Lettera a un professore di didattica dell’italiano

Caro professor Fornara,

ho letto il suo libro Lettere a una maestra, l’ho finito da un po’, ma volevo pensarci bene prima di scriverle queste brevi note. Ci conosciamo ormai da diversi anni, sa bene che non mi sono mai occupato in maniera approfondita di didattica, benché si tratti naturalmente di un complesso di conoscenze che fa parte della “cassetta degli attrezzi” di ogni insegnante. Quando seguii la mia formazione di base non c’erano le didattiche disciplinari, sostituite dalla didattica generale e da tanti “consigli pratici” da parte dei nostri assistenti di didattica. In tal senso la nostra «Bibbia» era un volume pubblicato da Armando Armando Editore nel 1968 (la mia copia è del 1970, V ristampa), col titolo Nuove lezioni di didattica, autore Robert Dottrens; per la cronaca, l’edizione originale, Éduquer et instruire, è del 1966 (Unesco/Nathan, Parigi). Chissà perché i titoli tradotti in Italia sono spesso ben diversi dagli originali; il cinema, a questo riguardo, offre esempi spassosi.

Ma, per chiarirci, in quei primi anni ’70 del secolo scorso avevamo superato da un pezzo la preistoria della pedagogia, della didattica e delle cosiddette scienze dell’educazione. Tutt’al più continuo a credere che, per tanti versi, la scuola reale, quella di tutti i giorni, non è cambiata molto nei decenni, ma questo è naturalmente un altro discorso.

Un’immagine di Simone Fornara, presidente della giuria e scrittore ospite della III edizione del «Premio Luca Franscella», concorso di scrittura per gli allievi di 5ª elementare delle scuole comunali di Locarno, quell’anno sul tema «Scrivo per ricordare». È il 12 giugno del 2009 ed eravamo nella corte interna del castello visconteo di Locarno, durante la cerimonia di consegna delle licenze e la premiazione del concorso.

La lunga premessa, tuttavia, è per sottolineare che non ho i numeri per entrare nel merito scientifico dei tanti capitoli che lei ha toccato lungo le diciotto Lettere a una maestra sull’insegnamento (non solo) dell’italiano. Così la mia lettura si è arricchita – forse, per taluni, sarebbe stata viziata – con diversi rimandi, del tutto personali, mi creda, all’opera di alcuni grandi protagonisti della storia della pedagogia che lei ha citato: in ordine di apparizione sono Mario Lodi, Alberto Manzi, don Milani, Gianni Rodari, Jerome Bruner e Lev Vygotskij.

Ciò che ho letto io – ma sono sereno, non ho fatto una lettura sviata da pregiudizi – mi porta a condividere con un certo entusiasmo la didattica dell’italiano che ha in mente lei. Vorrei che tutte le didattiche avessero in comune la tensione etica che mette al primo posto ciò che gli allievi imparano, piuttosto che la loro riuscita scolastica, che è tutt’altra cosa. Le sue proposte sono davvero impregnate di quella scuola attiva che rimanda a Lodi, Manzi, Milani, Rodari (aggiungerei Célestin Freinet, tra i tanti), un approccio basato sulla mobilitazione dell’allievo, ma anche sulla cooperazione tra allievi. È una didattica, quella delle lettere a una maestra, che chiama a gran voce la scuola attiva, anche grazie a quel «non solo» che lei ha messo tra parentesi nel sottotitolo.

Il mio timore è che questo affascinante approccio didattico inciampi in quella vecchia pedagogia poco differenziata, individualista, selettiva, competitiva – una pedagogia “bancaria”, per dirla con Paulo Freire. Negli anni ho visto passare tante didattiche, ognuna più magica e miracolosa della precedente. La didattica che lei propone con queste lettere è impegnativa. Per rispettarne il senso non la si può uniformare, con il vecchio e ambiguo slogan delle “pari opportunità”. Ha scritto il sociologo Walo Hutmacher:


