{"id":490,"date":"2006-09-15T21:31:35","date_gmt":"2006-09-15T22:31:35","guid":{"rendered":"http:\/\/adolfotomasini.ch\/?p=490"},"modified":"2006-09-15T21:31:35","modified_gmt":"2006-09-15T22:31:35","slug":"qual-e-labito-che-fa-davvero-il-monaco-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/adolfotomasini.ch\/wordpress\/qual-e-labito-che-fa-davvero-il-monaco-2\/","title":{"rendered":"Qual \u00e8 l\u2019abito che fa davvero il monaco?"},"content":{"rendered":"<p>Il mese scorso i delegati nazionali del partito radicale svizzero, riuniti a Morat, hanno a lungo dibattuto la proposta di generalizzare in tutto il Paese l\u2019introduzione dell\u2019uniforme per scolari e studenti, prendendo spunto dalla trovata di una scuola professionale basilese, che da quest\u2019anno ha introdotto la pensata a titolo sperimentale. A che pro? Giancarlo Dillena, che ha commentato l\u2019idea sul Corriere del 30 agosto, scrive che la divisa \u00ab\u2026 evita il confronto basato sull\u2019esibizione da parte dei pi\u00f9 \u201cricchi\u201d di abiti e scarpe che gli altri non si possono permettere, si disinnescano le tensioni legate alle tenute sempre pi\u00f9 provocanti delle ragazze, si favorisce anche sul piano visivo l\u2019integrazione dei giovani immigrati\u00bb. Queste, e altre ancora, sono le motivazioni invocate da chi, ormai da qualche anno, vedrebbe di buon occhio gli studenti delle nostre scuole addobbati come soldatini o come i cinesi ai tempi della rivoluzione culturale: il che dovrebbe portare indubbi vantaggi anche nel frenare certi eccessi di consumismo. Sar\u00e0, e per certi versi si pu\u00f2 persino condividere.<br \/>\nQuando frequentavo la scuola elementare, nei primi anni \u201960, portavamo ancora il grembiulino, ma non per questo eravamo tutti uguali, nemmeno all\u2019apparenza. \u00c8 vero che a quei tempi le differenze di classe permeavano tutta la societ\u00e0, e quasi quasi ne erano una caratteristica di cui neanche vergognarsi: c\u2019erano compagni che non potevano andar male a scuola, e ce n\u2019erano altri che per forza (e per ceto) non potevano pretendere chiss\u00e0 che. Per restare agli ambiti ancor oggi \u00abuniformati\u00bb, non sono uguali gli ecclesiastici, che ostentano bardature diverse a seconda del rango occupato. E lo stesso dicasi per i militari. Si potrebbe chiosare: ma due caporali sono agghindati alla stessa maniera, indipendentemente dal fatto che uno, nella vita civile, studi filologia romanza a Friborgo, mentre l\u2019altro abbia appena terminato l\u2019apprendistato di lattoniere. Giusto. Ma \u00e8 quando aprono bocca che li voglio: perch\u00e9 il rischio che a uno dei due si vedano i buchi nei calzini \u00e8 molto alto, a conferma dell\u2019adagio popolare secondo cui l\u2019abito, per una volta, non distingue obbligatoriamente il monaco.<br \/>\nD\u2019altra parte i \u201cnobili\u201d hanno sempre trovato il modo per distinguersi dal popolino: nel \u2019700 arrivarono le forchette \u2013 attrezzi pericolosissimi e misteriosi \u2013 per far pesare la diversit\u00e0 di ceto: meglio ferirsi la lingua e il palato con le aristocratiche posate piuttosto che mangiare con le mani\u2026 \u00c8 un po\u2019 come\u00a0 l\u2019Avvocato, che pochi anni fa indossava il Rolex sopra i polsini, facendo tendenza: basta distinguersi. Oggi tutto \u00e8 pi\u00f9 confuso. Se noi, teenagers del post \u201968, acclamavamo la nostra appartenenza al gregge coi jeans e il \u201cReporter\u201d (senza dimenticare \u201cPeace and love\u201d e le inevitabili Clarks), oggi le trib\u00f9 sono pi\u00f9 variegate: i \u201crappers\u201d dipendono da Eminem e i metallari dagli Iron Maiden; poi ci sono i seguaci dei Vadvuc \u2013 acronimo quanto mai rivelatore \u2013 i discendenti dei Beatles e dei Rolling Stones, i nostalgici della canzonetta italiana, gli ultras delle varie curve e senza dubbio i nazi-skin: ognuno con la sua uniforme, gli atteggiamenti coatti, l\u2019incedere oratorio zoppicante.<br \/>\nCos\u00ec noi potremo imporre l\u2019uniforme scolastica al figlio del notabile \u2013 sempre che frequenti la scuola pubblica \u2013 e al suo compagno fresco di esodo dall\u2019Angola, ma non avremo fatto nessun passo avanti sul piano dell\u2019integrazione e delle pari opportunit\u00e0. In altre parole, se domani il Liechtenstein ci occupasse manu militari e io dovessi rifugiarmi \u2013 che so? \u2013 in qualche dipartimento francese, vorrei che i miei figli imparassero bene la lingua, la storia e la geografia, i modi di dire, di fare e di essere. Mi augurerei che la scuola non si limitasse e insegnar loro che \u00abSur le pont d\u2019Avignon, l\u2019on y danse tout en rond\u00bb, ma smanierei che imparassero a conoscere Hugo, Verlaine e Rimbaud, Voltaire, Rousseau e Diderot, Bizet e Debussy, Renoir e C\u00e9zanne. Per intanto, fortunatamente, posso restare qui: andr\u00f2 avanti ad arrangiarmi come posso per far passare Manzoni e Leopardi, Verdi e Puccini, Giotto e Tiziano.\u00a0 A \u2019sto punto spero solo che i nostri figli possano almeno continuare a vestirsi come vogliono, nella certezza che le divise essenziali sono altre.<br \/>\nDimenticavo: i delegati radicali hanno poi deciso di lasciar perdere; ma coi problemi che ci sono, questo dell\u2019uniforme fa venire l\u2019orticaria.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il mese scorso i delegati nazionali del partito radicale svizzero, riuniti a Morat, hanno a lungo dibattuto la proposta di generalizzare in tutto il Paese l\u2019introduzione dell\u2019uniforme per scolari e studenti, prendendo spunto dalla trovata di una scuola professionale basilese, che da quest\u2019anno ha introdotto la pensata a titolo sperimentale. A che pro? 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