Serve una nuova didattica per l’oralità

Chissà se la scuola insegna a parlare? Nell’immaginario è più rinomata per il silenzio, perché a scuola si sta zitti e si ascolta con attenzione l’insegnante: che spiega, puntualizza, espone. A volte rimprovera, ad esempio quando si chiacchiera. Ci sono pure situazioni ambigue, come quando pone una domanda a tutta la classe. C’è chi fa scattare la mano alzata e l’accompagna con «Io! Io!». E c’è chi, se potesse, si nasconderebbe, e fa il possibile per non farsi notare: perché è insicuro o timido. Spesso, quando poi arriva la risposta, lui si pente, perché la sapeva. Ma stando zitto rischia poco. Di solito, però, gli allievi fanno silenzio. Ascoltano, sembrano attenti. Saranno stuzzicati dall’argomento e lo capiranno? Chissà, a volte sì. Alcuni sì. Ma quando le cose vanno per le lunghe è quasi certo che ci sia chi si distrae, libera la fantasia, cercando di non darlo a vedere.

Secondo il nostro piano di studi, leggere, parlare, ascoltare e scrivere sono le essenze dell’espressione linguistica, le quattro abilità che «si combinano tra loro, vengono acquisite contestualmente e si rafforzano l’una con l’altra». Tuttavia la scuola è molto più centrata sulla scrittura, quella da produrre e quella da leggere. La didattica dell’italiano è prodiga di proposte interessanti in questi campi, ma è difficile trovare delle proposte strutturate e avvincenti dedicate all’espressione orale (o all’ascolto).

Non è ragionevole limitarsi al solo parlato informale, con interventi di revisione più o meno casuali e forse limitati agli errori più grossolani. Anche in quest’ambito, per contro, sarebbe più che appropriato far sì che l’allievo diventi protagonista attivo del suo apprendimento, così come si impara a scrivere scrivendo e a leggere leggendo. Oltre a ciò si consideri che l’oralità coinvolge un pubblico, grande o piccolo che sia: perché si può dialogare, presentare, discutere. Serve dunque un progetto didattico con i suoi tempi, le sue regole, i suoi contesti specifici.

Parlare bene è difficile come scrivere bene, ma non è la stessa cosa. Esprimersi davanti a un gruppo di compagni è un po’ come affrontare il foglio bianco. Prima di parlare o di scrivere è necessario prepararsi, strutturare il proprio pensiero, sapere cosa si vuole raccontare, descrivere o argomentare. Tra queste due produzioni linguistiche vi sono analogie e diversità. C’è che il testo lo puoi rivedere e cambiare prima affidarlo al lettore; mentre quando parli, se ti parte la cretinata corri un serio pericolo. Senza una didattica dell’oralità, regolare e bene articolata, è alta la possibilità che a parlare sia solo chi porta in dote quel tanto che ha imparato prima di entrare a scuola.

Serve insomma, con una certa urgenza, un nuovo impegno didattico, affinché l’espressione orale diventi un apprendimento fondamentale durante tutta la scuola obbligatoria, perché imparare a parlare in modo appropriato significa anche saper ascoltare e discutere con rispetto.

Dovrà essere una didattica che per forza di cose coinvolgerà anche l’educazione di chi ascolta. Ad esempio, l’esercizio di presentare un libro, un’immagine o un evento dovrà avere regole sue: un tempo prestabilito per la preparazione e per la presentazione, una scaletta chiara, un finale critico e formativo. Il ruolo dell’insegnante, in tutto ciò, sarà come sempre essenziale, perché toccherà a lui garantire lo svolgimento sereno dell’intervento e proporre una correzione utile al relatore e al suo pubblico.


L’articolo è stato pubblicato col titolo Lo studente protagonista con la didattica dell’oralità.

Come dare parola al pensiero

La scuola insegna fin dall’età più tenera a strutturare un testo. Ancor prima di cominciare a scriverlo – più o meno in seconda elementare – il testo richiede un senso e un’organizzazione. Quando l’insegnante della scuola dell’infanzia chiede ai suoi piccoli allievi di reagire dopo aver ascoltato una fiaba, li aiuta, con stimoli mirati e opportuni, a organizzare ciò che vogliono esprimere, passando da qualche parola-chiave a frasi semplici di senso compiuto. Bisogna cioè imparare a dare delle parole a un pensiero, a un’idea.

