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I nonni e la ricchezza della testimonianza

Nei giorni scorsi i media hanno dato molto risalto a un’iniziativa dell’Associazione ticinese della Terza Età, idea nata nel 2005 nel Luganese e ora sbarcata anche nel Locarnese, dopo aver coinvolto il Bellinzonese e le sue Valli. Di che si tratta? Ha scritto questo giornale che il progetto è «un’iniziativa intergenerazionale gratuita nata dalla voglia di molti volontari di mettere a frutto le proprie esperienze e dalle esigenze di parecchi ragazzi di prima e seconda media, che non sempre in famiglia trovano un aiuto per far fronte alle difficoltà scolastiche». In sostanza, una specie di recupero scolastico gratuito. Là dove i professionisti dell’insegnamento fanno cilecca, ecco scendere in campo i nonni, a dare una mano a famiglie stressate con relativi pargoli a carico. Con un sorriso, si potrebbe dire che il mondo di sta ribaltando: dai figli «stampelle della vecchiaia» agli anziani sostegno di nipoti e bisnipoti.

Posso immaginare che, per quei ragazzetti che l’esperienza la vivono in diretta, l’appoggio non si fermi al recupero di qualche lacuna e, magari, di quei tre espedienti per riuscire a organizzarsi meglio e a costruire la propria indipendenza. Sono invece sicuro che queste collaborazioni siano contrassegnate proprio dall’incontro tra generazioni diverse. E allora io mi spingerei ben oltre, affinché gli anziani non diventino utili solo per metter le pezze agli strappi di una scuola che troppo spesso dimentica qual è il suo vero ruolo. Qualche anno fa le scuole comunali di Massagno, pungolate dal loro pirotecnico direttore, avevano dato vita a un progetto che mirava proprio a coinvolgere i nonni nella vita dell’istituto. Non so se quell’idea, semplice eppur geniale, sia ancora viva. Ma quello è un percorso facile, che tutti potrebbero intraprendere: perché in una società sempre più votata all’efficienza e alla produttività, l’incontro tra ragazzi e anziani porterebbe con sé la ricchezza della testimonianza. Perché i nonni hanno delle storie importanti da raccontare, e perché sanno narrare con grande emozione storie incantevoli.

Un omaggio a Philippe Meirieu nei giorni in cui siamo tutti Charlie

Chi mi conosce sa che ammiro da tanto tempo Philippe Meirieu, un uomo che, per me, non è solo un «semplice» professore di pedagogia, ma uno che da sempre si batte con tenacia, attraverso l’educazione, affinché Liberté, Égalité e Fraternité non restino solo dei semplici slogan, ma arrivino un giorno a costituire un sistema di valori appartenente a ogni donna e ogni uomo in ogni parte del mondo.

Sabato scorso (10 gennaio) la «sua» università, l’Università Lumière di Lione, gli ha reso omaggio nell’anno in cui andrà formalmente in pensione, essendo nato nel 1949. La manifestazione, intitolata Où vont les pédagogues? Regards et perspectives a partir des travaux de Philippe Meirieu, è stata l’occasione per una riflessione sul lavoro pluridecennale di uno dei pochi pedagogisti di radice umanista ancora in circolazione in Europa: il giusto sostegno a chi, di sicuro, continuerà a far sentire la sua voce e le sue idee attraverso i libri, le più importanti testate francesi, le televisioni, il web e le tante occasioni di incontro diretto in Francia e altrove. Cioè a dire: non sarà certo un semplice atto burocratico come il pensionamento a farlo tacere.

L’incontro lionese per l’omaggio a Philippe Meirieu ha coinciso coi giorni in cui la Francia ha vissuto l’attentato terroristico del 7 gennaio alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo. Sono stati i giorni in cui eravamo tutti Charlie.

Propongo così una sua intervista, rilasciata a Lyon Capitale TV e diffusa dal vivo in streaming il 9 gennaio, in cui Meirieu parla a tutto campo della possibilità e della necessità di controllare e padroneggiare l’odio verso l’Altro, che i fatti di questi giorni potrebbero facilmente nutrire: con una toccante e limpida riflessione finale sul ruolo della scuola repubblicana nell’educazione dei suoi cittadini.