Les politiques d’égalité des chances n’ont pas réduit les inégalités de résultat, comme la recherche le montre depuis des années et l’enquête internationale PISA une fois de plus. En comparaison internationale, au terme de la scolarité obligatoire, en moyenne, les niveaux de compétences mathématiques des jeunes Suisses sont bons, la 
culture scientifique
est moyenne, les compétences lectrices plutôt médiocres. A côté
 des moyennes, il faut 
aussi regarder les disparités. Parmi les pays européens, la Suisse se caractérise par des disparités particulièrement fortes, dans l’absolu et entre classes sociales. Et l’OCDE d’insister sur le rôle que joue chez nous le caractère séparatif du secondaire I. Elle met aussi en exergue les résultats de pays qui (…) visent explicitement non pas l’égalité des chances, mais l’égalité des résultats à un niveau élevé. Ils y réussissent avec les mêmes objectifs d’apprentissage renonçant à toute division sociale ou culturelle avant la fin de la scolarité obligatoire.

Il paradosso è tutto nell’istituzione in cui lei opera. A metà degli anni ’80 nacque la magistrale post liceale, a cui seguirono l’ASP e, oggi, il DFA della SUPSI. La storia delle idee pedagogiche ha perso di importanza (eufemismo). Nei miei anni la chiamavamo pedagogia, si parlava di Rousseau, Claparède, Dewey, Bruner…

Continuo a credere che nella Scuola ci debba essere una gerarchia di valori, conoscenze e competenze che non può essere modificata a seconda dei bisogni della politica e dell’economia. O viceversa. In vetta devono restare gli aspetti istituzionali, etici e deontologici. Da questi discendono le scelte pedagogiche e quelle didattiche: scegliere se educare o selezionare, se istruire o orientare per rispondere al mondo del lavoro, se inserire gli allievi dentro la curva di Gauss o se mirare all’equità dei risultati ad alto livello.

Senza queste scelte – concrete, oltre gli slogan – tutto diventa vacuo.

In ogni modo: complimenti per le sue Lettere a una maestra. Sono lettere profonde. Se saranno travisate o svuotate per mezzo di scelte pedagogiche sballate non sarà un suo problema. Ormai viviamo questi tempi. Un giorno o l’altro bisognerà ricominciare a parlare di pedagogia con i futuri insegnanti.

La saluto cordialmente, e pedagogicamente attivo.

AT

P. S. Non mi spaventa fa parola FINE. La disprezzo.


La citazione di Walo Hutmacher è tratta dall’articolo «Réclamer l’égalité des chances, c’est s’empêcher de viser l’égalité des résultats à un niveau élevé», in Éducateur – Les bâtisseurs du «siècle de l’enfant» | Cent ans de recherches et d’innovations pédagogiques, Numero speciale nel centenario di fondazione dell’Institut Jean-Jacques Rousseau, 24.02.2012.


Ecco un esempio spassoso di titoli del cinema in traduzione italiana. Domicile conjugal, film di François Truffaut del 1970, uscì in Italia col titolo Non drammatizziamo… è solo questione di corna. Tanto per dirne una.


SIMONE FORNARA, Lettere a una maestra – Sull’insegnamento (non solo) dell’italiano, 2021, Einaudi ragazzi

 


«Non si è mai troppo piccoli per essere eroi»

Tre anni fa avevo collaborato, nell’ambito di Piazzaparola, all’ideazione e all’organizzazione dello spettacolo La bellezza che rimane ancora. Echi dal Diario di Anne Frank, andato in scena al Palacinema di Locarno il 20 settembre 2018 sull’arco di tre repliche per un pubblico di quasi 400 allievi di 4ª e 5ª elementare.

A differenza di quasi tutte le altre produzioni per Piazzaparola, proprio questa, dedicata al più famoso diario di tutti i tempi, ha messo in evidenza una forza narrativa che poteva vivere in completa autonomia rispetto alla versione teatrale, nell’incontro diretto e simultaneo tra il pubblico e gli artisti presenti.

