«Da grande mi piacerebbe davvero fare l’insegnante»

Ai primi di dicembre i mass-media hanno riferito diffusamente di una ricerca commissionata dal DECS al Centro di ricerca sui sistemi educativi del DFA: «Lavorare a scuola. Condizioni di benessere per gli insegnanti». Ha riassunto il committente: «L’8% dei docenti presenta sintomi di gravità media o elevata da esaurimento legato alla professione (burnout)». I dati dicono che l’80% dei docenti non sta rischiando lo sfinimento, mentre quell’altro 20%, mica un’inezia, è a livello di guardia. «Solo pochi docenti – continua il comunicato – presentano sintomi di gravità media, e una minima parte di gravità elevata». Sui motivi che innescano il burnout, la ricerca menziona «l’accresciuta diversificazione dei compiti, l’aumento della responsabilità educativa e il peggioramento dell’immagine della professione diffusa a livello sociale». Cosa fare coi dati emersi non è naturalmente un problema dei ricercatori, anche se Luciana Castelli, responsabile del progetto, ha tenuto a gettare acqua sul fuoco attizzato da qualche catastrofista. Ad esempio il portale tio.ch titolava: «550 docenti sono ‘sfiniti’ e temono per il loro futuro nelle scuole». Giustamente la ricercatrice ha precisato che si tratta di una quota contenuta, che non deve inquietare, benché non sia da trascurare.

Come ogni ricerca ben fatta, anche questa dà qualche risposta e stimola nuove domande. Si sa che la storia personale di ognuno ha a che fare con la decisione di scegliere cosa si vuol fare da grande. È vero che il caso gioca le sue carte, ma a volte sarebbe interessante conoscere quali erano i motivi della scelta e le attese. Per restare ai docenti, ci sarà chi, magari per belle esperienze di volontariato con bambini e ragazzi, ha voluto trasformare l’episodio in professione. Ci sarà chi è stato incitato da motivi etico-politici, per contribuire all’educazione dei cittadini di domani. E ancora, qualche insegnante di scuola media avrà voluto trasmettere alle nuove generazioni il suo amore per la matematica, la letteratura, il tedesco o l’inglese, le scienze o la geografia – senza naturalmente escludere ragioni più prosaiche: ha scritto Don Milani – ma parlava degli anni ’60 – che «quel posto ha fatto gola a tanti cui di fare il maestro non importa nulla. Se aumentate l’orario spariranno tutti». Dissento, perché fare il maestro può essere un lavoro difficile e faticoso. Ma non si può escludere che ci sia chi imbocchi la carriera magistrale per le vacanze o per il sogno di una vita in cattedra, al di là delle severe selezioni per l’entrata al DFA e dei controlli impietosi esercitati da ispettori, direttori ed esperti di materia.

Allora, ci si può chiedere, chissà se queste moderne rarità pedagogiche saranno capaci di salvarsi dal burnout? Sarebbe interessante incrociare i dati di questa ricerca con le storie di ciascuno, con le sue realtà esistenziali, le scelte di fronte alla professione e al futuro. Forse da un esame di tal fatta uscirebbero elementi di rilievo per orientare la selezione dei futuri insegnanti e, soprattutto, per munirli, sin dalla formazione di base, delle armi più adatte per blindare le proprie sensibilità, rafforzare le fragilità e forgiare insegnanti credibili per la scuola della Repubblica, donne e uomini che sappiano insegnare con grande rigore anche ai più recalcitranti, e che siano in grado di formare, con lungimiranza, futuri cittadini nel caos sociale, politico e culturale odierno – ciò che non è scontato: perché nessuno sa come sarà il mondo vent’anni dopo.


Nel sito del DFA è possibile scaricare il rapporto e la rassegna stampa.

L’attualità di don Milani, malgrado le censure di mezzo secolo fa

A cinquant’anni dalla scomparsa di don Lorenzo Milani (1923-1967), «Dialoghi», il bimestrale di riflessione cristiana diretto da Enrico Morresi, ha allegato al n° 248 dell’ottobre 2017 un interessante quaderno curato da Aldo Lafranchi: don Lorenzo Milani cantore e martire della Verità. L’autore prende le mosse dal libro Tutte le opere di Lorenzo Milani, edito in maggio dall’editore Mondadori.