Perché in questi giorni siamo tutti Charlie, ma dovremmo esserlo anche domani.

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Qui è possibile seguire integralmente la registrazione dell’incontro del 10 gennaio all’Università Lumière di Lione.

Tra i tanti qualificati interventi segnalo la conferenza introduttiva di Daniel Hameline (L’enclos, le seuil et l’esplanade, che inizia più o meno a 32 minuti) e l’intervento, a sorpresa, del filosofo Denis Kambouchner (inizio a 3 ore e 8 minuti), che nei primi anni di questo millennio si era opposto duramente alle politiche educative dell’epoca e aveva confutato severamente le posizioni di Philippe Meirieu (DENIS KAMBOUCHNER, Une école contre l’autre, 2000, Presses Universitaires de France).

Per terminare sottolineo le reazioni finali dello stesso Philippe Meirieu (inizio a 4 ore e 31 minuti).

La scuola che verrà, i conservatori e la riscossa dei gattopardi

Propongo oggi un articolo che avevo pensato per la prima puntata del 2015 di «Fuori dall’aula». Poi, invece, mi sono accorto che la mia rubrica sul Corriere del Ticino sarà in congedo ancora fino a febbraio: attendere ancora un mese mi avrebbe fatto correre il rischio di firmare un articolo sorpassato da altri interventi sostanziali. Così eccolo qua, col suo solito taglio e il suo tradizionale metraggio.


«La scuola che verrà». Detto così sembra il titolo di una canzonetta da notte di San Silvestro. Invece è un ambizioso progetto del nostro Dipartimento dell’educazione, una sorta di manifesto per la scuola dell’obbligo del futuro prossimo. Ha scritto il ministro Bertoli nella prefazione: «Con questo progetto vogliamo migliorare il quadro entro cui avviene l’apprendimento degli allievi, affinché tutti loro possano imparare meglio e costruire un sapere più solido. È quanto si attendono i genitori, è l’obiettivo professionale di tutti gli insegnanti e deve poter diventare il fine ultimo dell’intera nostra comunità, che nella formazione dei suoi giovani si gioca un bel pezzo del proprio futuro». Effettivamente le poco più di 40 pagine del documento tratteggiano diversi cambiamenti sui quali gioverebbe aprire un dibattito schietto e rigoroso, senza le censure, i vincoli, le minacce e i pregiudizi che caratterizzano quasi sempre questi ammirevoli tentativi.

Ma non sarà così. Nei pochi giorni tra la presentazione del dossier e le vacanze natalizie si sono subito levate voci tra l’allarmato e lo sdegnato. Il Movimento della scuola, ad esempio, si è già messo di traverso: «In certe riforme troppi scienziati dell’educazione», titolava questo giornale. E mentre il direttore del Corriere invitava alla prudenza, il mondo imprenditoriale liquidava la pendenza in poche righe: secondo Silvio Tarchini si tratta dell’«ennesimo abbassamento della selettività della scuola. L’abolizione dei livelli porterà ad ulteriori difficoltà nel momento del passaggio nel mondo del lavoro»; gli ha fatto eco Fabio Regazzi: «Ritengo fondamentale ristabilire la meritocrazia, cosa però difficilmente raggiungibile con la soppressione di valutazioni e licenze». Voilà, il dibattito è servito. Tanti gattopardi, di sinistra e di destra, dentro la scuola o meno, sono ai blocchi di partenza. Gongolanti.

Personalmente vedrei con piacere una discussione a tutto campo sulla scuola che verrà, o che ognuno vorrebbe che venisse. Non mi spaventano le griglie orarie flessibili, la generalizzazione di una pedagogia differenziata (ma non c’era già?), o la collaborazione – tangibile! – tra docenti. Se c’è qualcosa che mi infastidisce, semmai, è che il gruppo di lavoro che ha tratteggiato la scuola di dopodomani è stato sin troppo prodigo di dettagli, o non ha saputo mollare del tutto il freno a mano. Qua e là si intuiscono soluzioni prêt-à-porter a problemi importanti e delicati, e questo non è un bene. La visione dipartimentale è ora in consultazione: chi volesse saperne di più o dire cosa ne pensa non ha che da digitare www.lascuolacheverra.ch.