Così, certo un po’ istintivamente, nei giorni successivi avevo montato il nostro racconto: che è basato sulla lettura di alcune pagine del diario – la prima del 20 giugno 1942, pochi giorni prima del trasferimento nell’alloggio segreto, l’ultima il 3 maggio 1944 –; su alcune clip che raccontano, in parallelo, la storia di Anne e la Storia di quegli anni; e su una colonna sonora che è a sua volta sfondo e narrazione.

Ho rivisto e riascoltato in questi giorni quel documento, che ha conservato l’anima primaria del nostro racconto, che è stato mantenuto integralmente: con le parole, la musica, le clip d’accompagnamento, alcune foto di scena e qualche buio: perché non sempre l’ascolto attento dev’essere riempito di immagini e movimenti.

Ho così pensato, d’accordo con l’autrice principale dello spettacolo, di mettere a disposizione di chiunque questo racconto.

Lo faccio in concomitanza con il Giorno della memoria, nella consapevolezza che la memoria non deve ridursi a quell’unico spazio del 27 gennaio. E perché è importante tramandare l’esortazione finale dello spettacolo, quando Anne diventa icona attraverso le vicende drammatiche di alcuni suoi coetanei dei nostri giorni.

Sull’esempio di Anne e di tutti questi ragazzi, se ne sentite il bisogno, scrivete. Scrivete prima di tutto per voi, ma non abbiate paura di raccontare ad altri le cose che non vanno bene: le parole e la scrittura sono le armi più potenti, perché viaggiano lontano e resistono nel tempo.E non siate sordi e ciechi, anche se spesso il mondo vi vorrebbe così. La storia di Anne non deve solo renderci tristi, ma deve farci vedere la bellezza delle cose di tutti i giorni, deve farci capire il punto di vista degli altri e farci scegliere come vivere. Sì, perché il rischio che qualcuno alzi la voce e dica “tu non puoi stare qui”, “tu sei diverso”, “tu conti meno”, “io vengo prima di te” è sempre in agguato. E non si è mai troppo piccoli per essere giusti. Per essere eroi.

 

«La bellezza che rimane ancora».
Echi dal Diario di Anne Frank

 

Di Silvia Demartini e Adolfo Tomasini

Con le voci di Sara Giulivi e Andrea Fazioli

Colonna sonora di Chiara Pedrazzetti (arpa) e Sean Lanigan (chitarre)

Foto di scena di Marco Beltrametti e Simone Fornara

Lo spettacolo del 20 settembre 2018 è stato realizzato con il sostegno di Piazzaparola, del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI, della Città di Locarno e di SYZ Banque privée

Qual è il senso di ricordare Summerhill?

Philippe Meirieu, nella sua Petite histoire des pédagogues, lo liquida in poche righe:

Alexander Sutherland Neill (1883-1973): figura emblematica della pedagogia libertaria, fondatore, nel 1921, della scuola di Summerhill in Inghilterra. Fecero scandalo, all’epoca, le sue opzioni molto “liberali” in tema di sessualità. Neill è un discepolo di Rousseau e di Reich: crede nella natura fondamentalmente buona e dinamica del bambino. Istituisce una “scuola” basata sulle libere scelte dell’allievo, che decide dei suoi apprendimenti e beneficia dell’aiuto del “maestro” solo su sua richiesta.
Neill fu però costantemente confrontato con la questione dell’autorità: Bruno Bettelheim disse di lui che la sua personalità era così forte e affascinante che i suoi allievi, per ottenere la sua stima, avrebbero fatto qualunque cosa! In realtà Neill, più che fondare una “pedagogia”, creò solo un “luogo di educazione” il cui successo fu essenzialmente dovuto alla sua persona (alcuni avrebbero detto: “alla sua ditta”).

Il 1921 è stato anche il centenario di Summerhill, la scuola fondata da Neill pochi mesi dopo la nascita della Lega Internazionale per l’Educazione Nuova, di cui lo stesso pedagogista scozzese fu tra i fondatori durante il congresso di Calais in agosto.