Non si tratta, come ci si poteva pur attendere, di un comune saggio a cavallo tra la deferenza e la celebrazione, bensì di un tentativo di restituire la complessa figura di questo prete anomalo, con diversi contributi di rilievo rispetto alla conoscenza più diffusa. In tal senso Lafranchi si attiene strettamente agli scritti di don Lorenzo, realizzando una personale scelta di brani, raggruppati in alcuni momenti significativi: gli anni verdi, il ministero pastorale, la Scuola Popolare, la scrittura al servizio della lotta alle ingiustizie sociali… Scrive nell’introduzione: «Il presente lavoro è offerto a chi, sui dati biografici di don Lorenzo, è fermo a Lettera a una professoressa, alle due lettere, ai cappellani militari e ai giudici, a “l’obbedienza non è più una virtù” e al castigo dell’isolamento a Barbiana. L’intento è di mettere a profitto i due volumi di Tutte le opere per spalancare le finestre sulla vita di un uomo promesso a un fascino particolare».

Faccio parte della (probabilmente) lunga schiera di ignoranti che conoscono don Milani attraverso la Lettera e poco più, ciò che, tuttavia, non mi fa sprofondare dalla vergogna. A differenza di altri, la Lettera ce l’ho ancora sotto mano – conservo gelosamente una copia acquistata nel 1976 – e, già allora, l’avevo letta tutta. Mi occupo e mi sono occupato di don Milani per il suo contributo involontario alla storia delle idee pedagogiche, un impegno che possiede ancor oggi una grande tensione etica: perché la scuola dell’obbligo non può avere lo scopo di selezionare le future élite, e nemmeno di legittimarle, neanche fosse l’infallibile depositaria del destino di ognuno.

Eppure, più o meno da sempre, si sono letti attacchi durissimi contro le sue idee e i suoi sostenitori – che, detto per inciso, è difficile capire se siano tanti o pochi.

All’esame scritto di pedagogia, in quella ormai lontana primavera del 1974 che mi avrebbe consegnato la patente di maestro di scuola elementare, mi toccò un tema tratto dalla «Lettera a una professoressa»: Bocciare è come sparare in un cespuglio. Forse era un ragazzo, forse una lepre. Si vedrà a comodo. Non saprei neanche dire se questo autore fosse stato trattato specificamente negli anni della formazione. Già l’anno d’acquisto del volume confermerebbe questa ipotesi; ricordo, in IV magistrale, il Rapporto sulle strategie dell’educazione (più noto come Rapportro Faure), e poi Jean-Jacques Rousseau e l’Emilio, John Dewey, Édouard Claparède (L’educazione funzionale), Jerome Bruner (Verso una teoria dell’istruzione, mi pare).

Di bocciature e di “pari” opportunità

Il tema della bocciatura è ben presente in don Milani e in tanti autori prima di lui. Non è dunque chissà quale novità nel contesto della storia delle idee pedagogiche – con la precisazione che la Lettera, attribuita ai ragazzi della scuola di Barbiana, non è intenzionalmente un saggio di pedagogia, bensì si configura come un duro attacco alla scuola italiana di quegli anni e al potere politico che l’aveva istituita e che la governava.

In altri scritti che compaiono nel mio blog ho più volte parlato del tema della bocciatura, che ha a che fare con l’indifferenza alle differenze e col primato dell’insegnamento, che dovrebbe avere il sopravvento su ogni forma di esclusione e di certificazione durante la scuola dell’obbligo. Sappiamo fin troppo bene come a creare l’insuccesso scolastico ci sia una lunga serie di variabili che si preferisce omettere, ipocritamente, quando si parla dell’organizzazione della scuola – e di quella pubblica e obbligatoria in particolare. Con il comodo alibi delle pari opportunità si sorvola sulla possibilità che l’insegnante non sia all’altezza dei suoi compiti, che i programmi scolastici non siano un dogma, che gli strumenti per la valutazione (i test e le loro scale di misurazione) siano assolutamente soggettivi e parziali.

