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A scuola tutte e tutti in divisa dai quattro ai dieci anni

Una granconsigliera liberale rilancia un’idea e una pratica vecchie come il cucù, sempre giustificate con la necessità di evitare che si riconosca lo stato sociale di allievi e allieve. Ma come diceva Gianni Rodari “la povertà va abolita, non nascosta”

Non è la prima volta che a qualcuno viene in mente di mettere in divisa allievi o studenti di questo o quell’altro settore scolastico. Nel 2006, per esempio, i delegati del partito radicale svizzero avevano discusso la proposta di generalizzare l’introduzione dell’uniforme per scolari e studenti. Scrisse l’allora direttore del CdT: La divisa evita il confronto basato sull’esibizione da parte dei più “ricchi” di abiti e scarpe che gli altri non si possono permettere, si disinnescano le tensioni legate alle tenute sempre più provocanti delle ragazze, si favorisce anche sul piano visivo l’integrazione dei giovani immigrati.

Nel 2019 il Ministro italiano dell’interno – tale Salvini Matteo, vicepresidente del Consiglio dei ministri, governo Conte I – aveva proposto l’obbligo di indossare il grembiule a scuola. La notizia non risultava nei siti istituzionali, ma l’aveva proclamata durante un comizio: Diranno che lo faceva anche il Duce. Ma siamo in democrazia, bisogna riportare ordine e disciplina. E poi: Abbiamo riportato l’educazione civica a scuola, chiederò che venga rimesso anche il grembiulino ai bambini, per evitare che ci sia chi viene con le felpe da 700 euro. Detto da uno che di felpe se ne intende.

Ora è la volta della deputata liberale radicale e vicesindaca di Ascona Michela Ris: con una mozione, chiede di valutare l’introduzione di una divisa scolastica nella scuola dell’infanzia e in quella elementare. Firmano con lei un leghista, quattro deputati del Centro, tre liberali e una democentrista. Un dettaglio che fa sorridere: l’atto parlamentare porta il numero 1968, e il salto all’anno – e alla Cina di Mao, che di divise era pratico – è immediato.

Il motivo per cui l’uniforme riguarderebbe solo le scuole comunali, vale a dire i primi sette anni della scuola dell’obbligo, è presto detto: La scuola – spiega la signora Ris – non è soltanto il luogo nel quale i nostri bambini imparano a socializzare, leggere, scrivere e far di conto. È anche uno dei primi luoghi nei quali imparano a vivere in una comunità, a rispettarne le regole e a comprendere che nella vita esistono contesti diversi, ai quali è necessario sapersi adeguare. Tra questi insegnamenti vi è, a nostro avviso [è pure l’avviso di Salvini], anche quello relativo al modo di presentarsi e di vestirsi. In divisa.

Provando a calarmi nei panni della signora Ris, mi sarebbe semmai venuta un’idea più semplice. In quei primi sette anni di scuola il modo di vestirsi dei pargoli lo decidono i genitori, a volte trasformandoli, loro malgrado, in piccoli fighetti per procura. Ma quando gli ormoni cominciano a premere, la faccenda si complica. Ricordo due ragazzine di quinta elementare che arrivavano a scuola con gli abiti scelti dai genitori e, in mano, un sacchetto di plastica. Nel sacchetto, all’insaputa di tutti, c’era l’abbigliamento da grandi, senza procura.

Come dar torto alla nostra deputata? In realtà l’abito fa il monaco, eccome se lo fa. In altri anni i preti indossavano l’abito talare; nel frattempo quasi tutti l’hanno mollato, ma alcuni hanno serbato il collarino. Analogamente la stessa signora Ris indossa abbigliamenti e accessori consoni alla sua idea di contesto istituzionale, che comunicano quello che in sociologia si chiama habitus: un segnale visivo di appartenenza e rispetto delle regole. È la prova vivente che la divisa – anche quella non scritta – comunica chi siamo e che ruolo stiamo interpretando. Senza scordare lo storico patron della FIAT, quell’Avvocato Agnelli che, negli anni ’80, portava il Rolex sopra il polsino della camicia, un vezzo imitato dai giovani rampanti della Milano da bere: Agnelli poteva permettersi di trasgredire una regola. La divisa che si vorrebbe cucire addosso ai bambini toglie invece a tutti, fin da piccoli, proprio quella possibilità.