Il collega Enrico Bottero ha ben sintetizzato il clima di quegli anni in un suo intervento su RAI Scuola del novembre scorso.

Siamo alla fine dell’800, inizi del ’900. Nascono la scuola sperimentale a Chicago promossa da John Dewey, le scuole montessoriane, la scuola di Abbotsholme in Inghilterra, l’École des Roches in Francia, gli internati di campagna di Hermann Lietz in Germania. Erano, tutti questi, educatori diversi tra di loro: c’erano teosofi, socialisti, anarchici, libertari, liberali, credenti e non credenti: ma li univa la critica radicale della pedagogia tradizionale, la critica a un’educazione libresca e autoritaria, la separazione tra scuola e vita. Li univa una certa istanza naturalista, vitalista, il pacifismo, la necessità della co-educazione tra i sessi, il cosmopolitismo.

Qual è il senso di ricordare oggi Alexander S. Neill? Scarso, se solo si pensa ad altre esperienze pedagogiche che sono giunte fino a noi, pur faticando – inconcepibilmente! – a diffondersi nella scuola pubblica europea, benché, già in quegli anni tra le due guerre, tra i sostenitori di un’Educazione nuova c’era un dibattito acceso tra chi aspirava a una scuola ideale, al di fuori della scuola pubblica, e chi, invece, puntava a portare le innovazioni al cuore della scuola pubblica. Neill apparteneva certamente ai primi, tanto da fondare la sua scuola, che chiamò «Summerhill».

Alexander S. Neill e la scuola di Summerhill.

Summerhill e il suo fondatore ebbero un momento di successo attorno al Sessantotto. Nel 1971 Neill pubblicò Summerhill – Il metodo per progredire nell’educazione dei figli. Sembrava un testo fatto apposta per i cambiamenti di cui la scuola aveva bisogno: l’anti-autoritarismo, la “fantasia” al potere, la cooperazione, le arti, la libertà, il sesso, la religione, la morale.

Questa è la storia di una scuola moderna: Summerhill è stata fondata nel 1921. La scuola è situata nelle vicinanze del villaggio di Leiston, nel Suffolk, a circa cento miglia da Londra.
Poche parole sui ragazzi che la frequentano. Alcuni entrano all’età di cinque anni, altri a quella di quindici. Di solito rimangono fino all’età di sedici anni. In media abbiamo venticinque ragazzi ed una ventina di ragazze.
Vengono divisi in tre gruppi a seconda dell’età: i più giovani hanno dai cinque ai setti anni, il gruppo intermedio è formato da quelli che hanno dai sette agli undici anni, gli anziani sono i ragazzi dagli undici ai sedici anni.
Generalmente molti ragazzi provengono da Paesi stranieri. Quest’anno (1960) ci sono fra di noi cinque scandinavi, un olandese, un tedesco, un americano.
I ragazzi vengono alloggiati tenendo conto dell’età e ad ogni gruppo è preposta una assistente. Il gruppo di mezzo alloggia in una costruzione di pietra, gli anziani in casette di legno. Solo un paio dei ragazzi più anziani dispongono di una camera tutta per loro. Gli altri vivono in tre o quattro per stanza e lo stesso vale per le ragazze. Gli allievi non devono subire alcuna ispezione alla camera e nessuno li sorveglia. Vengono lasciati completamente liberi. Nessuno dice loro come debbano vestirsi: in ogni momento possono indossare quello che vogliono.

Si intuisce da queste poche righe che Summerhill, il progetto libertario che ispirò questa scuola, ha più punti in comune con l’Ivan Illich di Descolarizzare la società che, poniamo, con l’opera pedagogica di Célestin Freinet.

Nel frattempo è passato un secolo. L’Educazione Nuova continua a essere una scelta di nicchia. Di Neill e di Summerhill se ne ricordano solo alcuni maestri nati attorno agli anni ’50 e qualche nostalgico di una rivoluzione, o anche solo una seria riforma, che non arrivò mai.