Quel che non si dice e non si cita

Come una specie di nemesi, gli slanci pedagogici di don Milani sono stati costretti a pagare tributi importanti sin dalla loro pubblicazione. Sono convinto che ciò sia accaduto, e continua ad accadere, perché della scuola di Barbiana si cita solo ciò che fa comodo, tralasciando invece importanti passaggi che avrebbero infastidito, già nel ’68 e dintorni, chi impugnava don Lorenzo come un vessillo rivoluzionario e anche chi, oggi (ma sempre meno), ne fa una bandiera senza conoscere il testo di riferimento: che non è universale, ma è radicato nell’Italia di quegli anni, dopo il fascismo, con la questione meridionale del tutto irrisolta, il peso della chiesa cattolica e le tensioni tra democristiani e comunisti. In realtà la professoressa del titolo non era un’insegnante qualsiasi, bensì il prototipo dell’insegnante di quella scuola pubblica e di quegli anni – e forse tutt’altro che estinta.

Ecco, per esemplificare, qualche passaggio della Lettera che in quegli anni là non era citato, perché sicuramente non avrebbe fatto comodo, col rischio di far seppellire da una risata la Lettera tutt’intera: com’era d’uso.

Maestri disoccupati. Si sente lamentare che c’è troppi maestri. Non è vero. È che quel posto ha fatto gola a tanti cui di fare il maestro non importa nulla. Se aumentate l’orario spariranno tutti. [pag. 113]

Processo penale. Attualmente lavorate 210 giorni di cui 30 sciupati negli esami e un’altra trentina nei compiti in classe. Restano 150 giorni di scuola. Metà dell’ora la sciupate a interrogare e fa 75 giorni di scuola contro 135 di processo. Anche senza toccare il vostro contratto di lavoro potreste moltiplicare per tre le ore di scuola. Durante i compiti in classe lei passava tra i banchi mi vedeva in difficoltà o sbagliare e non diceva nulla. Io in quelle condizioni sono anche a casa. (…) Ora invece siamo «a scuola». (…) C’è silenzio, una bella luce, un banco tutto per me. E lì, ritta a due passi da me, c’è lei. Sa le cose. È pagata per aiutarmi. E invece perde il tempo a sorvegliarmi come un ladro. [pag. 127-8]

Piano tempo e famiglia. La scuola a pieno tempo presume una famiglia che non intralcia. Per esempio quella di due insegnanti, marito e moglie, che avessero dentro la scuola una casa aperta a tutti e senza orario. (…) L’altra soluzione è il celibato. [pag. 86]

Pieno tempo e diritti sindacali. C’è capitato in mano un giornaletto sindacale per insegnanti: «No all’aggravio dell’orario di cattedra! Ci sono state battaglie sindacali memorabili per fissare l’obbligo orario e sarebbe assurdo tornare indietro». Ci ha messo in imbarazzo. A rigore non possiamo dir nulla. Tutti i lavoratori lottano per ridurre l’orario e hanno ragione. Ma il vostro è un orario indecente. [pag. 88]

Più ciechi ancora. Il professore più a sinistra l’ho sentito parlare per l’Associazione Insegnanti e Famiglie. A proposito di doposcuola gli scappò detto: “Ma voi non sapete che io faccio 18 ore di scuola la settimana!”. La sala era piena di operai che si levano alle quattro per il treno delle 5.39. Di contadini che, d’estate, 18 ore le fanno tutti i giorni. Nessuno rispose, né sorrise. Cinquanta sguardi impenetrabili lo fissavano in silenzio.

Dicesi maestro. Una sola compagna mi parve un po’ elevata. Studiava per amore dello studio. Leggeva dei bei libri. Si chiudeva in camera a ascoltare Bach. È il frutto massimo cui può aspirare una scuola come la vostra. A me invece m’hanno insegnato che questa è la più brutta tentazione. Il sapere serve solo per darlo. «Dicesi maestro chi non ha nessun interesse culturale quando è solo». [pag. 110]

Le riforme che proponiamo. Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme. I – Non bocciare. II – A quelli che sembrano cretini dategli la scuola a pieno tempo. III – Agli svogliati basta dargli uno scopo. [pag. 80]

Vorrei che fosse chiaro: non credo che alla scuola servano insegnanti celibi e nubili. Non ho mai creduto nella vocazione o nella missione. Ma è fondamentale, credo, decidere di voler fare l’insegnante come contributo al benessere democratico e culturale e alla crescita del Paese e ricevere una formazione che parta dal ruolo istituzionale del maestro di scuola, che approfondisca e delinei i suoi compiti deontologici. A partire da lì sarà poi possibile riempire la cassetta degli attrezzi con tutti gli strumenti didattici più adeguati per raggiungere le vere finalità della scuola.