La trovata di mettere in divisa tutti gli scolaretti da 4 ai 10 anni non è del tutto originale.

Ho seguito, su un grande giornale, una piccola polemica, aveva scritto mezzo secolo fa l’indimenticabile Gianni Rodari. Un noto professore di pedagogia si diceva contrario all’obbligo di indossare il grembiulino, la tradizionale uniforme dentro la quale i bambini dovrebbero sentirsi tutti uguali di fronte al maestro, ma che contrasta con la personalità, lo spirito di indipendenza, la libertà dei bambini. Due madri gli rispondevano sottolineando i vantaggi del grembiulino: economia, praticità, igiene, impossibilità (per le bambine specialmente) di fare sfoggio di vanità. Ho chiesto l’opinione dei maestri che conosco. Uno mi ha detto che “Se non ci fosse il grembiulino i bambini poveri avrebbero l’umiliazione di mostrare le loro toppe nei pantaloni ai bambini ricchi, vestiti come figurini”. Questo ragionamento non mi convince. La povertà va abolita, non nascosta.

Altri tempi, parrebbe. Ma la proposta della signora Ris azzera il condizionale. Se dunque il tessuto non basta a garantire parità, è sul terreno del sapere che bisogna costruire la vera uniformità. Ben altre sono le divise che andrebbero condivise, vista la tradizionale divisione generata dalla scuola stessa: la padronanza della lingua di comunicazione e di pensiero, la competenza matematica, la conoscenza della storia, delle scienze naturali, delle arti. Le uniche, del resto, che Mao non è mai riuscito a cucire addosso a nessuno.

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La scuola fuori dalla scuola

L’insegnamento attraverso la realtà pratica può essere più efficace dell’insegnamento scolastico. Lo teorizzava Ivan Illich, autore di “Descolarizzare la società”. Che avesse ragione?

“Dare a tutti eguali possibilità d’istruzione è un obiettivo auspicabile e raggiungibile, ma identificare questo obiettivo nella scolarizzazione obbligatoria è come confondere la salvezza eterna con la chiesa. La scuola è divenuta la religione universale di un proletariato modernizzato e fa vuote promesse di salvezza ai poveri dell’era tecnologica”. Queste parole, persino sacrosante, le ha scritte uno storico, pedagogista e filosofo austriaco poco più di cinquant’anni fa, proseguendo poi in questi termini: “Lo stato nazionale ha fatto propria questa religione arruolando tutti i cittadini in un programma scolastico graduato che porta a una successione di diplomi e che ricorda i rituali iniziatici e le ordinazioni sacerdotali di tempi lontani. Lo stato moderno si è assunto il compito di far rispettare le decisioni dei suoi educatori per mezzo di volonterosi funzionari addetti alla lotta contro gli evasori dall’obbligo scolastico e mediante i titoli di studio richiesti per ottenere un impiego, un po’ come i re spagnoli facevano applicare le decisioni dei loro teologi servendosi dei conquistadores e dell’inquisizione”.

Siamo nel 1971, l’onda lunga del Sessantotto non si è ancora del tutto spenta. A scrivere quelle righe è Ivan Illich, nato giusto un secolo fa e morto nel 2002. La scuola, in quegli anni, rivendicava più libertà pedagogica e didattica, e contestava i piani di studio degli anni ’50. Ma nessuno osava scalfire la Laica Trinità Istituzionale: l’Insegnante, la Sua aula, i Suoi allievi. Da quella struttura non si uscirà mai davvero, salvo per l’espansione colonizzante degli specialismi: un po’ meno nella scuola elementare, quasi fondativa dalla scuola media in su.

