Gli svogliati e il patto della scuola col paese

Gli ultimi scorci d’agosto hanno coinciso coi riti che lanciano un nuovo anno scolastico, con le vetrine dei negozi che ammiccavano a scolari e studenti e i giornali pieni di statistiche – tot docenti, tot allievi – e riflessioni sulla scuola che, di lì a qualche giorno, avrebbe alzato il sipario sulla nuova e spettacolare puntata sui temi dell’istruzione e dell’educazione dei futuri cittadini. Ancora una volta hanno tenuto banco la mobilità lenta e qualche iniziativa insolita. C’è un istituto, per dire, che vende banchi di scuola vintage a prezzi stracciati per comprare nidi per le rondini. Problemi grassi della scuola che c’è già.

Qua e là ha fatto capolino la condanna degli svogliati. Il popolo sovrano ha mostrato il pollice verso alla «Scuola che verrà», che è il parere dell’arena: le note scolastiche sono l’asse portante della scuola, per cui se, poniamo, un ragazzino di sei anni non impara un po’ in fretta a scrivere le prime semplici frasette – diciamo entro Natale – ci sono solo due possibilità: è un incapace o un fannullone. Nell’uno come nell’altro caso, meglio intervenire subito con dei brutti voti, così si risparmiano energie superflue e si evita che i genitori covino progetti irrealizzabili.

In questo rito, che ha in sé, per definizione, un che di ripetitivo, Ernesto Galli Della Loggia, (CdT del 24 agosto), ha sostenuto che «Poche istituzioni come la scuola hanno risentito dei grandi cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni nelle nostre società. A cominciare dal cambiamento principale: e cioè che nel complesso siamo diventati una società ricca, largamente soddisfatta, appagata anche in molti bisogni superflui». E poi: «Quando eravamo meno benestanti era naturale guardare alla scuola come a uno strumento decisivo perché i figli migliorassero la condizione familiare di partenza. Farli studiare era considerato come l’occasione unica e irripetibile per uscire dal disagio e dalla privazione, per salire nella scala sociale. Questo fenomeno in buona parte non esiste più». Concordo che il patto tra la scuola e la società è saltato. Per dirne una, l’inserimento nel mondo del lavoro era praticamente garantito sin dagli anni ’50, e più si andava lontano con la formazione, più «da grandi» si sarebbero svolte professioni ben retribuite e socialmente riconosciute. Già da un bel po’ di anni questa equazione è stata spazzata via, salvo per quei pochi che seguono le orme dei padri – a patto, per lo più, che ci sia da ereditare uno studio o una ditta, e non da costruire ex novo.

Gli ultimi rilevamenti statistici raccontano però che la sottoccupazione ha raggiunto livelli mai visti prima, che l’interinato è vieppiù una regola con cui fare i conti e che il nostro è il cantone coi salari più bassi della Svizzera – mentre, per dire, un pacco di pasta della Migros costa uguale a Locarno o Zurigo. Va da sé, questa tendenza colpisce ampiamente i giovani.

Parrebbe insomma che tutta la fregola efficientista della politica scolastica dell’ultimo trentennio, culminata finora nei nuovi piani di studio, pretenziosi e illusori, non abbia fin qui prodotto granché. Sull’altare di un contratto fallace tra la scuola, la finanza e l’imprenditoria si sono sacrificati valori che in troppi – dalla politica ai sindacati ai media – hanno ritenuto sorpassati e inutili. Ridateci la storia, la geografia e le arti, che almeno ci permetteranno di capire il presente e di progettare un futuro più giusto. Con tutto il rispetto per le rondini, prediligo ancora Leopardi.

Speranza nella cultura

Lo scrittore Andrea Fazioli ha inaugurato nel 2015 un suo blog, in cui parla e scrive dei suoi libri, dei suoi racconti e dei suoi «esperimenti letterari».

