Senza una cittadinanza capace di pensare criticamente, la democrazia non si degrada per scandalo o colpevole ignoranza, ma per abitudine
La nostra è l’età della ciarlataneria e dell’inganno, scriveva il filosofo e pedagogista americano John Dewey nel 1922. Di questi c’è oggi maggior quantità, circolazione più rapida e incessante e assorbimento più rapido e indiscriminato che mai in passato. Gli Stati Uniti erano in piena transizione post‑bellica, segnati da conservatorismo politico, paura del radicalismo, tensioni sociali e un’economia oscillante tra recessione e ripresa, con una democrazia formalmente stabile ma culturalmente fragile. È in questo contesto che Dewey pubblicò L’educazione come politica su The New Republic, periodico liberal statunitense di politica e cultura, testo dal quale ho tratto il giudizio piuttosto tagliente.
Sebbene quelle parole nascano in un’epoca lontana, è la cronaca recente a riportarle prepotentemente alla mente. Dewey fu autorevole voce della tradizione riformatrice tra il Midwest e l’East Coast, promotore nel 1921 della New Education Fellowship e autore, tra gli altri, di Democrazia e educazione, vero manifesto della pedagogia democratica.

Viviamo anche noi un’epoca di ciarlatani e ingannatori? Spesso lo penso, e questa inquietudine si rafforza leggendo articoli come «Il crepuscolo della decenza», pubblicato a fine luglio anche su Naufraghi/e dallo storico Andrea Ghiringhelli. Riferendosi alle vicende del Consigliere di Stato Claudio Zali, l’autore concludeva con una riflessione ben più ampia, citando Georges Simenon: «Le persone sono tanto più sicure delle proprie idee quante meno nozioni possiedono per supportarle. Teniamolo presente. Prima di mettere la croce su un simbolo o su un nome, facciamo un’operazione elementare: verifichiamo la competenza, la preparazione e lo spessore morale di chi chiede il nostro voto. E smettiamola di premiare gli incompetenti per vocazione».
Riflessioni come queste trovano un’eco inattesa in un’altra fase critica, quella analizzata da Dewey nell’America del primo dopoguerra. Quel che è certo è che il contesto storico di quel giudizio crudo e sarcastico non fa parte della nostra attualità. È passato più di un secolo da quegli anni ’20 di un’America ruggente, ma anche proibizionista, lacerata dal razzismo e dalla paura del comunismo. Eppure, in questi anni trumpiani e di decadenza dell’Occidente, alla quale il nostro Cantone non sembra voler sfuggire, ci troviamo davvero in una nuova età della ciarlataneria e dell’inganno, con tutti i drammi e il disordine istituzionale e culturale che ne derivano.
L’avvento di trasporti e comunicazioni di massa – osservava Dewey – aveva frantumato le comunità locali, rendendo le azioni individuali dipendenti da fattori lontani e astratti. In una situazione del genere i convincimenti cessavano di essere semplici opinioni, per diventare il fondamento dell’agire collettivo, e la loro veridicità diventava decisiva.
Senza un’educazione che sviluppasse il pensiero critico, dunque, si apriva la strada a un’era dominata dall’inganno sistematico e dalla credibilità prêt-à-porter, dove la democrazia era svuotata della sua sostanza a favore del dominio di chi deteneva il controllo dei discorsi spesso futili, quasi sempre inconcludenti. Dewey citava il saggista, storico e filosofo scozzese Thomas Carlyle (1795-1881) per mostrare come la stampa abbia reso la democrazia inevitabile: una volta inventata la stampa, la democrazia era inevitabile, ma la democrazia richiede abitudini mentali che solo l’educazione può formare, mirando a educare i cittadini. La democrazia – scrive Dewey – è più di una forma di governo, è soprattutto un modo di vita associata, di esperienza condivisa attraverso la comunicazione. Tuttavia, proprio la dipendenza da informazioni indirette esponeva le masse al rischio di manipolazione: chi controllava i mezzi di diffusione, come la stampa, poteva orientare l’opinione pubblica: «Se si ha il controllo delle opinioni, si ha in mano, almeno per il momento, la direzione dell’attività sociale».
Chi ha oggi il controllo delle opinioni? Le congetture sono tante, a salvarci possono essere solo la cultura e la scienza. Troppo facile, amico!, amava ripetere il compianto Giuseppe Buffi. Così si potrebbe sostenere che le discipline scientifiche e umanistiche dovrebbero essere l’abbiccì pedagogico e didattico per plasmare una solida e consapevole curiosità e uno spirito critico non fine a sé stesso. Sin qua nessuno è immune da questi meccanismi di odiosa e inservibile selezione.
Ma la scuola dovrebbe essere in grado, non solo a parole, di uscire dalla tradizione secondo cui la formazione delle donne e degli uomini di domani debba passare da quel percorso a ostacoli che è la scuola dell’obbligo: un sistema, fino ad oggi, incapace di applicare con concretezza ciò che anche molti insegnanti pensano. Ovvero che la matematica, le scienze, le arti e le lingue non possono essere racchiuse in una sorta di tassonomia scolastica i cui criteri – nei contenuti, nelle attese e nelle pretese – restano noti solo a chi progetta gli strumenti di valutazione. Non è di ciò che hanno bisogno le cittadine e i cittadini di un paese moderno, chiamati invece a decodificare ogni strategia di persuasione occulta: che serva a sdoganare una meta turistica, una linea di moda, un’automobile, un salame. O un partito.
Chi segue, più o meno distrattamente, la politica lo fa in mille modi diversi, compreso chi legge solo il domenicale leghista e chi ragiona ancora come un galoppino degli anni che precedono la caduta del Muro, senza contare chi resta incollato ai canali commerciali, chi si limita alla cronaca del paese d’origine e chi, infine, non segue un tubo, ma al momento buono va al seggio elettorale.
Ed è qui che Dewey resta attuale: senza una cittadinanza capace di pensare criticamente, la democrazia non si degrada per scandalo o colpevole ignoranza, ma per abitudine.
Riferimenti bibliografici
JOHN DEWEY, Democrazia e educazione, 1979 (4ª ristampa), La nuova Italia Editrice | Titolo originale: Democracy and education, 1916, New York, The Macmillan Company | 1ª edizione italiana: 1949
JOHN DEWEY, L’educazione come politica, in “John Dewey e la pedagogia dell’interesse”, a cura di Antonio Spadafora, 1979, Bellinzona, Edizioni Casagrande | Collana Paideia, Pubblicazioni della scuola magistrale di Locarno
Gentile Adolfo,
sottoscrivo quanto scrive, perché anch’io vorrei mettere nell’urna una scheda frutto di sofferte riflessioni, di informate decisioni dopo la lettura delle ragioni di uno schieramento e dell’altro ed un vaglio attento e consapevole, capace di sfuggire alle lusinghe dei demagoghi, previo approfondimento di problematiche complesse e multifattoriali, che necessitano approfondimenti ulteriori, ma sono così incalzato dagli impegni: il corso di Tai Chi, la Midfulness, il fitness, le sedute per supportarmi, perché anch’io, come tanti, sono affetto dall’ADHD, e non è facile, per noi portatori di neurodivergenze organizzare la giornata, e concentrarsi, e leggere e… che stavamo dicendo? Boh. Ah, già, il TaiChi