Illich, che non ha niente a che fare coi movimenti del Sessantotto, in quegli anni pubblica “Descolarizzare la società”. Osserva che “è fuori della scuola che ognuno impara a vivere. Si impara a parlare, a pensare, ad amare, a sentire, a giocare, a bestemmiare, a far politica e a lavorare senza l’intervento di un insegnante. Gli orfanelli, gli idioti e i figli degli insegnanti imparano quasi tutto quello che sanno fuori del processo “educativo” predisposto per loro. Gli insegnanti che hanno tentato di migliorare l’istruzione dei poveri hanno ottenuto risultati mediocri. Ai genitori poveri che vogliono mandare a scuola i loro bambini non interessa tanto ciò che impareranno, quanto il diploma e i soldi che grazie al diploma potranno guadagnare. E i genitori borghesi quando affidano i propri bambini a un insegnante lo fanno per impedire che imparino ciò che i poveri apprendono per le strade”. Come nota efficacemente il nostro contemporaneo Philippe Meirieu: «Meno male che non è la scuola a insegnare ai bambini a camminare: altrimenti avremmo un terzo della popolazione che cammina bene, un terzo che zoppica e un terzo che rimane immobilizzato a letto!»

Studi più recenti si occupano dell’educazione informale, quel concetto che Illich aveva intuito senza ancora nominare. Nel 1993 un gruppo di ricercatori aveva dimostrato l’efficacia dell’educazione di strada, non imposta da alcuna autorità, osservando dei ragazzini che vendevano frutta in strada. Mentre risolvevano correttamente il 98% dei calcoli complessi nel contesto reale del mercato, la loro precisione crollava al 37% quando gli stessi problemi venivano proposti in forma astratta e scolastica, confermando che le competenze acquisite con la pratica potevano essere più efficaci delle didattiche scolastiche. Un’analoga ricerca aveva puntato i riflettori sulle casalinghe che, al supermercato, erano confrontate con Azioni imperdibili. Anche in quel caso i loro calcoli mentali non le avevano tradite, mentre gli stessi quesiti, in versione scolastica, avevano dato risultati più scadenti.

Ivan Illich (Vienna 1926 – Brema 2002)

Sarebbe interessante discuterne oggi direttamente con Illich, immaginandolo ancora quarantacinquenne: chiedergli cosa pensa della nostra scuola, ancora lì ben salda e obbligatoria, ma col moltiplicarsi infinito di diplomi, bachelor e master e formazioni continue che spesso sono continue anche se non si impara niente di nuovo – sempre che imparare abbia a che fare con scelte individuali e umanistiche a favore della propria professionalità, non solo dettate da promozioni e fragili avanzamenti curricolari ed economici.

Eppure già in quegli anni Ivan Illich restò solo. Credo che le generazioni di insegnanti degli anni ’40 e ’50 l’abbiano incontrato sui loro percorsi formativi, perché tutto ciò che sosteneva era interessante, a parte, chissà?, l’abolizione delle scuole, che ovviamente non sarebbe stata applaudita da chi insegnante lo era già, lo stava diventando oppure sognava di diventarlo. Non tutti avevano la cosiddetta vocazione, perché c’erano, e ci sono ancora, canti di sirene piuttosto ammalianti, per lo più senza rischi.

Non so se oggi esista ancora, da qualche parte, una sana vena di iconoclastia, qualche opinione spregiudicata, radicale e irriverente verso le nostre autorevoli e secolari istituzioni. Ma mi piace crederci.

★★★

PS: Pochi anni dopo “Descolarizzare la società” [Deschooling society, 1971: New York, Harper & Row], Illich se la prese anche con la sanità, denunciando, tra tante cose, la diffusione di malattie iatrogene, cioè malattie generate dalla notevole crescita della medicalizzazione. Nel 1975 pubblicò “La nemesi medica”, (Medical nemesis, London: Calder & Boyars). Se ci si pensa, si nasce se un medico lo certifica, e anche la morte è certificata da un medico. Serve un certificato per non andare al lavoro se ci si sente indisposti. Serve un diploma per poter entrare nel mondo del lavoro, in termini economici e sindacali. Se non hai il pezzo di carta non sei nessuno. È la liturgia finale di questa fede moderna. Capita, purtroppo.