Qualche giorno fa ha pubblicato un articolo inconsueto, Speranza nell’Islam, che inizia così:

Stavo viaggiando in treno. Un uomo sulla trentina si è rivolto a me, dicendomi di avere letto un paio di miei romanzi. In particolare gli è piaciuto quello più recente (Gli Svizzeri muoiono felici); in più segue la serie “Il commissario e la badante”, i cui racconti escono ogni settimana sulla rivista svizzera “Cooperazione”. Dopo i complimenti, l’uomo ha detto che doveva farmi un rimprovero. «Secondo me lei parla troppo degli islamici.»

Il quarto commento all’articolo ha un inizio lapidario: «Questo post è una vergogna!»

È lì che ho sentito il bisogno di aggiungere anche una mia breve riflessione, forse per una certa affinità di pensiero con Andrea.

Eccola.


Caro Andrea, vedo che la tua riflessione sull’Islam è andata di traverso a qualche stomaco delicato. Hai preso dello svergognato, del socialista, dell’impegnato (con le virgolette a mo’ di superlativo; o in mancanza di un lessico più specifico), del fazioso («Troppo facile citare solo gli autori che piacciono a lei»).

Ti hanno risparmiato di essere un professorone, si vede che la parola non gli è venuta.

Per mestiere e da cittadino ho imparato che cattivi, cretini, fascisti e via elencando non hanno nazionalità, religione, status sociale. Ci sono forse delle responsabilità del e nel sistema formativo – e di quelli della mia generazione, senza naturalmente fare di ogni erba un fascio.

È pure cambiato tutto il sistema di informazione. Ha scritto lo scrittore Bruno Morchio: «Nell’era di Internet è diventato impossibile censurare una notizia. Tutto quello che si può fare è evitare che essa venga recepita, facendola scomparire in una pletora di informazioni. Tecnicamente, si chiama azzerare la differenza accrescendo la ridondanza. Sopprimere e reprimere è costoso e poco remunerativo. Molto meglio allungare e diluire, come il caffè americano rispetto al [nostro] espresso.»

Mentre ti leggevo mi è venuta in mente la storia di un giovane che ho conosciuto pochi anni fa, quando aveva vent’anni. Era nato nel nostro paese, da una mamma ticinese e da un papà immigrato. Un uomo buono, laborioso, intelligente. Si chiamava Nassim e aveva abbracciato la religione islamica. Nel luglio del 2015, a Londra, ha sposato Hafsa, una giovane insegnante in un liceo della city, diplomata a Oxford: l’aveva conosciuta nella capitale britannica, dove lavorava in quegli anni.

Qualche giorno dopo l’ultimo Natale era venuto a casa nostra con Hafsa, per salutarci e per gli auguri. Un cancro terribile lo faceva visibilmente soffrire. Così, da qualche tempo, era tornato in Ticino con la sua sposa, per curarsi nei nostri ospedali e, immagino, per essere vicino ai suoi genitori.

Era stata una chiacchierata emozionante e piena di ottimismo, soprattutto da parte sua. Ci eravamo salutati con un arrivederci a presto, il tempo di mettere al tappeto il male.

Pochi giorni dopo, il 20 gennaio, se n’è andato, senza mai aver avuto il tempo o il temperamento per far del male a (o di pensare male di) qualcuno. Da allora il suo corpo giace nel cimitero islamico di Lugano.

La tassa fantasma per le gite scolastiche

«Spendere meglio», magazine per i consumatori fondato nel 1996 dal giornalista Matteo Cheda, ha dedicato l’inchiesta di copertina del numero di agosto 2019 a una tassa che le scuole medie ticinesi, di proprietà del Cantone, prelevano iniquamente ai comuni.

Il servizio, firmato da Michele Lepori e Michele Sedili, titola: Allievi discriminati. E aggiunge: I comuni ticinesi versano alle scuole medie contributi molto diversi per le passeggiate.

Riassume il direttore, in una sorta di editoriale nell’ultima di copertina: Secondo il cantone, sono i comuni a decidere liberamente gli importi per le gite di studio. In realtà i comuni si adeguano alle richieste delle sedi scolastiche.