Negli anni successivi proseguirà un cammino di formazione lungo, difficile e appassionante. Per insegnare a raccontare un’idea, un parere o una storia non ci si può limitare a dire o scrivere le prime cose che vengono in mente, in maniera disordinata e sconclusionata. La scrittura, in proporzione col proprio grado di sviluppo cognitivo e culturale, deve mirare a un senso. Ma per avvicinarsi sempre più a questo traguardo – un traguardo che potrebbe durare per tutta la vita – è necessario che la scuola affronti il percorso col massimo degli sforzi, perché la strutturazione del pensiero ha bisogno di competenze linguistiche – l’ortografia, la grammatica, la sintassi, il lessico – e di competenze culturali, vale a dire di conoscenze e di relazioni interdisciplinari. È quindi un impegno che coinvolge tutta la scuola, non solo i docenti di italiano.

Il compito della scuola non è quello di formare scrittori, giornalisti o poeti. Ma è possibile e doveroso adoperarsi affinché a quindici anni ognuno sia in grado di esprimersi con chiarezza e rispetto delle regole linguistiche. Tutti devono raggiungere la capacità di dare valore e profondità a ciò che si vuole raccontare, descrivere, esporre, argomentare o riassumere. L’obiettivo è alto e nobile. Nondimeno, per parlare di qualcosa, occorre conoscere l’argomento. Sarà, da adulti, una responsabilità individuale. Ma la scuola deve educare alla responsabilità e all’impegno, affinché nessuno si esprima a vanvera, in modo sciatto, camuffando le proprie inettitudini o millantando conoscenze inesistenti. C’è un galateo della comunicazione, orale o scritta che sia, e ci deve essere un bon ton pedagogico.

Ad esempio, non si può accettare che gli allievi debbano svolgere dei temi a freddo, raccattando le prime idee che vengono in mente. Prima di affrontare il foglio bianco, per contro, bisogna chinarsi insieme sul tema dato o scelto: con la lettura, la discussione, il dialogo; e occorre recuperare i saperi appresi in altre discipline – la storia, le geografia, le scienze, la matematica, le arti.

Pian piano, dunque, si dovrà passare da frasi semplici a testi più complessi e strutturati, imparando a padroneggiare con la giusta misura gli strumenti espressivi e gli artifici della lingua, e a scegliere il registro linguistico più adeguato al contesto.

C’è il tempo per farlo, ma il tempo non bisogna sprecarlo. E, soprattutto in questo campo, bisogna rifiutare la logica della competizione e del posto in classifica. Bisogna aiutare gli allievi a scrivere e a pensare. Si impara con la pratica, con lo studio e con l’aiuto dei docenti. Ha scritto don Lorenzo Milani: Durante i compiti in classe [la professoressa] passava tra i banchi, mi vedeva in difficoltà o sbagliare e non diceva nulla. Io in quelle condizioni sono anche a casa. Ora invece siamo a scuola. E lì, ritta a due passi da me, c’è lei. Sa le cose. È pagata per aiutarmi. E invece perde il tempo a sorvegliarmi come un ladro.


La citazione di Don Milani è tratta da SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, 1967, Libreria editrice fiorentina, pp. 127-8

Per scegliere in libertà cosa fare da grande

Fino a cinquant’anni fa, e da più di un secolo, in Ticino esistevano solo tre scuole medie superiori: il liceo a Lugano, la scuola magistrale a Locarno e la scuola di commercio a Bellinzona. È negli anni ’70 che accade la rivoluzione, che renderà concreta la democratizzazione degli studi attraverso l’istituzione della scuola media unica e la creazione dei licei di Bellinzona, Locarno e Mendrisio. È curioso constatare che, nel frattempo, la scuola magistrale è sparita e che la formazione degli insegnanti, diventata post-liceale, è ora affidata alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI).

Lo storico palazzo che accoglie ancor oggi il Liceo cantonale di Lugano 1 (immagine tratta da La storia del liceo cantonale).