Per restare al tema della bocciatura, non ho mai creduto alla nota politica. Non è che se certifico una conoscenza inesistente faccio un favore all’allievo e al paese. «Dell’«insegnante di greco molto odiato ma i cui allievi imparano il greco bene», don Lorenzo si limita a prendere atto che la funzione del professore è di insegnare il greco, non d’essere amato…» [Articolo di A. Lafranchi, pag. 9].

Sante parole, forse è il caso di dirlo.

A scuola non servono paladini della vocazione, ma professionisti preparati e motivati

Quanto alle tante stilettate inferte alla professoressa e, più in generale, all’establishment del tempo, non si tratta, né oggi né ieri, di farne una questione sindacale, riducendo il tutto a ore e giorni di presenza a scuola. Nondimeno, prima o poi, converrà riflettere anche sulla distribuzione del tempo di un anno tra quello educativo e formalmente istruttivo rispetto ai compiti di semplice sorveglianza e di formazione-educazione del tutto informale. Perché potrebbe anche essere che riempire i tempi delle pause scolastiche con ogni sorta di attività para e/o dopo scolastica si traduca in definitiva in un uso poco intelligente del tempo disponibile per crescere bene.

Don Milani condusse la sua battaglia per l’uguaglianza affinché i suoi ragazzi capissero il Vangelo. «Ho l’incarico di predicare il Vangelo. Predicarlo in greco non si può perché non intendono. Sicché bisogna predicarlo in italiano, ma i miei parrocchiani l’italiano non l’intendono. Trovo l’ostacolo della lingua e alla lingua mi dedico. Considerando lingua tutti i problemi della scuola» [Articolo di A. Lafranchi, pag. 9]. Era importante che capissero l’italiano, non solo come puro e semplice utensile comunicativo, ma come strumento complesso che comprende la cultura in tutte le sue accezioni. Anche la scuola dello Stato ha un suo vangelo, sperando che sia assolutamente laico.


Riferimenti

ALDO LAFRANCHI, Don Lorenzo Milani cantore e martire della Verità, Quaderno speciale allegato a «Dialoghi», N° 248, ottobre 2017, p. 32 | Il quaderno può essere richiesto alla redazione di «Dialoghi», all’indirizzo allinyg@hotmail.com (la spesa è di 14 franchi).

RUOZZI, A. CANFORA, V. OLDANO, Tutte le opere di Lorenzo Milani, 2017, Milano: Mondadori (collana I Meridiani), EAN 9788804657460, 2 volumi, pagine CXXXVII-2809, 140 €

SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, 1967, Libreria editrice fiorentina

Una scuola ben fatta val più di una scuola ben piena

I giovani liberali ticinesi si sono fatti promotori di una mozione parlamentare, per far sì che l’inizio dell’insegnamento del tedesco sia anticipato. La proposta è naturalmente corredata da dotte citazioni, che, come un certificato medico, attestano la necessità impellente di iniziare al più presto la terapia, così da evitare complicanze. Il Consiglio di Stato ha risposto picche, e ha fatto bene. Marco Solari, interrogato dal «Mattino», ha detto che «le lingue hanno uno scopo pratico ed economico e uno culturale. Leggere Goethe, Heine, Mann in tedesco, come leggere Montaigne, Flaubert e Proust in francese, è arricchente e ti apre un mondo. Vale pure per l’inglese che, più del tedesco, è inoltre lingua franca, mondiale e indispensabile». Infine ha aggiunto che a tutti i giovani consiglierebbe di imparare il cinese standard, che è la lingua del loro futuro.