Forse qualcuna delle idee libertarie di Summerhill non farebbero male a una scuola che continua, imperterrita, a riprodursi sempre uguale a sé stessa, decennio dopo decennio. Magari porterebbe un po’ di serenità, un momento di rottura tra un prima e un dopo.

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Note

La citazione di Enrico Bottero è tratta da L’Educazione Nuova a cento anni dal Congresso di Calais – Intervista a Enrico Bottero e Pietro Lucisano (RAI Scuola, novembre 2021).

ALEXANDER S. NEILL, Summerhill – Il metodo per progredire nell’educazione dei figli, 1971, Forum Editoriale, con prefazione di Erich Fromm. Titolo originale: Summerhill, a radical approach to child rearing. All’interno del volume, dopo l’introduzione dell’autore, compare pure un altro titolo: »Summerhill« una proposta contro la società repressiva. La breve citazione è tratta dall’incipit (L’idea di Summerhill, p. 9).

Riflessioni sparse, per chiudere il 2021

Avevo concluso il mio testo augurale di un anno fa (Saluti dal 2020, auguri per il 2021) con un’affermazione avventata e sempliciotta: «Prima o poi anche le truppe del generale Covid avranno la loro Little Bighorn», e avevo riportato una bella filastrocca di Gianni Rodari (L’anno nuovo, 1960).

Si è rivelato un altro anno orribile. Stavolta, quindi, conviene prendere qualche precauzione, come ha fatto il vignettista Vauro. In una recente vignetta afferma beffardamente che l’anno nuovo sarà una variante di quello vecchio.

Per il mondo dell’educazione e della scuola, se il 2020 è stato l’anno di Gianni Rodari, il 2021 è stato contrassegnato dal centesimo anniversario della Lega Internazionale per l’Educazione Nuova, la cui nascita avvenne il 6 agosto 1921 a Calais, in occasione del Congresso fondatore (Buon compleanno, vecchia “Educazione nuova”!). Oddìo, forse parlare di «contrassegnato» parrebbe un’esagerazione. Ci sono stati alcuni festeggiamenti anche in Ticino, il più importante dei quali è stato certamente quello di CEMEA – Il Villaggio dell’Educazione Attiva per i 50 anni dei Cemea Ticino e centenario dell’Educazione Nuova.

Ma, per lo più, non se n’è accorto nessuno. Il dibattito sulle possibili (e necessarie) riforme della scuola dell’obbligo continua con toni tra il battagliero e il polemico. Chi non è d’accordo con le proposte del Dipartimento dell’Educazione – praticamente tutti – insiste con soluzioni che, tutto sommato, non sono così diverse. Le solite idee, poche ma confuse, come avrebbe detto Flaiano. Di chiaro c’è che continua, ormai da qualche decennio, la corsa al massacro dei più indifesi, attraverso la selezione scolastica; con le solite armi, convenzionali e scontate, ma sempre di moda: un piano di studio velleitario e illusorio, appoggiato dai soliti meccanismi di selezione scolastica – anche se, mi è stato detto, non ci sono più allievi che ripetono la classe; semplicemente si applicano dei rallentamenti.

Di proposte davvero originali non se ne vedono, neanche leggendo benevolmente tra le righe.

Continuo a credere che alla scuola dell’obbligo servirebbe serenità. Ha detto Philippe Meirieu durante un’intervista su Teleticino: Penso che sia necessario che i luoghi deputati all’educazione diventino dei luoghi di resistenza alla reattività e all’immediatezza, dove si impari a fare delle cose che non si sanno fare. In quest’ottica io sono estremamente convinto che tutti gli esseri umani siano educabili e possano crescere, migliorare. Si tratta di virtuosismi? Io dico che docenti, istituzioni, anche gli allievi, debbano sforzarsi di non vedere soltanto il limite nell’altro, le sue mancanze, le sue difficoltà, ma riconoscere dentro sé stesso ciò che ci motiva. Bisogna uscire quindi da questa pedagogia che procede per mancanze e deficit, per avere una pedagogia che guarda all’altro e anche alle difficoltà in generale in maniera positiva, per aiutarsi reciprocamente a superare i propri limiti. [Meirieu: “La scuola dev’essere capace di parlare al cuore, Decoder-Teleticino, 2.10.2021, servizio a cura di Romano Bianchi].

