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Supermarket «Scuola»: griglie orarie e lobby scolastiche

Il 27 maggio è stato presentato a Locarno il rapporto della SUPSI relativo alla valutazione della sperimentazione dell’insegnamento di «Storia delle religioni», che è iniziata in sei sedi di scuola media del Cantone Ticino nel settembre del 2010. Per il ministro dell’educazione e della scuola Manuele Bertoli è stata l’occasione per tratteggiare a grandi linee la quadratura del cerchio necessaria per istituire nella scuola media il corso di «Storia delle religioni» e la nuova disciplina «Educazione alla cittadinanza», esigenze espresse dal Parlamento il primo e da un’iniziativa popolare la seconda.

Non m’interessa, per ora, entrare nel merito delle due nuove discipline pretese dal “popolo sovrano”, in attesa di leggere il rapporto della SUPSI. Segnalo di transenna che nella mia rubrica sul Corriere del Ticino ho già parlato in tre occasioni di insegnamento della religione: il 24 dicembre 2003 (Scuola, cultura religiosa e indifferenza), l’8 maggio 2007 (La nuova ora di religione sconfiggerà la barbarie?) e il 24 ottobre 2012 (Religione a scuola: una sperimentazione inutile?).

Durante l’incontro di Locarno Bertoli, secondo quanto ha riferito il Corriere del Ticino, ha detto a chiare lettere che in nessun caso si deve aumentare la griglia di 33 ore settimanali in vigore nella scuola media: «Questo è il carico massimo che i ragazzi possono sopportare, anzi, idealmente andrebbe ridotto». Concordo, soprattutto sull’accenno alla riduzione, anche se avrei preferito l’uso del modo indicativo al posto del condizionale. Ergo: va ridotto.

Teoricamente i nostri ragazzi sono a scuola per trentatre ore settimanali, dunque, più o meno, per circa 1’200 ore all’anno. Bisogna poi aggiungere i famigerati compiti a casa, vacanze comprese, che sono difficili da quantificare e, sempre teoricamente, sono inversamente proporzionali alle attitudini di ognuno e ai suoi ritmi di apprendimento. Si può ipotizzare che per alcuni le ore di lavoro potranno avvicinarsi a cinquanta, mentre per altri non giungeranno nemmeno alle canoniche trentatre: i “bigioni” son sempre esistiti.

Sull’altra faccia della medaglia, vale a dire dal punto di vista della scuola, possiamo dare altre letture, assai variegate. Ne segnalo una, ben descritta da Don Milani in anni ormai lontani:

«Attualmente lavorate 210 giorni di cui 30 sciupati negli esami e un’altra trentina nei compiti in classe. Restano 150 giorni di scuola. Metà dell’ora la sciupate a interrogare e fa 75 giorni di scuola contro 135 di processo. Anche senza toccare il vostro contratto di lavoro potreste moltiplicare per tre le ore di scuola.»

D’accordo, oggi la maniera di essere a scuola è forse un po’ diversa, ma non poi così tanto. A colpi di test e di blitz e di verifiche, quasi sempre spacciati per strumenti scientifici e pertinenti (ohibò!), si perde un sacco di tempo che potrebbe essere dedicato all’insegnamento, all’approfondimento e al recupero. Senza naturalmente contare i giorni durante i quali non si insegna né si valuta – e, altrettanto naturalmente, senza scordare la grande ricreazione di fine anno (v. il mio scritto del 4 giugno 2003).

C’è poi almeno un secondo aspetto, tutt’altro che di niuna importanza. La griglia oraria settimanale, sintetizzando un po’, è occupata più o meno dalle medesime discipline che l’avevano presidiata tanti decenni addietro: l’italiano, la matematica, la storia e la civica, la geografia, le scienze naturali, e poi le seconde e terze lingue (queste in crescita), le educazioni visiva, manuale e tecnica, musicale, fisica e via etichettando. Poi, giustamente o no, il peso specifico di ogni materia cambia: il peso specifico dell’italiano o della matematica è ancor oggi ai vertici della classifica, con un’accelerazione delle scienze naturali. In fondo troviamo la religione. Tra i due un’ammucchiata di difficile interpretazione educativa: l’educazione fisica ha più ore, poniamo, della storia, che ha lo stesso numero di ore delle educazioni manuale e tecnica, musicale e visiva (almeno nei primi due anni).