Certo che l’entrata in campo non è stata delle più felici. Il Dipartimento che lancia un dibattito di tali dimensioni a pochi mesi dalle elezioni e in maniera del tutto inattesa – anche perché i più manco sapevano che c’era un gruppo di lavoro che sognava creando incubi – suscita qualche sospetto. Per il paese che vanta una delle prime facoltà di scienze della comunicazione non è un buon biglietto da visita. Detto questo è giusto ricordare che la scuola che verrà non è degli insegnanti, dei partiti, degli psicologi o dei funzionari; e non è nemmeno dei sindacati, delle associazioni magistrali e padronali, delle assemblee dei genitori. Non deve rispondere a interessi corporativi, finanziari, confessionali, ideologici, razziali o di genere. «La scuola che verrà» non è una canzonetta, ma la scuola dello Stato. Cioè di tutti.

La meritocrazia e «La scuola che verrà»

Ammetto che stamattina mi è proprio scappata, la parolaccia. E ad alta voce, tanto che quei tre gatti agli altri tavoli del bar, anche loro con la testa tra le pagine del quotidiano, mi hanno guardato per un attimo con una certa perplessità. Ma quando si leggono certe perle è difficile trattenersi.

A pagina 4 del mio quotidiano del momento c’era un articolo che riferiva della riunione del comitato cantonale del Partito Popolare Democratico, che si era svolta la sera precedente a Sant’Antonino. Niente di particolarmente eccitante, insomma, le solite cronache della politica nostrana, che, in vista delle elezioni cantonali dell’aprile prossimo, riferiscono di queste rappresentazioni elettorali.

Dopo una colonna e mezza coi soliti battibecchi riferiti agli “avversari politici”, ecco la raffinatezza che m’ha fatto perdere il fair play. Ha riferito il giornalista che Fabio Regazzi, attuale consigliere nazionale e candidato al consiglio di stato, si è soffermato in maniera critica sulla riforma della scuola dell’obbligo illustrata la scorsa settimana dal DECS – che sarebbe poi il progetto La scuola che verrà, di cui ho scritto domenica scorsa. Lapidario anche lui: «Ritengo fondamentale ristabilire la meritocrazia, cosa però difficilmente raggiungibile con la soppressione di valutazioni e licenze».

C’è nell’aria una gran puzza di cose già vissute e ampiamente sperimentate. Eppure siamo ancora da quelle parti, col dubbio atroce, come ho scritto domenica, che in tanti, dentro e fuori la scuola, la pensino esattamente allo stesso modo. Però…

Come si fa a essere sicuri che non abbiano ragione Tarchini, Regazzi e i tanti che la pensano come loro? In fondo le statistiche ci dicono quasi sempre che più i genitori si trovano nelle parti alte delle classifiche della ricchezza, economica e/o culturale, più i figli prenderanno note migliori a scuola. E viceversa. Allora se ne prenda atto. Anzi, la meritocrazia, cioè il dominio dei meriti, potrebbe cominciare già all’entrata nella scuola, ad esempio mettendo insieme, in classi omogenee, tutti i figli il cui padre è nato prima di loro.

Ha scritto l’indimenticabile Fortebraccio: «L’onorevole Cariglia si vanta, giustamente, di essere “venuto su dal nulla” e quando parla lo fa per dimostrare che c’è rimasto». Succede a molti e un po’ dappertutto: basta avere i meriti.

Certo, nel paese che diede i natali a Jean-Jacques Rousseau e a Johann Heinrich Pestalozzi si potrebbe immaginare di riuscire a creare una scuola che verrà dove imparare bene sia più importante che prendere belle note. Si può fare, a condizione che ci credano per primi quelli che la scuola la fanno giorno dopo giorno, con impegno, competenza e passione.