Scritto per Naufraghi/e

L’età della ciarlataneria e dell’inganno

Senza una cittadinanza capace di pensare criticamente, la democrazia non si degrada per scandalo o colpevole ignoranza, ma per abitudine

La nostra è l’età della ciarlataneria e dell’inganno, scriveva il filosofo e pedagogista americano John Dewey nel 1922. Di questi c’è oggi maggior quantità, circolazione più rapida e incessante e assorbimento più rapido e indiscriminato che mai in passato.  Gli Stati Uniti erano in piena transizione post‑bellica, segnati da conservatorismo politico, paura del radicalismo, tensioni sociali e un’economia oscillante tra recessione e ripresa, con una democrazia formalmente stabile ma culturalmente fragile.  È in questo contesto che Dewey pubblicò L’educazione come politica su The New Republic, periodico liberal statunitense di politica e cultura, testo dal quale ho tratto il giudizio piuttosto tagliente.

Sebbene quelle parole nascano in un’epoca lontana, è la cronaca recente a riportarle prepotentemente alla mente. Dewey fu autorevole voce della tradizione riformatrice tra il Midwest e l’East Coast, promotore nel 1921 della New Education Fellowship e autore, tra gli altri, di Democrazia e educazione, vero manifesto della pedagogia democratica.

Viviamo anche noi un’epoca di ciarlatani e ingannatori? Spesso lo penso, e questa inquietudine si rafforza leggendo articoli come «Il crepuscolo della decenza», pubblicato a fine luglio anche su Naufraghi/e dallo storico Andrea Ghiringhelli. Riferendosi alle vicende del Consigliere di Stato Claudio Zali, l’autore concludeva con una riflessione ben più ampia, citando Georges Simenon: «Le persone sono tanto più sicure delle proprie idee quante meno nozioni possiedono per supportarle. Teniamolo presente. Prima di mettere la croce su un simbolo o su un nome, facciamo un’operazione elementare: verifichiamo la competenza, la preparazione e lo spessore morale di chi chiede il nostro voto. E smettiamola di premiare gli incompetenti per vocazione».

Riflessioni come queste trovano un’eco inattesa in un’altra fase critica, quella analizzata da Dewey nell’America del primo dopoguerra. Quel che è certo è che il contesto storico di quel giudizio crudo e sarcastico non fa parte della nostra attualità. È passato più di un secolo da quegli anni ’20 di un’America ruggente, ma anche proibizionista, lacerata dal razzismo e dalla paura del comunismo. Eppure, in questi anni trumpiani e di decadenza dell’Occidente, alla quale il nostro Cantone non sembra voler sfuggire, ci troviamo davvero in una nuova età della ciarlataneria e dell’inganno, con tutti i drammi e il disordine istituzionale e culturale che ne derivano.

L’avvento di trasporti e comunicazioni di massa – osservava Dewey – aveva frantumato le comunità locali, rendendo le azioni individuali dipendenti da fattori lontani e astratti. In una situazione del genere i convincimenti cessavano di essere semplici opinioni, per diventare il fondamento dell’agire collettivo, e la loro veridicità diventava decisiva.

Senza un’educazione che sviluppasse il pensiero critico, dunque, si apriva la strada a un’era dominata dall’inganno sistematico e dalla credibilità prêt-à-porter, dove la democrazia era svuotata della sua sostanza a favore del dominio di chi deteneva il controllo dei discorsi spesso futili, quasi sempre inconcludenti. Dewey citava il saggista, storico e filosofo scozzese Thomas Carlyle (1795-1881) per mostrare come la stampa abbia reso la democrazia inevitabile: una volta inventata la stampa, la democrazia era inevitabile, ma la democrazia richiede abitudini mentali che solo l’educazione può formare, mirando a educare i cittadini. La democrazia – scrive Dewey – è più di una forma di governo, è soprattutto un modo di vita associata, di esperienza condivisa attraverso la comunicazione. Tuttavia, proprio la dipendenza da informazioni indirette esponeva le masse al rischio di manipolazione: chi controllava i mezzi di diffusione, come la stampa, poteva orientare l’opinione pubblica: «Se si ha il controllo delle opinioni, si ha in mano, almeno per il momento, la direzione dell’attività sociale».