Ma lo sviluppo più straordinario è avvenuto a livello di formazione professionale, che conta oggi una varietà di specializzazioni altissima, da quelle più tradizionali a tante altre di più recente creazione. Ciò mette in risalto una grande capacità di adattamento alla realtà professionale e di reattività alle sfide di un mondo del lavoro in rapida e continua evoluzione. Il settore della formazione professionale, insomma, è l’assioma di chi ci avverte che fra vent’anni i neonati del 2020 faranno un mestiere che non esiste ancora – senza scordare che lo si diceva già trent’anni fa. A ciò si aggiunga che molte di queste formazioni specializzate possono portare al conseguimento della maturità professionale, che consente l’accesso a un’ulteriore qualifica in istituti formativi di livello universitario. Il settore della formazione professionale è ormai diventato una costellazione scintillante, vivace, curiosa e rigorosa, che non ha proprio nulla da invidiare al più blasonato liceo.

Non è una novità che da diverso tempo c’è chi segnala una percezione fuorviante delle formazioni possibili al termine della scolarità obbligatoria. Il consigliere di stato Gabriele Gendotti, già nel 2003, si chiedeva se non occorresse «sostenere maggiormente la via di una formazione professionale ancora troppo spesso (e a torto!) ritenuta di serie B». E il parlamentare Nicola Pini, nel 2014, rimarcava come «La conoscenza è una virtù fondamentale e una premessa di libertà, un bene che è a prova di furto. Ma i percorsi formativi sono percorribili e di qualità anche in campo professionale».

È il settimanale della RSI «Falò» che, nel 2019, aveva messo qualche puntino sulle i, affermando senza giri di parole che «Chi ha una licenza con i livelli B, dopo la scuola dell’obbligo si trova di fronte molte porte chiuse, fra cui anche quelle dell’apprendistato. A essere colpiti maggiormente – continuava il servizio – sono i giovani con origine sociale bassa» oltre a quelle centinaia «che sono a casa “a far nulla”, che hanno smesso di studiare e di cercare un impiego».

In effetti il nodo centrale è lì, nella scuola media, che funziona come se fosse il vecchio ginnasio, quasi che fossero ancora vive le intenzioni dei suoi fondatori di metà ’800: preparare e selezionare chi avrebbe frequentato il liceo, per diventare avvocato, medico, architetto, ingegnere.

Purtroppo i meccanismi di selezione della scuola dell’obbligo continuano imperterriti a tenere in vita un’idea obsoleta. Invece, e più correttamente, oggi servirebbe una scuola capace di dare a tutti la più solida base culturale che chiunque possa ragionevolmente raggiungere a quell’età. Solo così ognuno sarà in grado di scegliere la formazione post-obbligatoria che riterrà più idonea e vicina ai suoi interessi e alle competenza fin lì acquisite. Una scelta che sarebbe vantaggiosa per tutto il paese.

Saluti dal 2020, auguri per il 2021

È stato l’anno di Gianni Rodari – era nato cento anni fa, aveva vinto il premio «Andersen» nel 1970 ed era morto nel 1980. Ma il 2020 lo ricorderemo per la pandemia.

L’anno nuovo (Gianni Rodari, 1960).

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

L’augurio finale ci sta tutto, oggi come sessant’anni fa; anche perché in questo indimenticabile 2020, SARS-CoV-2 non ha fatto proprio tutto da solo, molti uomini ci hanno messo del loro per farlo così, e non hanno ancora smesso, tra mezze aperture e mezze chiusure, negazionisti, integralisti e attesa del miracoloso vaccino, che non ha nulla di miracoloso, né di istantaneo.

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È un augurio, quello di Rodari, che assomiglia alle parole che lo scrittore Andrea Fazioli ha lasciato sull’ultimo numero di EXTRA Sette, il settimanale allegato al Corriere del Ticino ogni venerdì.

Il mio proposito per il 2021 è impegnativo: ho deciso di non formulare propositi per l’anno nuovo. Proverò a essere attento alle persone, alle cose che mi circondano, e spero di riuscire a improvvisare sugli accordi che il 2021 mi suonerà. Dal momento che non so quali accordi saranno, non voglio decidere in anticipo la melodia. Mi lascerò sorprendere. In fondo, che cosa sarebbe la vita senza sorprese?

Saggia proposta, sarà come gli uomini lo faranno, nelle condizioni in cui si troveranno a decidere cosa fare.

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Le prime restrizioni, nel cantone Ticino, erano cominciate il 9 marzo. Da lì in poi abbiamo visto e sentito di tutto. Indimenticabile sarà l’invito agli anziani – cioè a chi superava i 65 anni – ad andarsene in letargo per un po’ (e per il loro bene, ovvio) e a stare alla larga dai negozi. Da allora si è sentito di tutto.