È difficile capire quale logica educativa e pedagogica sia sottesa a un simile allestimento della griglia oraria: che è troppo fitta e che serve a poco. A dirla tutta, non contribuisce neanche alla “famosa” selezione delle future élite e alla formazione dei cittadini di domani, perché è sotto gli occhi di tutti che per almeno due terzi degli allievi i risultati scolastici dipendono strettamente dal contesto socio-culturale (ed economico!) di appartenenza, da un po’ di fortuna nell’incappare negli insegnanti più bravi (o più larghi di manica, e naturalmente non sempre le due variabili vanno insieme) e dalle tempeste ormonali, ovviamente in agguato proprio in quegli anni della scolarità. Mi par di capire che la tradizione, le lobby disciplinari e certe mene corporative sanciscano il futuro dei nostri ragazzi, e conseguentemente dell’intero Paese, al di là di ogni ragionamento più razionale.

Philippe Perrenoud, sociologo e professore onorario dell’università di Ginevra, ha pubblicato nel 2011 un libro dal titolo intrigante: «Quando la scuola pretende di preparare alla vita». È una lettura interessante, che pone sul tavolo della discussione diversi temi di sicuro interesse: sempre che, naturalmente, la discussione non dia troppo fastidio e il dibattito si apra. Fino a non tanti anni fa, si dava per scontato che la scuola dell’obbligo doveva insegnare a leggere, scrivere e far di conto, con l’obiettivo finale, allo scadere dei quindici anni, di preparare alla vita e di trasmettere gli elementi fondamentali della cittadinanza. Altri tempi, certo. Con gli anni sulla scuola son piovuti sempre più compiti, sia all’interno stesso delle sue discipline tradizionali – la matematica, la storia, la geografia, le scienze naturali, … – sia inserendo qua e là nuove «educazioni»: ai media, alla salute, sessuale, interculturale, alimentare, … Come sempre, però, tra il dire e il fare c’è proverbialmente di mezzo il mare. Basta avere qualche figlio alla scuola media o scorrerne il «Piano di formazione» per rendersi conto che tante nozioni che fluiscono durante i quattro anni, e che assai spesso concorrono alla riuscita scolastica, sono destinate a non sedimentarsi in nessun angolino del cervello e della mente. Ma Perrenoud va oltre, osservando come ben altre conoscenze sarebbero molto utili alla vita, mentre non sono contemplate dai programmi, se non, qualche volta, solo di striscio: si pensi alla psicologia e alla psicanalisi, alla sociologia, alle scienze politiche ed economiche, al diritto.

Tra addetti ai lavori si parla da decenni della necessità di rendere più essenziali i piani di formazione dei diversi settori, ognuno dei quali è messo sotto pressione da quello successivo, un po’ come il pesce grande che mangia il pesce piccolo: l’università preme sul liceo, che a sua volta sollecita la scuola media, che si lamenta dell’impreparazione di chi giunge dalle elementari. Ma al di là del mero parlarne, è difficile, se non impossibile, riuscire a modificare qualcosa in più di alcuni dettagli, solitamente marginali. Lascio immaginare cosa succederebbe qualora si volessero ridurre le ore di una qualsiasi disciplina: la lobby annessa inizierebbe certamente a strillare, e gli strilli sarebbero tanto più alti e robusti, quanto più la presunta utilità della disciplina sarebbe blasonata. Già sarebbe difficile ridurre l’educazione musicale; ci si immagini quale coraggio ci vorrebbe per ritoccare la matematica. Si possono immaginare catastrofi epocali.

Per tornare al ministro Bertoli e alle nuove imposizioni parlamentari o popolari che sono oggi sui tavoli del DECS, non resta che immaginare cosa potrebbe succedere se, nei prossimi mesi, giungessero nuove imposizioni popolari o parlamentari da ficcare in qualche modo in questa e/o quella griglia oraria della scuola dell’obbligo: non sono certo gli argomenti a mancare. Nel frattempo il vescovo, Mons. Lazzeri, e gli iniziativisti dell’educazione alla cittadinanza hanno già manifestato il loro netto disaccordo alle proposte dipartimentali.