Chi ha oggi il controllo delle opinioni? Le congetture sono tante, a salvarci possono essere solo la cultura e la scienza. Troppo facile, amico!, amava ripetere il compianto Giuseppe Buffi. Così si potrebbe sostenere che le discipline scientifiche e umanistiche dovrebbero essere l’abbiccì pedagogico e didattico per plasmare una solida e consapevole curiosità e uno spirito critico non fine a sé stesso. Sin qua nessuno è immune da questi meccanismi di odiosa e inservibile selezione.

Ma la scuola dovrebbe essere in grado, non solo a parole, di uscire dalla tradizione secondo cui la formazione delle donne e degli uomini di domani debba passare da quel percorso a ostacoli che è la scuola dell’obbligo: un sistema, fino ad oggi, incapace di applicare con concretezza ciò che anche molti insegnanti pensano. Ovvero che la matematica, le scienze, le arti e le lingue non possono essere racchiuse in una sorta di tassonomia scolastica i cui criteri – nei contenuti, nelle attese e nelle pretese – restano noti solo a chi progetta gli strumenti di valutazione. Non è di ciò che hanno bisogno le cittadine e i cittadini di un paese moderno, chiamati invece a decodificare ogni strategia di persuasione occulta: che serva a sdoganare una meta turistica, una linea di moda, un’automobile, un salame. O un partito.

Chi segue, più o meno distrattamente, la politica lo fa in mille modi diversi, compreso chi legge solo il domenicale leghista e chi ragiona ancora come un galoppino degli anni che precedono la caduta del Muro, senza contare chi resta incollato ai canali commerciali, chi si limita alla cronaca del paese d’origine e chi, infine, non segue un tubo, ma al momento buono va al seggio elettorale.

Ed è qui che Dewey resta attuale: senza una cittadinanza capace di pensare criticamente, la democrazia non si degrada per scandalo o colpevole ignoranza, ma per abitudine.

Scritto per Naufraghi/e

★★★

 

Riferimenti bibliografici

JOHN DEWEY, Democrazia e educazione,  1979 (4ª ristampa), La nuova Italia Editrice | Titolo originale: Democracy and education, 1916, New York, The Macmillan Company | 1ª edizione italiana: 1949

JOHN DEWEY, L’educazione come politica, in “John Dewey e la pedagogia dell’interesse”, a cura di Antonio Spadafora, 1979, Bellinzona, Edizioni Casagrande | Collana Paideia, Pubblicazioni della scuola magistrale di Locarno

Meirieu: democrazia e educazione domani

Enrico Bottero è un pedagogista entusiasta, un instancabile e tenace militante dell’idealismo e dell’utopia pedagogica. Crede ostinatamente nei valori della giustizia, della libertà, dello spirito critico, e confida profondamente nel primato dell’educazione in ogni luogo, a scuola, in famiglia, nelle piazze.

È dura, oggi. Da maestro di scuola elementare (tra il ’74 e l’83) mi ero buttato a capofitto nella scuola attiva, nell’Educazione nuova, sulla scorta di tanti insegnamenti fruiti alla scuola magistrale di quegli anni – in particolare penso alle lezioni di Antonio Spadafora (*) quando ci fece conoscere Jean-Jacques Rousseau, John Dewewy, Célestin Freinet, Jerome Bruner… La mia non era una scelta ideologica, o lo era solo in parte. In quegli anni si parlava molto dell’autoritarismo dei maestri, dei contenuti desueti dei programmi scolastici, delle lezioni cattedratiche. Se li rileggo oggi, quei programmi del 1959 non hanno nulla di così conservatore, salvo forse lo stile linguistico dell’epoca:

Un programma non può essere che uno schema offerto all’insegnante perché lo trasformi in cosa compiuta e viva. La designazione delle materie, i chiarimenti analitici e i suggerimenti didattici, senza presumere di vincolare l’iniziativa dell’insegnante, gli forniscono le necessarie norme circa la via da seguire e i criteri da osservare. Sarà bene ricordare che la scuola non ha altra legge che quella del migliore sviluppo del fanciullo a essa affidato: metodo buono e fecondo è quello che corrisponde fedelmente alle esigenze morali, intellettuali e fisiche del fanciullo e che più validamente contribuisce alla formazione della personalità.

Analoga premessa rispuntava nei programmi del 1984:

Nessun insegnante potrà delegare al programma la responsabilità di conseguire gli obiettivi indicati. Il suo vero lavoro, la sua funzione educativa si estendono ben oltre i contenuti di apprendimento: essi tendono a sviluppare la personalità dell’allievo, a farla crescere nelle dimensioni più sopra ricordate.
È questo il primo criterio di misura che si vuole suggerire per verificare la validità di un insegnamento. Se ogni allievo potesse chiedersi, al termine di una giornata scolastica: «Che cosa ho imparato, oggi?», la sua risposta sarebbe la più essenziale valutazione dell’insegnamento ricevuto.
Analoga domanda è bene che se la ponga l’insegnante, riferendola al suo lavoro: avrà così un criterio per valutare la sua pratica didattica in rapporto alle finalità generali della scuola.

Mi vien da dire che chi faceva la scuola in quegli anni era in gran parte più conservatore dello spirito dei tempi e di quei programmi, con il corollario di un abbraccio con ispettori e direttori, funzionari che spesso diventavano l’alibi per non trasformare quegli stessi programmi in cosa compiuta e viva, per dirla come nel 1959.

Negli ultimi anni, anche il Cantone Ticino ha fatto la sua parte con il nuovo Piano di studio della scuola dell’obbligo del 2022: oltre duecento pagine che riflettono lo spirito dei Tempi moderni – non quelli di Chaplin, purtroppo, ma quelli delle competenze minuziosamente elencate e delle procedure che tendono a classificare ogni dettaglio del fare scuola, fare la scuola ed essere a scuola. Il documento è costellato di enunciati sulla libertà, la giustizia, l’inclusione (termine oggi molto di moda e, va detto, inclusiverrimo), ma l’impianto complessivo resta quello tecnocratico che caratterizza gran parte delle scuole occidentali: un’educazione chiamata più a “rendere conto” che a respirare, più attenta alla precisione delle griglie che al senso profondo del lavoro educativo.

Ma torniamo a Bottero, che recentemente ha raccolto e tradotto in italiano alcuni articoli del pedagogista francese Philippe Meirieu, con l’intrigante titolo Quale scuola per il nostro futuro?

«Scritti in tempi diversi – annota nell’introduzione – i testi di Philippe Meirieu che pubblichiamo in questa antologia hanno comunque un filo conduttore. Tutti i testi, infatti, ruotano attorno alla stessa questione di fondo: qual è il ruolo della scuola e degli insegnanti in una democrazia? È una domanda importante, perché, in una società sempre più caratterizzata dal consumismo, dalla pervasività della logica del mercato, dal prevalere dell’interesse di singoli gruppi a danno della collettività e dal pericoloso rinascere della logica del conflitto tra Stati, la democrazia richiederebbe la presenza di cittadini capaci di dialogare insieme e di partecipare attivamente, tutte competenze che possono essere coltivate solo grazie all’educazione allo spirito critico».

L’antologia si apre con una riflessione ampia sul vivere insieme in una società democratica: dalle pressioni consumistiche che attraversano la scuola alle forme di disimpegno sociale che ne derivano, fino alla necessità di ricostruire un senso autentico di collettività. Traducendo e rilanciando il pensiero di Meirieu, Bottero indaga poi il rapporto tra spazi educativi e modi di apprendere, affronta il tema di una spiritualità laica, interroga le paure che accompagnano l’avanzare dell’intelligenza artificiale e delinea alcuni principi per un’educazione capace di sostenere la democrazia.

