
Enrico Bottero è un pedagogista entusiasta, un instancabile e tenace militante dell’idealismo e dell’utopia pedagogica. Crede ostinatamente nei valori della giustizia, della libertà, dello spirito critico, e confida profondamente nel primato dell’educazione in ogni luogo, a scuola, in famiglia, nelle piazze.
È dura, oggi. Da maestro di scuola elementare (tra il ’74 e l’83) mi ero buttato a capofitto nella scuola attiva, nell’Educazione nuova, sulla scorta di tanti insegnamenti fruiti alla scuola magistrale di quegli anni – in particolare penso alle lezioni di Antonio Spadafora (*) quando ci fece conoscere Jean-Jacques Rousseau, John Dewewy, Célestin Freinet, Jerome Bruner… La mia non era una scelta ideologica, o lo era solo in parte. In quegli anni si parlava molto dell’autoritarismo dei maestri, dei contenuti desueti dei programmi scolastici, delle lezioni cattedratiche. Se li rileggo oggi, quei programmi del 1959 non hanno nulla di così conservatore, salvo forse lo stile linguistico dell’epoca:
Un programma non può essere che uno schema offerto all’insegnante perché lo trasformi in cosa compiuta e viva. La designazione delle materie, i chiarimenti analitici e i suggerimenti didattici, senza presumere di vincolare l’iniziativa dell’insegnante, gli forniscono le necessarie norme circa la via da seguire e i criteri da osservare. Sarà bene ricordare che la scuola non ha altra legge che quella del migliore sviluppo del fanciullo a essa affidato: metodo buono e fecondo è quello che corrisponde fedelmente alle esigenze morali, intellettuali e fisiche del fanciullo e che più validamente contribuisce alla formazione della personalità.
Analoga premessa rispuntava nei programmi del 1984:
Nessun insegnante potrà delegare al programma la responsabilità di conseguire gli obiettivi indicati. Il suo vero lavoro, la sua funzione educativa si estendono ben oltre i contenuti di apprendimento: essi tendono a sviluppare la personalità dell’allievo, a farla crescere nelle dimensioni più sopra ricordate.
È questo il primo criterio di misura che si vuole suggerire per verificare la validità di un insegnamento. Se ogni allievo potesse chiedersi, al termine di una giornata scolastica: «Che cosa ho imparato, oggi?», la sua risposta sarebbe la più essenziale valutazione dell’insegnamento ricevuto.
Analoga domanda è bene che se la ponga l’insegnante, riferendola al suo lavoro: avrà così un criterio per valutare la sua pratica didattica in rapporto alle finalità generali della scuola.
Mi vien da dire che chi faceva la scuola in quegli anni era in gran parte più conservatore dello spirito dei tempi e di quei programmi, con il corollario di un abbraccio con ispettori e direttori, funzionari che spesso diventavano l’alibi per non trasformare quegli stessi programmi in cosa compiuta e viva, per dirla come nel 1959.
Negli ultimi anni, anche il Cantone Ticino ha fatto la sua parte con il nuovo Piano di studio della scuola dell’obbligo del 2022: oltre duecento pagine che riflettono lo spirito dei Tempi moderni – non quelli di Chaplin, purtroppo, ma quelli delle competenze minuziosamente elencate e delle procedure che tendono a classificare ogni dettaglio del fare scuola, fare la scuola ed essere a scuola. Il documento è costellato di enunciati sulla libertà, la giustizia, l’inclusione (termine oggi molto di moda e, va detto, inclusiverrimo), ma l’impianto complessivo resta quello tecnocratico che caratterizza gran parte delle scuole occidentali: un’educazione chiamata più a “rendere conto” che a respirare, più attenta alla precisione delle griglie che al senso profondo del lavoro educativo.

Ma torniamo a Bottero, che recentemente ha raccolto e tradotto in italiano alcuni articoli del pedagogista francese Philippe Meirieu, con l’intrigante titolo Quale scuola per il nostro futuro?
«Scritti in tempi diversi – annota nell’introduzione – i testi di Philippe Meirieu che pubblichiamo in questa antologia hanno comunque un filo conduttore. Tutti i testi, infatti, ruotano attorno alla stessa questione di fondo: qual è il ruolo della scuola e degli insegnanti in una democrazia? È una domanda importante, perché, in una società sempre più caratterizzata dal consumismo, dalla pervasività della logica del mercato, dal prevalere dell’interesse di singoli gruppi a danno della collettività e dal pericoloso rinascere della logica del conflitto tra Stati, la democrazia richiederebbe la presenza di cittadini capaci di dialogare insieme e di partecipare attivamente, tutte competenze che possono essere coltivate solo grazie all’educazione allo spirito critico».
L’antologia si apre con una riflessione ampia sul vivere insieme in una società democratica: dalle pressioni consumistiche che attraversano la scuola alle forme di disimpegno sociale che ne derivano, fino alla necessità di ricostruire un senso autentico di collettività. Traducendo e rilanciando il pensiero di Meirieu, Bottero indaga poi il rapporto tra spazi educativi e modi di apprendere, affronta il tema di una spiritualità laica, interroga le paure che accompagnano l’avanzare dell’intelligenza artificiale e delinea alcuni principi per un’educazione capace di sostenere la democrazia.
La seconda parte si concentra invece sulla figura dell’insegnante: il suo ruolo nella tenuta delle istituzioni democratiche, la dimensione etica del servizio pubblico e le questioni legate alla valutazione, viste come snodo cruciale per comprendere la scuola di oggi e quella che vorremmo domani.
L’edizione digitale dell’antologia Quale scuola per il nostro futuro?, di Philippe Meirieu con la traduzione italiana di Enrico Bottero (2026, edito da Multimage – Associazione Editoriale), può essere scaricata gratuitamente qui. L’edizione cartacea può essere ordinata scrivendo a ordini@multimage.org.
Altri scritti di Philippe Meirieu tradotti da Enrico Bottero
Pedagogia. Dai luoghi comuni ai concetti chiave, 2018, Aracne
Una scuola per l’emancipazione. Libera dalle nostalgie dei vecchi metodi e da suggestioni alla moda, 2020, Armando Editore
Quale educazione per salvare la democrazia? Dalla libertà di pensare alla costruzione di un mondo comune, 2023, Armando Editore
Chi vuole ancora gli insegnanti?, 2024, Armando Editore
(*) Antonio Spadafora (1942-2013) è stato una figura centrale nel panorama culturale del Canton Ticino. Nato nel 1942, si laureò in Filosofia all’Università di Pavia. Trasferitosi in Svizzera, dedicò la sua carriera all’insegnamento e alla gestione delle risorse bibliotecarie. Iniziò la sua attività professionale come docente presso la Scuola Magistrale e il Liceo di Locarno. Successivamente, ricoprì il ruolo di direttore della Biblioteca Cantonale di Locarno, istituzione che aprì al pubblico nell’aprile del 1989 dopo un decreto legislativo del 1987. Il suo contributo fu determinante per lo sviluppo culturale della regione: è infatti riconosciuto come l’ideatore del Sistema Bibliotecario Ticinese (SBT), l’organo di coordinamento delle biblioteche cantonali. Si spense nel 2013 all’età di 70 anni, dopo una lunga malattia vissuta con dignità. La sua scomparsa fu salutata con commozione dalla comunità locale. Luciano Canfora – filologo classico, grecista, storico e saggista – gli dedicò un tributo sul Corriere della Sera, sottolineandone l’importanza culturale (Spadafora, la vocazione di promuovere la lettura, Corriere della Sera, 05.07.2013).