***

Rio Bo
(Aldo Palazzeschi, 1909)

Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però…
c’è sempre di sopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso…
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo.

 Una stella innamorata!
Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.

Questa è la mia Rio Bo (46°10′05″N 8°47′19″E). D’accordo, nel cielo del mio microscopico paese non c’è una stella. Si vedono un pianeta, Venere, e una falce di luna crescente. Ma tutto il resto è uguale.

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Il periodico Scuola ticinese ha dedicato la sua edizione apparsa in questi giorni al tema (ri)costruire la realtà. Andrea Vosti, giornalista e corrispondente per la RSI dagli Stati Uniti, ha pubblicato un mirabile articolo dal titolo L’era della mistificazione. Parte dall’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio di un anno fa. «Quel giorno – che per sempre sarà ricordato e letto e riletto nei libri di storia come il ‘giorno dell’assalto a Capitol Hill’ – ha significato il punto di non ritorno, l’apice di una pericolosissima e antidemocratica parabola che non è cominciata soltanto con la presidenza di Donald Trump, istigatore di quel folle attacco, ma che affonda le sue radici e le sue origini nella sempre più pervasiva polarizzazione politica e sociale che gli Stati Uniti hanno conosciuto negli ultimi tre decenni».

Vosti percorre lucidamente l’antidemocratica parabola, che passa per Newt Gingrich, i social media e il fenomeno delle fake news, le teorie complottiste come Q-anon e il Deep State, per giungere a una conclusione drammatica.


La presidenza Trump ha dimostrato che basta un personaggio scaltro, ma con un innegabile fiuto politico e una innegabile capacità comunicativa, per far deragliare le regole non scritte della decenza e minare le fondamenta stesse di una grande e indispensabile democrazia come quella americana. Trump non è stato rieletto, certo, ma l’esperimento sociale chiamato Donald Trump è stato comunque un tragico successo, alla luce dei 76 milioni di cittadini che lo hanno rivotato nel 2020 e che sono pronti a riportarlo alla Casa Bianca: il terreno è stato contaminato, la falda acquifera della democrazia inquinata, il populismo incurante della scienza e della verità sdoganato. L’era della mistificazione è appena iniziata.

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In un clima del genere – a cavallo della pandemia e della mistificazione globale – può diventare improvvido fermarsi al tradizionale e scialbo «Buon Anno». Forse un augurio potrebbe essere che ognuno riesca a potenziare i suoi ottimismi e relativizzare i pessimismi, con le sensibilità e i sentimenti che gli sono propri. Ripartendo, in altre parole, da Gianni Rodari:

Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

Philippe Meirieu: un inaspettato dizionario della pedagogia

Philippe Meirieu, prolifico, geniale e appassionante pedagogista europeo, ha pubblicato a metà ottobre un corposo Dictionnaire inattendu de pédagogie, un dizionario davvero inattendu – inatteso e imprevisto – cioè del tutto diverso da quel che il titolo potrebbe suggerire.

In effetti non si tratta di una specie di Wikipedia della pedagogia, un elenco di termini seguito dall’inevitabile definizione, coi suoi bravi rimandi storici e bibliografici – che pur ci sono, in particolare nelle tante note a piè di pagine.

«Mi sono sempre piaciuti i dizionari», scrive l’autore nella prefazione. «Già da bambino passavo ore e ore a sfogliarli. Da adolescente li studiavo coscienziosamente, per trovarci di che contraddire i miei genitori. Da studente mi imponevo regolarmente di confrontare le definizioni di parole importanti in dizionari diversi. Da insegnante proponevo sistematicamente ai miei allievi di costruire, mese dopo mese, un dizionario i principali concetti che trattavamo… E poi, negli anni, ho accumulato una considerevole quantità di dizionari: etimologici e analogici, dei sinonimi e delle citazioni, delle espressioni, dei proverbi, delle rime» e tanti altri ancora, più o meno fantasiosi.