Tutto vero

La denuncia di «Spendere meglio» è fondata. Proprio un anno fa la tassa ha festeggiato i quarant’anni di vita – in silenzio, come s’addice agli umili e agli omertosi, benché i genitori legittimi non siano mai stati individuati. Cioè a dire: è una tassa concreta, che non è supportata da nessuna decisione politica e di cui, quindi, non c’è traccia nella legislazione della repubblica.

Avevo scoperto questa tassa quando ero direttore delle Scuole comunali della mia città (v. qui), per quanto fosse sotto gli occhi di tutti i comuni ticinesi, che la tassa la votavano insieme ai conti preventivi e a quelli consuntivi, al capitolo «Scuole», sotto una voce tipo Sussidi alle scuole medie per attività culturali e gite di studio. Il bello è che ci ero incappato un po’ per caso, un anno in cui la Città aveva ridotto l’importo destinato all’organizzazione dei periodi di scuola fuori sede dei suoi allievi, cioè, nella fattispecie, quelli di 3ª, 4ª e 5ª elementare delle scuole di Locarno. Proprio quell’anno una delle sedi di scuola media aveva chiesto alla Città un adeguamento della tassa, se non sbaglio da 60 a 80 franchi per allievo. La richiesta mi era stata inoltrata per preavviso, forse per sbaglio. Era la prima volta che l’incontravo e non ne sapevo nulla.

Mi ero un po’ scandalizzato e per qualche anno avevo cercato di segnalare la questione tramite le vie di servizio, imbattendomi nella totale indifferenza del mio comune, della stragrande maggioranza dei miei colleghi direttori di scuole comunali e, immagino, anche degli altri comuni, tant’è che l’illegale balzello è ancora lì, cresciuto con l’avanzare dell’età.

Da dov’è sbucata questa tassa?

La nuova scuola media, votata nel 1974 dal parlamento, debuttò come scuola dell’obbligo proprio nel Locarnese nel 1978/79 (giuro che le diverse regioni del cantone non si erano picchiate per accaparrarsi il vernissage), se non sbaglio in sei o sette sedi: oltre a Gordola, che era una delle due sedi sperimentali, i nati nel 1967 furono iscritti in prima media nelle sedi di Cevio, Locarno (2 sedi), Losone (2) e Minusio. Chissà perché, Ascona non aveva preteso una sua sede.

È in quell’anno scolastico che ci si accorse di non aver pensato, nell’elaborazione dei conti preventivi, a un credito per finanziare, appunto, attività culturali extra e gite di studio. È in quel contesto che nacque spontaneamente, dai comuni del Locarnese, la tassa oggi segnalata da «Spendere meglio»: come atto di fiducia, che doveva essere limitato a quell’anno scolastico.

Per concludere

Naturalmente si potrebbero proporre molte riflessioni sulla definizione e l’applicazione pedagogico-didattica dei concetti di attività culturale, gita di studio, passeggiata scolastica. Ne avevo parlato nella mia rubrica sul Corriere del Ticino nel 2003: ho appena riletto quel pezzullo e mi sento di dire che ha mantenuto tutta la sua attualità (La grande ricreazione di fine anno).

Vedo dalla tabella pubblicata da «Spendere meglio» che gli importi sono cambiati e si sono diversificati. Non credo che le scuole medie che impongono tasse più elevate siano più sensibili alla cultura o al turismo scolastico delle altre. Quel che invece è sicuro è che la tassa è solo una porzione dei costi – e non si sa neanche qual è l’entità della proporzione.

Ma tutto ciò non deve scandalizzare, né portare a soluzioni affrettate e prêt-à-porter. La qualità dell’educazione (e della cultura) non si misura in franchi. La vera ingiustizia non sta negli importi disuguali imposti dalle diverse sedi di scuola media, perché poi, in un modo o nell’altro, ci si arrangia, alla faccia dei 16 franchi che, secondo il tribunale federale, è la cifra massima che le scuole possono chiedere alle famiglie per le gite scolastiche.

