valle d\u2019Aosta, ma poi arrestato e condotto ad Auschwitz. Una scelta non del tutto isolata, dunque, ma di quelle che la pi\u00f9 consolidata narrazione della Resistenza ha molto spesso ignorato o marginalizzato. Associata alla storia del secondo conflitto mondiale, la figura dell\u2019ebreo \u2013 quantomeno in Italia \u2013 \u00e8 quella della vittima piuttosto che del combattente. \u00abIn effetti \u2013 conviene Enrico Loewenthal \u2013 di ebrei che abbiano fatto la Resistenza ce ne furono pochi. Quanto a me, devo dire che la mia lotta \u00e8 cominciata ben prima del 1943. Ho vissuto la vita del ragazzo ebreo di famiglia benestante nell\u2019Italia fascista: dapprima sono stato cacciato dalla scuola tedesca, e dopo il varo delle leggi razziali anche dalla scuola pubblica italiana. Covavo una rabbia che cresceva con l\u2019et\u00e0, e quando, quindicenne, sono andato a far pratica in una piccola officina di un armaiuolo ho cominciato ad acquistare alcune vecchie armi lasciatevi dagli ufficiali italiani che volevano spuntare qualche soldo. Devo pur dire di essere stato uno stupido a non prenderle con me quando, dopo l\u20198 settembre, sono fuggito da Torino con la mia famiglia\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Diciassette anni, partigiano<\/strong><\/p>\n<p>Una fuga, come racconta nel suo \u201cMani in alto, bitte\u201d (recentemente tradotto in tedesco), che dur\u00f2 poco. Non perch\u00e9 Enrico venne preso, ma perch\u00e9 ben presto, diciassettenne, si arruol\u00f2 nelle formazioni garibaldine che si erano gi\u00e0 costituite nelle valli del Torinese. La rigidit\u00e0 ideologica e le pretese egemoniche dei \u201ccomunisti\u201d, come li chiama lui (\u00ab\u00e8 da allora che non li sopporto\u00bb), gli fecero poi preferire le formazioni di Giustizia e Libert\u00e0 di Ferruccio Parri e infine, sino alla Liberazione, ader\u00ec a quelle autonome in Valle d\u2019Aosta. Non senza aver conosciuto prima i pericoli e l\u2019ebbrezza di lunghe traversate delle Alpi per procurarsi armi e materiale americano in Francia. \u00abAvevo convinto il mio comandante a lasciarmi partire con due guide. Gli dissi che avrei camminato finch\u00e9 avrei trovato gli americani. E ce la feci. Cos\u00ec tornammo carichi di armi e con indosso divise americane. Pu\u00f2 immaginare i sospetti e l\u2019invidia delle altre formazioni\u00bb. E possiamo oggi immaginare quanto poco sospetti e invidia potessero fiaccare il coraggio di quel ragazzo che nel dopoguerra sarebbe diventato uno stretto collaboratore di Simon Wiesenthal nella caccia ai criminali nazisti fuggiti dall\u2019Europa. Perch\u00e9, vi ritorniamo, se la storia del partigiano Ico \u00e8 analoga a quella di molti resistenti, a distinguerla c\u2019\u00e8 la sua discendenza ebraica. E quanto a questo la sua esperienza e le sue parole sono nette. \u00abIn famiglia sapevamo che cosa si stava preparando nella Germania nazista attraverso le lettere dello zio Alfred: le violenze, la propaganda, i bandi dal lavoro, dalle scuole, dalle attivit\u00e0 commerciali. Finch\u00e9 la sua ultima lettera ci avvertiva: \u2018Ci hanno chiesto di tenerci pronti per essere trasferiti a est dove potremo reinsediarci e lavorare\u2019\u00bb. Trasferiti: su che tipo di vagoni e per quale destinazione oggi lo sappiamo. Oggi, appunto. La cognizione di che cosa si stava preparando, allora poteva non essere ancora chiara. Nell\u2019Italia fascista i segni potevano essere contraddittori. Non dopo le leggi razziali del 1938. \u00abCi furono due fascismi \u2013 dice Ico \u2013. Il primo \u00e8 quello che molti italiani sostennero con un sentimento nazionalista pi\u00f9 che per adesione ideologica. Ci furono ebrei profondamente fascisti e monarchici. Mio fratello \u2013 la sua storia \u00e8 emblematica \u2013 partecipava da giovane alle riunioni dello Shabbat, nel corso delle quali si discuteva di bibbia ed ebraismo, ma fu denunciato per attivit\u00e0 