Ancora recentemente si è consigliato agli anziani di andare per negozi nelle prime ore dell’apertura mattutina – e diversi supermercati hanno anticipato i loro orari.

Abbiamo così scoperto che gli anziani, nell’immaginario sempliciotto di chi ci governa, sono persone che vanno a letto presto, dormono poco e non hanno niente da fare per passare le giornate. Quindi vadano a compare il pane quand’è ancora caldo e croccante (anche se oggi il pane è caldo e croccante anche nel tardo pomeriggio).

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Il 16 marzo hanno chiuso le scuole, con il supporto della «scuola a distanza».

L’11 maggio le hanno riaperte in presenza: è stato il giorno più bello dell’anno. Sul secondo gradino del podio metterei il 31 agosto, quando l’anno scolastico 2020-2021 è stato aperto normalmente.

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Meno bene sta andando per la cultura e per l’arte.

Sul medesimo numero di EXTRA Sette appena citato, il direttore d’orchestra Diego Fasolis ha chiosato: A inizio 2020 avevo un’agenda strepitosa con tante date nei maggiori teatri d’Europa. Un microscopico «coronavirus» ha fermato e chiuso il Teatro alla Scala il 23 febbraio 2020 e poi tutto il resto. Gli artisti non garantiti sono ridotti alla fame e al silenzio. Centri commerciali affollati e Teatri chiusi. Intanto le persone muoiono, da sole, senza respiro e senza il calore dei parenti. Si capisce che l’Arte, che da sempre estrae dagli esseri umani il meglio di sé, che li consola e li affratella, non rappresenta più un valore. Artisti inutili in una società disorientata e dominata dal Dio denaro. I politici, che da sempre in Svizzera agiscono in acque chete su barche per lo più attraccate al porto, si trovano ora in acque aperte e burrascose con il brevetto da riva. L’Artista, da sempre in balia dei potenti, ha sviluppato la capacità di sopravvivere e ha un’alta missione. Ci saranno dunque voci e strumenti anche nel 2021! Buon Anno.

Applaudo.

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La lettura mi ha tenuto compagnia in questi mesi. Ho letto più del solito, anche perché sono ormai mesi che non esco più da Locarno. L’ultima volta è stato a Berlino nell’autunno del 2019.

Anche grazie al mio bravo libraio, ho potuto continuare a rifornirmi, malgrado il lockdown primaverile. Tra i tanti che mi sono capitati tra le mani, mi piace citarne una quindicina, che mi hanno offerto viaggi bellissimi; li cito nell’ordine in cui li ho letti a partire dall’8 marzo: Mara (Ritanna Armeni), L’angelo di Monaco (Fabiano Massimi), La misura del tempo (Gianrico Carofiglio), L’architettrice (Melania G. Mazzucco), Prima di noi (Giorgio Fontana), L’assassinio del Commendatore (Murakami Haruki), Noi (Paolo Di Stefano), A proposito di niente (Woody Allen), Lo specchio delle nostre miserie (Pierre Lemaitre), L’enigma della camera 622 (Joël Dicker), L’estate di Piera (Giampaolo Simi), Terra alta (Javier Cercas), M – L’uomo della provvidenza (Antonio Scurati), Nella notte (Concita De Gregorio), Una vita come tante (Hanya Yanagihara), ancora in lettura.

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A proposito di arte. Nel dicembre del 2019 avrebbe dovuto esserci la 55ª edizione dei Concerti per le scuole, manifestazione che avevo organizzato dal 1998. Nelle mie intenzioni doveva essere la “mia” ultima edizione, ma fui costretto ad annullarla, per diverse e importanti ragioni. Avevo già trovato un successore (meglio: una succeditrice giovane, entusiasta e bravissima). Va da sé: la sua prima edizione, che avrebbe dovuto tenersi due o tre settimane fa, non è neanche stata progettata: tutto chiuso già da marzo, senza prospettive ancora a inizio estate.

Analogamente è saltato anche l’appuntamento con «Piazzaparola», manifestazione letteraria che si rivolgeva agli allievi del II ciclo della scuola elementare. Aveva esordito al castello visconteo di Locarno nel settembre del 2013 con Giovanni Boccaccio, per poi proseguire, anno dopo anno, con Leonardo da Vinci e Ovidio; poi Don Chisciotte, Don Giovanni, Anne Frank e Frankenstein. Quest’ultimo avrebbe dovuto andare in scena anche a Lugano, in aprile… Niente da fare, così come il progetto per il settembre scorso.