Anche la scuola dovrebbe stare sulle spalle dei suoi giganti

Secondo un famoso adagio attribuito al filosofo medievale Bernardo di Chartres, «Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane». L’immagine è affascinante. Paolo Di Stefano, da quest’anno direttore artistico degli Eventi Letterari Monte Verità, ha voluto partire proprio da qui per contraddistinguere la sua prima edizione, inaugurata in aprile.

«Ognuno ha i suoi Giganti, maestri del passato e del presente a cui si ispira e che lo ispirano», ha detto Di Stefano. «Stando seduti sulle loro spalle abbiamo la possibilità di vedere più lontano. Perché intitolare così gli Eventi letterari Monte Verità? Perché è un problema chiave il nostro rapporto con la tradizione, con i maestri e con i classici in un mondo che sembra volerne fare a meno per puntare tutto su un’innovazione senza cultura, senza criterio e senza spessore». L’importanza dei classici non è una questione che tocca solo la letteratura. Pensando alla scuola, che dovrebbe essere l’epicentro del nostro sistema educativo, non possiamo trascurare i maestri di oggi e di ieri, che hanno lasciato testimonianze ed esperienze irrinunciabili.

Prendiamo Aristotele. Nell’Etica a Nicomaco scrive che «le cose che bisogna avere appreso prima di farle, noi le apprendiamo facendole: per esempio, si diventa costruttori costruendo, e suonatori di cetra suonando la cetra». È il principio della scuola attiva. Poi aggiunge: «Così anche compiendo azioni giuste diventiamo giusti, azioni temperate temperanti, azioni coraggiose coraggiosi. Ne è conferma ciò che accade nelle città: i legislatori, infatti, rendono buoni i cittadini creando in loro determinate abitudini, e questo è il disegno di ogni legislatore, e coloro che non lo effettuano adeguatamente sono dei falliti; in questo differisce una costituzione buona da una cattiva».

Siamo alla cosiddetta educazione alla cittadinanza, che non può essere ridotta a materia scolastica a sé stante: perché a questa stregua potremmo aggiungere altre discipline complesse, già in tenera età, come Imparare a camminare o a parlare, naturalmente con tanto di test, medie finali e promozione o bocciatura del prossimo compleanno.

Con un salto di duemila anni arriveremmo al padre della pedagogia moderna, Jean-Jacques Rousseau, che rafforzava l’idea di un ragazzo che, nel contempo, impara delle nozioni e viene educato a pensare con la propria testa: «Rendete il vostro allievo attento ai fenomeni della natura, e lo renderete ben presto curioso; ma, per alimentare la sua curiosità, non vi affrettate mai a soddisfarla. Ch’egli non sappia nulla perché glielo avete detto voi, ma perché l’ha compreso da sé. Se mai sostituirete nel suo spirito l’autorità alla ragione, egli non ragionerà più; non sarà più che il giocattolo dell’opinione degli altri».

Naturalmente dovremo ricordarci di altri giganti, come Johann Heinrich Pestalozzi, che a Stans accoglieva e educava gli orfani di guerra; o Janusz Korczak, che nel 1929 aveva dato alle stampe Il diritto del bambino al rispetto, e  nel ’42 finì a Treblinka, coi suoi ragazzi del ghetto di Varsavia.

La storia della scuola e delle idee pedagogiche – cioè delle utopie di taluni e delle pratiche di altri – è un patrimonio di esperienze e di ideali che dovrebbe conoscere chiunque vuol impegnarsi per migliorare ogni giorno la scuola di tutti, così da scongiurare riforme «senza cultura, senza criterio e senza spessore».

Spegnere i telefonini in aula?

Sull’edizione uscita domenica 26 maggio, il settimanale ilCaffè ha dedicato il suo confronto al tema dei telefonini in mano ad allievi della e nella scuola dell’obbligo. Col titolo Spegnere i telefonini in aula? I diritti e doveri non bastano, Clemente Mazzetta ha così introdotto il confronto.