contro lo Stato da una spia, un ebreo. Fin\u00ec in prigione e ne usc\u00ec traumatizzato. Si \u00e8 trascinato dietro questa macchia, divenne un fascista convinto e fortunatamente mio padre riusc\u00ec a farlo emigrare in America con l\u2019ultimo viaggio del Rex\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Una storia di persecuzioni<\/strong><\/p>\n<p>Ico no. Non volle allora n\u00e9 oggi essere vittima condiscendente o corrispondere all\u2019icona dell\u2019ebreo \u201cinviato al macello\u201d, che tanto ha fatto scrivere, dire e contraddire. \u00abSono s\u00ec stato un bravo ragazzo ebreo che segu\u00ec tutto il percorso di formazione e integrazione nella comunit\u00e0 (ma non sono credente, semmai sono parte di una tradizione), ma la mia esperienza successiva \u00e8 stata in effetti un\u2019eccezione. Tenga conto che per i duemila anni che hanno seguito la nascita di Ges\u00f9 Cristo, dopo la loro cacciata dalla terra di Israele, gli ebrei non hanno mai fatto l\u2019esperienza delle armi. Furono un popolo pacifico e sottomesso. La mia scelta (e della ventina di ebrei sui millecinquecento che contava la comunit\u00e0 torinese) contradd\u00ec dunque una consuetudine millenaria. Non sapevamo quasi di poterci difendere. Ma ricordo bene la mia gioia del giorno in cui sono riuscito ad avere un fucile in mano&#8230;\u00bb. E la vita gli forn\u00ec presto motivo di usarlo: una guerra \u00e8 una guerra. O di non usarlo: la guerra non \u00e8 tutto.<\/p>\n<p><strong>Una richiesta di perdono<\/strong><\/p>\n<p>Il suo incontro diretto con il nemico, nelle vesti dei soldati tedeschi, fu singolare: l\u2019arresto, l\u2019accompagnamento oltre il confine. Una specie di amicizia durata nel dopoguerra. Ico, gli chiedo, prevalse allora la clemenza, o a risparmiare la vita ai due militari tedeschi fu la sua non conoscenza dei loro atti precedenti n\u00e9 di quanto si andava compiendo nei campi di sterminio? \u00abLi ho ancor davanti agli occhi, quei due, e quando mi chiedo come mi sarei comportato se avessi saputo di loro e di Auschwitz non so ancora darmi una risposta. Le posso dire che la mia indole non \u00e8 mai stata sanguinaria, non ho mai provato piacere ad uccidere. Non so, forse avrei fatto lo stesso, mi sarei comportato con la stessa educazione, ma non ne sono certo. Quando poi, molti anni pi\u00f9 tardi, ho ritrovato uno dei due militari, Ludwig Seiwald, diventandone in qualche modo amico, ricevetti da lui il suo diario di guerra. Vi lessi della sua partecipazione alla prima campagna in Polonia, delle violenze a cui prese consapevolmente parte. Raccontava di quando, per rappresaglia nei confronti di una piccola forma di resistenza incontrata in un villaggio, il suo plotone inchiod\u00f2 gli uomini alle porte delle stalle. E raccontava dei rastrellamenti a cui aveva preso parte nelle valli del Cuneese: baite incendiate, partigiani fucilati. Quando si trov\u00f2 davanti quel giovanissimo partigiano che ero io col mitra spianato, si aspettava probabilmente un simile trattamento. Di qui il terrore, la sorpresa per quel \u201cbitte\u201d, e lo stupore confuso quando lui e il suo commilitone vennero accompagnati in Svizzera. Cos\u00ec, immagino che consegnandomi quelle pagine, nel 1956, volesse rivelarsi per ci\u00f2 che era stato e forse anche per chiedermi perdono\u00bb. Ico non dice se quel perdono \u00e8 mai stato accordato. E non mi sembra il caso di chiederglielo. Solo un\u2019altra cosa: avete mai parlato della Shoah? \u00abNo. Mai\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Mi piace proporre un articolo apparso su La Regione Ticino di oggi, luned\u00ec 15 settembre 2014. L\u2019intervista di Eminio Ferrari racconta la storia di Enrico Loewenthal, un ragazzo ebreo di famiglia benestante nell\u2019Italia fascista, andato a resistere nel 1943 tra i partigiani in Valle d\u2019Aosta. Come Primo Levi. 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