Quali desideri per il nuovo anno?

Per rifarsi a Rodari: sarà come gli uomini e le donne lo faranno, o lo devasteranno; sapendo che non dipenderà solo dai singoli (ma anche da loro).

Buon anno (con Diego Fasolis) e lasciamoci sorprendere (con Andrea Fazioli).

Prima o poi anche le truppe del generale Covid avranno la loro Little Bighorn: di più, per ora, scritto non trovo nel destino dell’anno nuovo: per il resto, anche quest’anno sarà come gli uomini lo faranno.

L’équipe contro la solitudine

Ricordiamo bene l’impatto violento che la pandemia, in primavera, aveva avuto anche sulla scuola. L’inattesa calamità aveva messo in luce il valore della presenza di allievi e docenti negli spazi scolastici, ricordandoci la centralità educativa della convivenza e della comunicazione, un’essenza che supera la capacità di raggiungere gli obiettivi dettati dai programmi. A chi vagheggia una selezione sempre più precoce, conviene chiarire che la scuola dell’obbligo non ha tra i suoi tanti e difficili compiti quello di preparare gli allievi alla scuola che «viene dopo», attraverso una gerarchia che dalle scuole di maturità scende fino al certificato di formazione pratica.

Il nostro ministro dell’educazione, intervenuto proprio una settimana fa su queste pagine, a proposito di scuola dell’obbligo ha scritto che servono dei provvedimenti «che migliorino la personalizzazione dell’insegnamento e le possibilità per i docenti di differenziarlo in base alle diverse capacità degli allievi». Non si può fingere che le differenze prodotte dall’origine sociale, economica e culturale, dalla lingua, dalla religione e dalla propria storia siano solo fatalità.

Fin qui i tentativi per mirare a condizioni migliori per differenziare l’insegnamento ruotano attorno alla diminuzione del numero di allievi per classe e alla presenza di figure specializzate. A seconda del bisogno, nelle aule della scuola obbligatoria si possono incontrare i docenti di appoggio, di sostegno pedagogico e di lingua e integrazione degli alloglotti, oltre a logopedisti, psicomotricisti, specialisti per la gestione dei casi difficili e operatrici pedagogiche per l’integrazione.

Permane, sullo sfondo, la solitudine del docente, che è il vero regista di ciò che succede nella sua aula. È piuttosto difficile capire i motivi che conducono la maggior parte dei sistemi scolastici a puntare tutto sul deus ex machina. Oggi non si parla più di vocazione, come s’usava in altri tempi, anche se la figura del maestro di scuola elementare o del professore della media ricordano per tanti versi i preti che, per primi, si occuparono dell’istruzione di bambini e ragazzi.

Forse bisognerebbe cominciare a pensare a una diversa organizzazione dell’insegnamento obbligatorio; per esempio l’insegnamento in équipe, vale a dire un gruppo di insegnanti che gestisce in comune l’equivalente di un numero di allievi che, normalmente, sarebbero ripartiti in due, tre o più classi. Lavorare insieme – come già succede in molti altri ambiti – offre alternative interessanti per gli insegnanti stessi, che potrebbero sviluppare dinamiche generatrici di successo educativo: nella relazione coi loro allievi e con le famiglie, e con originali possibilità di elaborazione e di sperimentazione della didattica e della valutazione.

Insegnare in équipe non è una soluzione magica; laddove è già una realtà segue logiche diverse l’una dall’altra. Ma ha l’indubbio pregio di mettere insieme docenti con bravure diverse, affinché la qualità del gruppo sia maggiore della somma delle capacità individuali. Lavorare con colleghi che hanno capacità, esperienze e passioni eterogenee diversifica i contributi, ma non toglie nulla ai singoli.

Eppure è un’impostazione di cui non parla nessuno. È legittimo sperare che prima o poi l’istituto che forma, abilita e aggiorna i nostri insegnanti cominci a guardare oltre la famosa siepe cantata dal poeta, per tornare a essere un luogo di riflessione e di stimolo anche al di là dei contenuti, delle didattiche e delle tecnologie.

Il sito di Adolfo Tomasini, dove si parla di educazione e di scuola