Non si può dissentire, neanche rispetto alle provocazioni di quel visionario di un Solari. A dirla tutta, c’è una lunga serie di discipline che non fanno parte dei normali piani di studio della scuola dell’obbligo, malgrado la loro rilevanza per l’educazione dei futuri cittadini. Per buttar lì qualche idea: la filosofia e la storia dell’arte, la sociologia e la psicologia, le scienze politiche e quelle economiche, il diritto, l’architettura e l’urbanistica, l’etica e l’estetica. Si aggiunga che da tempi immemorabili le diverse lobby disciplinari si lamentano di non avere ore a sufficienza nella griglia oraria settimanale. Ma ha mille ragioni il direttore del Dipartimento dell’educazione, Manuele Bertoli, quando si oppone con fermezza all’aumento delle ore scolastiche di insegnamento, alle quali bisogna aggiungere l’onere massiccio e variabile dei compiti a casa. I tempi formali della scuola sono quelli che conosciamo: trentasei settimane e mezza, ognuna con una trentina di «ore» di lezione, la cui durata aumenta un pochetto nel passaggio dall’elementare alla media. Se togliamo i tempi per le valutazioni, le settimane festaiole e qualche imprevisto, non resta granché, soprattutto se si intende ficcarci di tutto, dal sesso alla civica all’alimentazione. Eppure oggi è così che funziona, a costo di inscenare finzioni hollywoodiane: perché i piani di formazione sono una cosa, mentre quel che imparano realmente allievi e studenti un’altra.

Parafrasando Montaigne, che cinque secoli fa sosteneva che a una testa ben piena fosse preferibile una testa ben fatta, parrebbe che per la scuola di oggi, o per quella che verrà, l’impossibile quadratura del cerchio imponga scelte dolorose e irrinunciabili. Continuo a credere che la scuola, quella pubblica e obbligatoria, è cambiata pochissimo negli anni. I suoi tratti caratteristici li mantiene sin dalla nascita, ma oggi sono diventati un fardello ingombrante, benché si eviti di parlarne. Quella scuola lì ha prodotto frutti pregiati, ma oggi è esausta e boccheggiante. È strapiena di «cose». Il tentativo di rispondere a mille interessi particolari, prostrandosi ai piedi di un mondo del lavoro crudele, amorale e cangiante, è un errore dai costi altissimi. La scuola ben fatta è un’altra cosa, e implica scelte importanti: se si vuol mantenere a ogni costo la vetusta struttura odierna bisogna avere il coraggio di togliere dalle giornate di allievi e insegnanti tutto ciò che non è essenziale per educare i Cittadini di domani. I paraocchi corporativi, sindacali e un po’ nostalgici non valgono una cicca. Servono visioni.

Don Giovanni: seduttore, ingannatore o solo un pirla?

Anche quest’anno abbiamo archiviato Piazzaparola (v. Sulle tracce di Don Giovanni con gli allievi di scuola elementare). Erano quasi 500 gli allievi che, con noi e coi nostri artisti, si sono lanciati alla ricerca di Don Giovanni quel giovedì 14 settembre. Dire che quel giorno pioveva ormai non fa più notizia, tanto sta diventando un’abitudine (v. il resoconto dell’edizione 2016); peccato, però, aver dovuto rinunciare alle piazze, che offrono un clima più spensierato e allegro, esaltando le storie, i loro interpreti e il pubblico stesso.

Nel “Dom Juan ou le festin de pierre” di Molière (1665), Sganarelle, servo di Dom Juan, fu interpretato dallo stesso Molière. Nell’Ouverture del nostro Piazzaparola, Emmanuel Pouilly è nel contempo Molière, Sganarelle e Leporello, il servo di Don Giovanni nella versione di Lorenzo Da Ponte e Wolfgang Amadeus Mozart.

In ogni modo, com’era peraltro prevedibile, di Don Giovanni son rimaste solo le tracce delle sue malefatte. E sì che, al cospetto della statua del Commendatore, aveva mostrato tutto il suo coraggio tracotante, accettando l’invito a cena. Ma sul più bello, forse terrorizzato dalla determinazione furiosa di Donna Anna, Donna Elvira e Zerlina, che neanche il fido Leporello riuscì a contenere, non s’è fatto vivo ed è forse finito all’inferno, passando da dietro le quinte.

“Lo vidi entrare avvolto in un mantello”. Sara Giulivi è Donna Anna.

Ma chi è, dunque, Don Giovanni? Sveva Casati Modignani, una scrittrice che se ne dovrebbe intendere, così si è espressa ai microfoni della RSI, sollecitata dalla giornalista: «Lei li chiama dongiovanni. Io li chiamo dei pirla. È proprio… – non so come dire – ci sono, ma sono degli esseri abbastanza infelici, alla fine gente che si ritrova poi sola, senza niente. Quando tu ami una persona, poi tutta la tua personalità, tutto il tuo vissuto viene messo in gioco in questo rapporto. E quando tu trovi la stessa sincerità, lo stesso impegno dall’altra parte, anche nei momenti più drammatici, più difficili, non può che scaturire sempre qualcosa di positivo» (Turné del 9 settembre).