La seconda parte si concentra invece sulla figura dell’insegnante: il suo ruolo nella tenuta delle istituzioni democratiche, la dimensione etica del servizio pubblico e le questioni legate alla valutazione, viste come snodo cruciale per comprendere la scuola di oggi e quella che vorremmo domani.

L’edizione digitale dell’antologia Quale scuola per il nostro futuro?, di Philippe Meirieu con la traduzione italiana di Enrico Bottero (2026, edito da Multimage – Associazione Editoriale), può essere scaricata gratuitamente qui. L’edizione cartacea può essere ordinata scrivendo a ordini@multimage.org.

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Altri scritti di Philippe Meirieu tradotti da Enrico Bottero

Pedagogia. Dai luoghi comuni ai concetti chiave, 2018, Aracne

Una scuola per l’emancipazione. Libera dalle nostalgie dei vecchi metodi e da suggestioni alla moda, 2020, Armando Editore

Quale educazione per salvare la democrazia? Dalla libertà di pensare alla costruzione di un mondo comune, 2023, Armando Editore

Chi vuole ancora gli insegnanti?, 2024, Armando Editore

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(*) Antonio Spadafora (1942-2013) è stato una figura centrale nel panorama culturale del Canton Ticino. Nato nel 1942, si laureò in Filosofia all’Università di Pavia. Trasferitosi in Svizzera, dedicò la sua carriera all’insegnamento e alla gestione delle risorse bibliotecarie. Iniziò la sua attività professionale come docente presso la Scuola Magistrale e il Liceo di Locarno. Successivamente, ricoprì il ruolo di direttore della Biblioteca Cantonale di Locarno, istituzione che aprì al pubblico nell’aprile del 1989 dopo un decreto legislativo del 1987. Il suo contributo fu determinante per lo sviluppo culturale della regione: è infatti riconosciuto come l’ideatore del Sistema Bibliotecario Ticinese (SBT), l’organo di coordinamento delle biblioteche cantonali. Si spense nel 2013 all’età di 70 anni, dopo una lunga malattia vissuta con dignità. La sua scomparsa fu salutata con commozione dalla comunità locale. Luciano Canfora – filologo classico, grecista, storico e saggista – gli dedicò un tributo sul Corriere della Sera, sottolineandone l’importanza culturale (Spadafora, la vocazione di promuovere la lettura, Corriere della Sera, 05.07.2013).

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Col titolo Quale scuola per il nostro futuro è stato pubblicato anche su Naufrahghi/e il 9 giugno ’26.

È meglio che la pedagogia non si lasci sedurre dalla tecnologia

Riformare la Legge della scuola introducendo l’insegnamento del pensiero computazionale, dell’informatica e dell’intelligenza artificiale?

Ai primi di marzo la stampa locale ha dato notizia di una Mozione, firmata dal presidente del Centro Fiorenzo Dadò e dal deputato Alessio Ghisla, che si presenta, almeno a un primo sguardo, come una proposta innovatrice, quella di Riformare la Legge della scuola e aggiornare il relativo Piano di studio affinché l’insegnamento del pensiero computazionale, dell’informatica e dell’intelligenza artificiale sia introdotto in modo obbligatorio e strutturato lungo tutto il percorso della scuola dell’obbligo. In sostanza, una nuova materia.

L’ampiezza della mozione centrista sconvolgerebbe l’intero piano di studio della scuola dell’obbligo, anche se non è affatto chiaro chi ne farebbe le spese: quali materie dovrebbero cedere ore di insegnamento o, addirittura, essere eliminate, come si fa con ogni “cosa” ritenuta ormai inutile? Finora, a pagare il prezzo più alto è stato quasi sempre l’insegnamento della storia – e basta seguire anche solo distrattamente le cronache quotidiane per capirne le conseguenze.