Poco sotto: «Tra questi, alcuni sono sempre a portata di mano e sono strumenti di lavoro quotidiano. Altri sono là per essere sfogliati senza preavviso e vedere aprirsi, tutt’a un tratto degli orizzonti inaspettati. Altri ancora sono riferimenti essenziali la cui lettura non smette di arricchirmi.»

Coerente con la presentazione, ognuno dei quasi cinquanta lemmi parte con una prima parte in stile dizionario (appunto!), e prosegue con alcune riflessioni che riportano agli orizzonti inaspettati scatenati da questo sfogliare un po’ a caso – un’attività che molti della mia generazione hanno praticato negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, lasciandosi trascinare da una definizione all’altra.

Per fare un esempio tra i tanti, alla voce Photocopieuse troviamo dapprima la definizione del lemma.

Fotocopiatrice (s. m). Apparecchio di ripografia il cui uso, negli istituti scolastici, si è banalizzato negli anni 1990-2000. Il principio del suo funzionamento è «l’elettrofotografia» scoperta dal fisico francese Jean-Jacques Trillat nel 1935. Lo presentò alla società Kodak che rifiutò di usare un procedimento che riteneva senza un avvenire commerciale. Nel 1938 l’americano Chester Carlson depositò il primo brevetto operativo di «elettrofotografia», ma non riuscì a venderlo fino al 1947 alla società Xerox. Anche se oggi, con l’avvento del digitale e l’uso degli schermi, il numero di fotocopie tende a regredire, fa fotocopiatrice resta massicciamente usata dalla scuola materna all’università. Il numero di fotocopie ufficialmente autorizzato è di 180 per allievo e all’anno, di cui 40 pagine di opere protette.


A seguire, ecco l’incipit delle riflessioni suscitate dalla fotocopiatrice.

Bisogna aver raggiunto, come me, un’età canonica per ricordarsi della «macchina ad alcol» con cui i giovani insegnanti che eravamo duplicavano i loro documenti. Certo, il procedimento era artigianale, ma l’esistenza di qualche calco colorato e l’uso dei normografi permettevano di proporre agli allievi delle bellissime schede di lavoro.

La ciclostile, che li rimpiazzò abbastanza in fretta, era molto più veloce ma, nel contempo, era più complicata da usare e dava molto meno spazio alla creatività. Tuttavia, in un caso come nell’altro, c’era poco da improvvisare all’ultimo momento, ricopiando una pagina del manuale o il brano di un libro: bisognava anticipare, interrogarsi sullo spazio di un documento nella sequenza di apprendimento, immaginarlo e realizzarlo, decidere come usarlo e come conservarlo. La natura artigianale e piuttosto laboriosa dell’operazione ci rendeva sufficientemente prudenti e vigili, in altri tempi, allo spreco di carta.

Poi arrivò la fotocopiatrice…

Da Abyme a Village il discorso è certo inconsueto, ma non confuso, né banale. Nel percorrerlo ognuno, credo, inseguirà una sua logica. Io, ad esempio, sono stato attratto da Catechismo, Scoraggiamento, Noia, Emozione, Telecomando – e, naturalmente, Fotocopiatrice. «Ma non c’è niente di definitivo o di esaustivo», annota Meirieu. Anzi «Completamente il contrario, alcune parole inaspettate che rimandano a questioni vive, una lista che ognuno potrà completare con altre parole, altrettanto insolite ma che, tuttavia, hanno senso per lui o per lei. Perché spesso è così che ci svegliamo dal nostro sonno dogmatico: lasciando spazio all’imprevisto».


PHILIPPE MEIRIEU, Dictionnaire inattendu de pédagogie, 2021, ESF Éditeur, 525 pagine (disponibile anche come e-book).

La traduzione in italiano dei diversi passaggi che cito nell’articolo è mia.

Il sito di Adolfo Tomasini, dove si parla di educazione e di scuola