Pur senza incontrarlo direttamente, ecco come l’hanno definito gli allievi di una 5ª elementare: elegante, furbo, imbroglione, cafone, vivace, irrispettoso, bugiardo, ma anche divertente, simpatico (ma non lo vorrei come papà, né come fratello).

Georgiana Bordeianu (viola) e Deolinda Giovanettina (violino) hanno accompagnato il racconto di Donna Anna.

In un’altra classe i pareri divergono:

  • Secondo me l’incontro con Don Giovanni è stato bello perché non ho mai visto un uomo con così tante fidanzate! (Mike)
  • Mi è piaciuto molto l’incontro con Don Giovanni, perché era un eroe e aveva tantissime fidanzate! È stato bello! (Leonardo)
  • Questa giornata è stata interessante. I costumi li ho trovati originali e belli, le loro storie sono state interessanti e carine. Mi è piaciuto molto, non vedo l’ora di ritornarci! (Michele)
  • L’incontro con Don Giovanni è stato interessante e anche utile, perché non pensavo che un uomo potesse prendersi gioco di così tante donne. Non immaginavo che esistesse un ingannatore così “provetto”! (Evelina)
  • La giornata organizzata da Piazzaparola e dedicata a Don Giovanni è stata molto interessante, perché ho potuto viaggiare in un’era diversa e ho potuto conoscere Don Giovanni attraverso Donna Anna, Donna Elvira e la contadina Zerlina. Ho notato che erano tutte furiose con Don Giovanni, perché sono state ingannate, truffate e ipnotizzate dal suo fascino. È anche per questo che, ancora adesso, si parla di lui. Io lo trovo furbo e anche un eroe. (Sofia)
  • Secondo me la giornata al Teatro di Locarno dedicata a Don Giovanni è stata molto bella, istruttiva e affascinante. Non immaginavo che quest’uomo avesse così tante ragazze! Era però prevedibile che prima o poi finisse nei guai! Personalmente ho imparato che nella vita puoi avere soltanto una donna. (Mattia)
  • Secondo me questa giornata è stata molto bella, tranne alcune scene, che per me sono state un po’ noiose: penso a quella di donna Elvira. (Enea)
“Non bisogna mai credere ai signori”. Jasmin Mattei è Zerlina, con Mirjana Tadic alla fisarmonica (e Luca Botturi, che doveva solo voltare le pagine dello spartito, e si è invece trovato, senza preavviso, a incarnare Masetto: grazie, Luca).
  • Per me la giornata dedicata a Don Giovanni è stata fantastica, poiché il tema mi ha affascinato particolarmente! Don Giovanni è un personaggio davvero strabiliante. Quando la mia maestra, in classe, ci ha parlato di lui ho pensato WOW!, ma mi sono pure chiesto come mai e soprattutto come facesse a ingannare tutte quelle donne! (Simone)
  • Questa giornata mi è piaciuta molto perché gli attori sono stati bravissimi! (Alessandro)
  • Per me l’incontro con Don Giovanni è stato bellissimo e divertente. Ho imparato tante cose nuove. (Sofiya)
  • La giornata al Teatro di Locarno è stata particolarmente interessante, poiché ho conosciuto un personaggio davvero speciale! Mi ha colpito la scena in cui Donna Anna ha raccontato il duello tra Don Giovanni e il padre di Anna! (Lucrezia)
  • Personalmente l’incontro con don Giovanni è stato davvero speciale, poiché non avrei mai pensato che un solo uomo potesse avere così tante fidanzate! Questo aspetto è veramente eroico! Pensando alla grande organizzazione, mi ha colpito la scena in cui Donna Elvira ha cantato la sua melodia quasi lirica. Mi sono piaciuti i costumi di Zerlina, che erano veramente belli! (Rahel)
  • L’incontro con Don Giovanni è stato divertente e istruttivo, perché non pensavo che un tizio potesse ingannare così tante donne. (Aldo)
  • Secondo me l’incontro con Don Giovanni è stato molto interessante. Anche se era un grande traditore, mi è piaciuto ugualmente. Se io fossi una donna gli starei alla larga! (Leo)
“Mare in burrasca, terra in tempesta, se non mi ami ti spacco la testa”. Cristina Zamboni è Donna Elvira.

