{"id":686,"date":"2011-09-21T20:41:17","date_gmt":"2011-09-21T21:41:17","guid":{"rendered":"http:\/\/adolfotomasini.ch\/?p=686"},"modified":"2011-09-21T20:41:17","modified_gmt":"2011-09-21T21:41:17","slug":"la-scuola-puo-deve-tornare-a-far-cultura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/adolfotomasini.ch\/wordpress\/la-scuola-puo-deve-tornare-a-far-cultura\/","title":{"rendered":"La scuola pu\u00f2 (deve) tornare a far Cultura?"},"content":{"rendered":"<p>In pochi giorni, due voci autorevoli hanno parlato su questo giornale della rinuncia della scuola a far cultura. Ha iniziato il direttore Dillena (31 agosto). Discutendo di differenze generazionali ha scritto: \u00abConstato, nelle conoscenze di molti studenti, carenze vistose (\u2026). Ma da dove vengono questi vuoti, se non da quella scuola che tanto si \u00e8 impregnata degli ideali di equit\u00e0, parificazione, integrazione tradottisi poi in appiattimento omogeneizzante, finendo col lasciare ad altri (a cominciare dalle nuove tecnologie) il ruolo di principali \u201cagenzie educative\u201d?\u00bb. Il 3 settembre gli ha fatto eco il presidente onorario dell\u2019UDC Ticino, Alexander Von Wyttenbach: \u00abSe esaminiamo l\u2019evoluzione dei programmi dell\u2019istruzione pubblica, possiamo osservare come questi oggi privilegino le conoscenze dei giovani utili soprattutto al loro futuro professionale, al mondo economico, mentre la maggior parte delle conoscenze di cultura umana siano state messe da parte, cognizioni culturali rispondenti a profonde esigenze umane (\u2026). Nella societ\u00e0 contemporanea sono aumentate le persone istruite ma diventate rare quelle colte\u00bb. Pi\u00f9 volte ho scritto, in questa rubrica, della necessit\u00e0 che la scuola, a partire da quella dell\u2019obbligo, recuperi la vena umanista che le ha dato lustro e grazie alla quale sembrerebbe conservare ancora la sua credibilit\u00e0: l\u2019onda lunga di una scuola consapevole. Non credo che l\u2019utilitarismo odierno sia figlio diretto delle utopie del\u201968, che miravano all\u2019uguaglianza. In quegli anni la Cultura fu apostrofata col nomignolo di nozionismo, a mo\u2019 di epiteto, per scoprire qualche anno pi\u00f9 tardi che chi ne \u00e8 sprovvisto \u00e8 un somaro. \u00c8 pur vero che all\u2019epoca la scuola non valutava, ma classificava. I cipressi che a B\u00f3lgheri alti e schietti, cos\u00ec come Bach e Michelangelo, servivano alla scuola per separare il grano dal loglio, l\u2019aristocrazia dal volgo. Ricordate? Erano i tempi del ginnasio e dell\u2019unico liceo a Lugano. In nome dell\u2019anti-nozionismo si scoprirono \u00abl\u2019imparare a imparare\u00bb e \u00abl\u2019imparare a essere\u00bb, senza accorgersi che \u00e8 difficile costruire atteggiamenti e attitudini individuali sul nulla. Purtuttavia il quadro legislativo che \u00e8 derivato da quell\u2019epoca esagerata e gioiosa \u00e8 frutto di un consenso parlamentare piuttosto generalizzato: tutti i partiti che sedevano in Gran Consiglio in quegli anni, parecchi dei quali ci siedono ancora, sono stati protagonisti attivi del cambiamento. Pi\u00f9 tardi ci si son messi gli specialisti delle didattiche disciplinari, che stanno tecnologizzando la scuola, aggravando il vuoto di Cultura.<br \/>\nForse, dunque, \u00e8 giunto il momento di rimettere mano ai piani di studio e a tutto l\u2019assetto legislativo che regge le sorti della nostra scuola. Lo si faccia con la stessa concordia di quegli anni, dal PSA che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 alla Lega che invece c\u2019\u00e8, nella speranza, per\u00f2, che non abbia ragione Von Wyttenbach, che parla dei decisori di oggi &#8211; politici e grandi dirigenti &#8211; come \u00abdi persone altamente specializzate, (\u2026) ma umanamente e culturalmente incompetenti, prive di quella bussola etica fondamentale dell\u2019esistenza umana, discendente non dalla ragione, ma dalle emozioni e dal subconscio e rappresentata dalla cultura\u00bb. Forse esiste ancora qualche minuscolo spiraglio per ritrovare una scuola che formi cittadini consapevoli e, quindi, colti e preparati, preoccupandosi di tutti gli allievi e gli studenti e non solo di quelli nati mentre il Signore dormiva. Certo che il bisogno quantitativamente massiccio di insegnanti, che si sta acutizzando, potrebbe mandare del tutto in palla gli istituti che li formano e che gi\u00e0 oggi faticano a orientarsi: perch\u00e9, si sa, la quantit\u00e0 (richiesta) \u00e8 nemica della qualit\u00e0 (imprescindibile). Nubi ancor pi\u00f9 fosche sembrano profilarsi all\u2019orizzonte, dunque, col rischio che, alla fine, l\u2019avr\u00e0 vinta Ivan Illich (1926-2002), il grande fautore della descolarizzazione: vorr\u00e0 dire che le TV e il web educheranno le future generazioni, completamente fuori da ogni controllo democratico.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In pochi giorni, due voci autorevoli hanno parlato su questo giornale della rinuncia della scuola a far cultura. Ha iniziato il direttore Dillena (31 agosto). Discutendo di differenze generazionali ha scritto: \u00abConstato, nelle conoscenze di molti studenti, carenze vistose (\u2026). 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