La scuola che verrà…

Natale, si sa, è il tempo della bontà e delle strenne. Credo però che sia solo un caso se il DECS ha scelto metà dicembre per diffondere un progetto ambizioso: La scuola che verrà. Idee per un’innovazione tra continuità e innovazione (a questo indirizzo si trova tutto ciò che serve).

La tentazione di rifarmi a Lucio Dalla è naturalmente grande, anche se il documento non è certo stato scritto solo per distrarsi un po’ (e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò). Per ora c’è almeno da sperare che sia un caso, e che non vada a finire con tanta somiglianza: E se ’sta scuola poi passasse in un istante,/ vedi amico mio / come diventa importante / che in questo istante ci sia anch’io. / La scuola che sta arrivando tra un anno passerà / io mi sto preparando / è questa la novità.

Il 12 dicembre, quando ho seguito i tanti servizi giornalistici, mi sono lasciato prendere da un certo entusiasmo, seppur misurato. A qualche mezza giornata permane il sentimento di plauso sincero per il tentativo di scombinare un po’ certe abitudini e tanti dogmi ormai radicati e ammuffiti, anche se qualche lucina, qua e là, ha pur cominciato a lampeggiare. Ma credo che sia normale: dietro ogni grande dichiarazione «di principio» si celano visioni diverse, suggerite dall’esperienza personale, dal proprio percorso intellettuale e culturale, dalle speranze e dall’ideologia.

Stando all’edizione odierna (14.12.2014) del settimanale «Il Caffè», Silvio Tarchini, settantenne imprenditore di successo, ha già detto la sua: «È l’ennesimo abbassamento della selettività della scuola. L’abolizione dei livelli porterà ad ulteriori difficoltà nel momento del passaggio nel mondo del lavoro. Ma soprattutto saranno guai per coloro che vorranno continuare a studiare». Lapidario.

Naturalmente è un déjà vu. Ma è noto che in tanti, dentro e fuori la scuola, la pensano esattamente allo stesso modo, magari nascondendosi dietro il dito scarno di tanti alibi fantasiosi e/o egoisti.

Ecco perché mi auguro che il progetto lanciato dal ministro Manuele Bertoli e dai suoi collaboratori sia per davvero intenzionato a dar vita – finalmente! – a una scuola dell’obbligo che promuova lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà – tanto per citare ancora una volta la Legge della scuola del 1990, con tutte le sue finalità. Sarebbe un disastro se ci si limitasse a un tentativo di revisione del modello esistente, che nel suo DNA conserva troppi ricordi di un passato a volte atavico e quasi mai migliore del presente (a parte l’aroma del pane…).

Stiamo parlando della scuola dello Stato (e della sua decisione di obbligare tutti i cittadini tra i 4 e i 15 anni d’età a doverla frequentare), non di orticelli privati.

Anni fa ebbi la fortuna di incontrare Bruno Munari, il grande artista e designer italiano. Era reduce da un viaggio in Giappone e mi raccontava, con gli occhi luccicanti e con la felice semplicità che gli era propria, di come le strade e le piazze nipponiche fossero pulite. «In Giappone – diceva – si insegna sin dall’età più tenera che le strade e le piazze sono di tutti e che quindi devono essere rispettate e curate come qualcosa che appartiene a ognuno di noi. Invece in Italia si considera che le strade e le piazze sono dello Stato, vale a dire di nessuno: quindi non meritano né rispetto né cura».

La scuola che verrà dovrà essere la scuola dello Stato. La scuola pubblica non è degli insegnanti, dei partiti, dei politici, degli psicologi e dei funzionari più o meno accreditati; e non è nemmeno dei sindacati, delle associazioni magistrali e padronali, delle assemblee dei genitori. Non deve rispondere a interessi corporativi, finanziari, confessionali, ideologici, razziali o di genere.

La scuola che verrà dovrà preoccuparsi in primo luogo di mirare alla parità dei risultati a un livello elevato, affinché in un domani che mi auguro molto vicino ognuno possa chiedersi orgogliosamente «Che ho a che fare io con gli schiavi?», senza vergognarsi della sua risposta.