In un’altra classe la conversazione del giorno dopo ha tentato di svelare qualche mistero:

  • Dov’era Don Giovanni? Forse non si voleva far vedere perché si vergognava. | Forse non voleva fare duelli con la spada. | Io volevo vedere un duello, magari Don Giovanni moriva. | Secondo me era a parlare con altre donne. | Era un’ombra e non si faceva vedere. | Peccato, avrei voluto vederlo. | Chissà come era vestito? | Io voglio diventare come Don Giovanni e amare tutte.
  • Le donne. Erano molto arrabbiate, volevano uccidere Don Giovanni, ma non lo trovavano. | Però secondo me gli volevano ancora bene… si capiva… | Non era facile capire quello che dicevano, ma sembravano tristi. | Forse volevano ancora parlare con Don Giovanni.

Gli allievi di una 4ª elementare di Minusio sono unanimi nel deprecare Don Giovanni, giudicato non certo un eroe, ma un falso eroe.

  • Prima di tutto ha ucciso, e non mi sembra tanto una cosa da eroe. Poi è un falso galantuomo. (Manuel)
  • Da una parte fa il gentiluomo, il cafone, e dall’altra distrugge l’amore. Lui queste cose le faceva apposta, perché sapeva di avere un bell’aspetto e quindi piaceva alle donne. Purtroppo però era cattivo e perfido nel cuore. (Thea)
  • Non rispetta le regole, le leggi e la religione. Fa quello che gli pare. È un uomo egoista, che manipola la gente e soprattutto le donne. Infatti questo seduttore tradisce le donne, promettendo loro il matrimonio per poi abbandonarle. (Eliot)
  • Lui agisce seguendo l’istinto, inganna le donne, è prepotente, commette molti peccati, non vuole rinunciare a niente, sperperando tutto il suo denaro. Non si pente mai, difende fino alla morte il suo spirito libero e libertino. Don Giovanni è una persona molto irrequieta, che non si sofferma su niente. (John)
  • Una notte entrò nella casa di Donna Anna, sapendo di ingannarla. Lei reagì gridando. Suo padre, il Commendatore, arrivò e quando vide Don Giovanni volle difendere sua figlia e lo sfidò a duello, ma morì nel duello. (Cesare)
Il soprano Elena Revelant, accompagnata al pianoforte da Giovanni Galfetti, ha completato il racconto di Donna Elvira.
  • Faceva innamorare le donne e le sposava, ma poi le abbandonava e andava in cerca di un’altra donna da ingannare e così via. Don Giovanni faceva credere che lui era un gentiluomo, ma in realtà era un uomo cattivo, perché si divertiva a imbrogliare le donne con delle false promesse. (Mattia)
  • Don Giovanni colleziona conquiste femminili, come e fossero le figurine dell’album dei campionati di calcio. Non credo che se una ragazza o una signora piange per lui, a lui importi veramente. Un eroe è una persona che rinuncia a qualcosa per sé stesso e pensa prima al bene degli altri. Gli eroi non fanno i duelli con la spada, ma cercano di creare pace e bene per tutti quanti. Un eroe di tanto tempo fa è San Francesco d’Assisi, che era nato in una famiglia ricca e ha regalato tutto ai poveri del suo villaggio. (Noelle)
  • Secondo me è sia un egoista che un ingannatore. (Alessia)

Almeno su un punto Don Giovanni ha mantenuto la promessa: «Chi son io tu non saprai». Resta l’interrogativo, per grandi e piccini: un grande seduttore, il più grande ingannatore della terra o, più semplicemente, un falso eroe o un celebre pirla?

Le foto sono di Luca Ramelli/SUPSI.


Per chi fosse interessato alla manifestazione maggiore, quella svoltasi a Lugano per i grandi, a inizio dicembre, rimando al sito ufficiale (http://www.piazzaparola.ch/) o, meglio ancora, alla ricca e affollata rassegna stampa.


 

 

 

 

 

 

 

Il sito di Adolfo Tomasini, dove si parla di educazione e di scuola