La riforma coinvolgerebbe il II ciclo della scuola elementare e l’intera scuola media. A ispirare il partito sarebbero l’evoluzione tecnologica, il confronto internazionale, i rischi dell’uso non consapevole dell’IA, la situazione svizzera frammentata e il ritardo del Ticino. In estrema sintesi, l’ex PPD – già partito conservatore di ispirazione cristiana – chiede di modificare la Legge della scuola per introdurre l’insegnamento obbligatorio e progressivo di informatica, pensiero computazionale e intelligenza artificiale.

Sono tuttavia convinto che la politica scolastica dovrebbe evitare proprio ciò che propone la mozione centrista, cioè riproporre il modello obsoleto, che resiste dal XIX secolo, basato essenzialmente sulla trasmissione lineare e unidirezionale del sapere, sulla frammentazione disciplinare e sulla memorizzazione spesso meccanica.

Già nel ’500 Michel de Montaigne riteneva che un buon maestro dovesse aiutare il ragazzo a capire e a giudicare con la propria testa, invece di riempirgli la mente di nozioni; un’intuizione che Rousseau riprenderà nell’Emilio e che Dewey tradurrà nel principio dell’apprendere facendo, concetto mutuato da Aristotele e poi ripreso in forma concreta dai movimenti di scuola attiva.

iPhone è milioni di volte più veloce, potrebbe contenere 250’000 floppy disk, è una porta per il mondo intero. In compenso il buon vecchio Mac, a parità di potere d’acquisto, costava molto, ma molto di più.

Da una trentina d’anni bambini e ragazzi vivono immersi in un mondo informatizzato e hanno tra le mani qualche arnese tecnologico: dal videogioco (ricordate Super Mario e il Tamagotchi?) al lettore MP3, fino ad arrivare allo smartphone, quel dispositivo tascabile davanti al quale il mio Macintosh Plus del 1986, a quarant’anni di distanza, pare uno stupido mostriciattolo. Qualche anno fa girava la battuta secondo cui oggi si impara a far scorrere l’indice sullo schermo dello smartphone prima di saper dire «mamma». Eppure, la scuola e i politici che se ne occupano continuano con cocciuta puntualità a proporre rivoluzioni retroattive simili a quella del Centro.

«Troppo facile, amico!», avrebbe commentato il compianto Giuseppe Buffi. E ne avrebbe avuto ben donde.

Intendiamoci, non è che la scuola non si sia mai interessata di informatica e dintorni. Ma se n’è tanto o poco interessata inseguendo il passato o sotto pressioni provenienti dal mondo della produzione, dell’economia e della finanza, senza mai sprecare un minuto per affrontare una riflessione epistemologica dell’epocale cambiamento che stiamo vivendo, cioè di interrogarsi sui presupposti, sul senso e sulle implicazioni del sapere che si vuole trasmettere. Volendo semplificare con un esempio sicuramente eccessivo: lasciando perdere quegli insegnanti che, fin dalla più tenera età, hanno cominciato a “smanettare” sulle loro micro-tastiere, dovremmo concordare con una realtà evidente: allievi, studenti e insegnanti non hanno bisogno né di nozioni (le competenze reali evocate dal Centro), né dei predicozzi centristi (consapevolezza, principi, capacità di giudizio, eccetera).

Intanto si vada pure avanti coi divieti, che servono a riparare il colossale fallimento educativo, che è delle famiglie e delle istituzioni educative – magari converrebbe rileggere l’art. 2 della Legge della scuola con meticolosa regolarità. Nel frattempo, proprio mentre si cerca di calibrare il senso della scuola dell’obbligo alla luce del nostro contesto socioculturale, si può cominciare a progettare una nuova Scuola serena in cui si possa sbagliare senza farsi male – il diritto all’errore! – e che sia, allo stesso tempo, umanista, scientifica, democratica, cooperativa, complessa e tecnologicamente consapevole. Una scuola, in altre parole, in cui la pedagogia non si lascia sedurre dalla tecnologia, ma la integra in un quadro antropologico e sociale molto più ampio.

Scritto per Naufraghi/e