Telefonini a scuola, sì o no? Una questione che da scolastica, educativa, comportamentale, si è fatta politica. Ed è uscita dall’ambito stretto delle discussioni familiari per sbarcare in parlamento, che dovrà decidere sulla mozione presentata da tre deputati che hanno posto la questione in termini ultimativi: proibire lo smartphone nelle scuole dell’obbligo, così come si è fatto in Francia e nel Canton Vaud. Quella del divieto totale è un’ opzione che il governo reputa eccessiva, perché “proibirne [l’uso] in modo assoluto significherebbe venire meno a un indispensabile compito educativo”.

Il Dipartimento educazione, cultura e sport ha comunque fornito alcune indicazioni: ovvero che i telefonini possono essere portati a scuola, ma devono restare spenti o in “modalità aereo”. Ovvero non connessi. Va da sé che non devono essere utilizzati durante le lezioni, che possono essere ritirati se usati in modo inappropriato, e il loro uso nel corso delle uscite didattiche deve essere stabilito dalla direzione scolastica.

Il tema dei telefonini, e delle valutazioni che seguiranno, evidenziano però ancora una volta come sulla scuola vengono scaricati nuovi compiti “educativi” a base di norme e regolamenti. Si confrontano sul tema un insegnante di oggi, Daniele Dell’Agnola, e un direttore didattico di ieri, Adolfo Tomasini.

Avevo già parlato di questa iniziativa giusto due anni fa (Vietare non serve a nulla, ma è un bell’alibi quando l’adulto non sa più che pesci pigliare), quando tre parlamentari – il popolare democratico Giorgio Fonio, il socialista Henrik Bang e la liberale Maristella Polli – avevano presentato la loro interrogazione.

Ora è giunto al Parlamento il parere del Consiglio di Stato. Ecco quindi le osservazioni che abbiamo messo a confronto, ognuno non sapendo chi fosse l’altro sottoposto a confronto.

L’analisi/1 – Ma non c’è bisogno di un divieto di Stato, basta quello scolastico

di Adolfo Tomasini

Capisco che il tema delle nuove tecnologie, e in particolare l’uso degli smartphone, interroghi e coinvolga anche il mondo della scuola, che fra i suoi compiti non ha solo quello di insegnare a leggere, scrivere e far di conto, ma, prima di tutto, quello di educare. Da qui a coinvolgere il Consiglio di Stato per stilare un regolamento che proibisca agli studenti l’uso del telefonino, o di altre diavolerie elettroniche, ce ne passa.

È la questione politica in sé che mi pare strana. Essere a scuola significa costruire delle competenze disciplinari assieme ad altre persone presenti in queste piccole comunità. Non si tratta dunque di decidere se vietare o consentire lo smartphone. A scuola si va per imparare e crescere culturalmente e socialmente. Ciò che ostacola il lavoro del maestro o dell’alunno va rimosso, senza se e senza ma. Il telefonino, per restare a questo esempio, deve restare muto durante il lavoro perché intralcia l’attività, non perché è proibito.

Tocca all’insegnante richiamare all’attenzione l’alunno che si distrae, che non sta attento, che non segue. È implicito nella sua funzione: non c’è bisogno del Consiglio di Stato. Come in passato non si potevano leggere giornaletti di nascosto, non si doveva usare il bigino, non si doveva disturbare, così oggi non si deve chattare, sbirciare le risposte sul telefonino, lasciarlo squillare. Basta l’autorevolezza del docente, che è più educativa di ogni regolamento. Analogamente, a chi i vuole proibire il telefonino per evitare forme di bullismo di ogni specie, dico che o i docenti hanno l’autorevolezza per impedire qualsiasi forma di prevaricazione, fisica o psicologica, oppure non sanno fare il loro lavoro. Se due ragazzi si picchiano nell’intervallo, per dirne una, non c’è bisogno di un regolamento per chiedere che il docente interrompa la zuffa. Così se si assiste all’uso improprio di un telefonino si intervenga. Tutto lì. L’educazione a scuola non può passare attraverso una serie sempre più affollata di norme sollecitate all’autorità superiore – un modo di fare, tra l’altro, che delegittima la scuola e gli insegnanti. Passa piuttosto da un dialogo fra la scuola e la famiglia, fra i docenti e i genitori, fra i maestri e gli allievi, anche per concordare in modo pragmatico l’uso del cellulare. In questo senso condivido l’indirizzo del Consiglio di Stato, che non vuole allinearsi a nuovi regolamenti, come in Francia o nel Canton Vaud, preferendo che siano i singoli istituti a regolare come meglio credono la libertà di decidere come comportarsi e di comunicare con chiarezza i diritti e i doveri di ognuno: allievi, genitori e insegnanti.

L’analisi/2 – La scuola è chiamata a evitare gli eccessi delle nuove tecnologie

di Daniele Dell’Agnola

Non è facile né scontato prendere posizione fra il divieto assoluto agli smartphone a scuola e l’apertura ad un suo uso fra le mura scolastiche, anche se regolamentato. Sarei contrario ad una proibizione totale, come è stato deciso in Francia. Ma osservare decine di ragazzi nei cortili, fermi, incollati ad uno schermo, mette tristezza: la scuola deve restare un luogo di socializzazione, di formazione della persona e non uno spazio per un uso inconsapevole di oggetti tecnologici. Dovrebbe fare una “resistenza” intelligente all’abuso.

Le nuove tecnologie, i telefonini fanno parte della vita degli adolescenti. E, considerato che la scuola ha anche una importante finalità educativa, occorre prenderne atto, occorre farci i conti. Magari, integrandoli nell’ambito didattico, per un uso critico, ragionato, di queste nuove tecnologie. Nel contempo dobbiamo essere consapevoli che permetterne un uso senza vincoli nel contesto scolastico significa ancora una volta far ricadere sui docenti una sfida altissima a cui non tutti sono pronti e preparati. Alla norma generale del DECS sull’uso dei cellulari, bisogna affiancare la sensibilizzazione, la formazione, il dialogo. Non bastano un quadro normativo e delle regole di comportamento: occorre che gli insegnanti siano anche rassicurati. Ovviamente siamo tutti favorevoli ad un’educazione verso le nuove tecnologie, perché i ragazzi devono essere capaci di orientarsi in quest’ambito, devono riuscire a distinguere il vero dal falso, le news autorevoli e le fakes, le bufale, devono essere consapevoli di cosa significa divulgare un’informazione.

Però attenti, perché gli insegnati hanno già tanti altri compiti: devono prestare attenzione alle forme di disagio, devono curare la disciplina che insegnano, osservare gli atteggiamenti in classe, entrare in relazione con gli alunni. Gli smartphone sono entrati nella “dimensione scuola” negli ultimi dieci anni, quindi non possiamo essere pronti a improvvisare. Che fare dunque? Penso che sarebbe opportuno mettere dei limiti. Fare un po’ di “resistenza”. Pensando ad esempio ad uscite senza l’uso del cellulare. Un’esperienza anche solo di una giornata per far capire ai ragazzi che si può vivere, camminare, comunicare anche senza telefonini. Ciò non esclude una riflessione su un loro utilizzo più consapevole, anche attraverso esperienze a contatto con le tecnologie: il cellulare potrebbe entrare anche nell’aula all’interno di un percorso intelligente di sensibilizzazione all’uso. E con una formazione adeguata degli insegnanti. Ricordiamoci che con le regole si fa esperienza. E si cresce.


Qui finisce il servizio “comparativo” de ilCaffè. Sono contento di aver scoperto stamattina che il mio “avversario” di idee era Daniele Dell’Agnola, insegnante e scrittore che stimo molto.

Copia della pagina del domenicale può essere scaricata qui.

Il sito di Adolfo Tomasini, dove si parla di educazione e di scuola