C’è da sperare, dunque, che qualcuno, magari il dipartimento di Manuele Bertoli, s’ispiri alla rinomata poesia di Robert Desnos «Le pélican», che Bourdieu e Passeron avevano inserito come epigrafe al loro libro più importante – La reproduction. Éléments pour une théorie du système d’enseignement (Minuit, Paris, 1970) – e avvii finalmente la frittata.

Papa Francesco e la scuola

Sull’importanza degli insegnanti: «Perché amo la scuola? Proverò a dirvelo. Ho un’immagine. Ho sentito qui che non si cresce da soli e che è sempre uno sguardo che ti aiuta a crescere. E ho l’immagine del mio primo insegnante, quella donna, quella maestra, che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Non l’ho mai dimenticata. Lei mi ha fatto amare la scuola. E poi io sono andato a trovarla durante tutta la sua vita fino al momento in cui è mancata, a 98 anni. E quest’immagine mi fa bene! Amo la scuola, perché quella donna mi ha insegnato ad amarla. Questo è il primo motivo perché io amo la scuola. […] Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Ma se uno ha imparato a imparare, – è questo il segreto, imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete: Don Lorenzo Milani».

La scuola è luogo di socializzazione senza steccati: «Un altro motivo è che la scuola è un luogo di incontro. [A scuola] incontriamo persone diverse da noi, diverse per età, per cultura, per origine, per capacità. Questo fa pensare a un proverbio africano tanto bello: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti!».

Etica e estetica, fondamenti dell’educazione: «E poi amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello. Vanno insieme tutti e tre. La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello».

Al di là delle discipline: «Se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana. In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione ci fa amare la vita, ci apre alla pienezza della vita!»

Il pensiero di Pestalozzi: «Si educa per conoscere tante cose, cioè tanti contenuti importanti, per avere certe abitudini e anche per assumere i valori». Perché c’è «una bella strada nella scuola, una strada che fa crescere le tre lingue, che una persona matura deve sapere parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani. Ma, armoniosamente, cioè pensare quello che tu senti e quello che tu fai; sentire bene quello che tu pensi e quello che tu fai; e fare bene quello che tu pensi e quello che tu senti. Le tre lingue, armoniose e insieme!»

 

Dite che lo sport è salute?

Lo sport è salute. Forse è per questo motivo che giornali, radio e televisioni, magari con il sostegno incondizionato del Dipartimento Istruzione e Cultura e del Dipartimento della Sanità e della Socialità gli dedicano tanto spazio. Si consideri che i quotidiani ticinesi destinano giornalmente una buona fetta del loro spazio alle manifestazioni sportive, così come la TSI sacrifica quasi interamente un suo canale al calcio e all’hockey, al tennis e all’automobilismo, allo sci e al basket, nonché a qualche altro passatempo minore, senza tralasciare i libri e le altre pubblicazioni che compaiono a scadenze regolari. Ciò significa che anche nel minuscolo Ticino vi è una fiumana di giornalisti più o meno specializzati, esperti del calcio parlato e dello sport orale in genere. Considerate le forze in campo e le energie spese per questo fenomeno popolare, si può ritenere che dietro tutto questo gran movimento di competenze, persone e capitali vi sia un progetto educativo che, per i costi e l’ampiezza, si avvicina e si affianca a quello della scuola.

Vero: la scuola, al contrario dello sport, è obbligatoria, ma gli avvenimenti agonistici riescono a scandire il passare del tempo meglio dell’anno scolastico. Si può immaginare che la discesa in campo della squadra del cuore o l’impresa del proprio campione influiscano sull’organizzazione del tempo più e meglio delle vacanze di carnevale, dell’espe di tedesco o del dettato del lunedì mattina. In ugual modo si deve supporre che un numero imponente di giovani e giovanissimi frequenti attivamente qualche associazione sportiva, che attraverso la pratica sana e costante del movimento aiuta ognuno a crescere in armonia col proprio corpo: mens sana in corpore sano, come amava ripetere Giovenale, che prima di darsi alla poesia, non per caso era maestro di retorica.

Già un paio di mesi fa mi ero occupato, in questa rubrica, del rapporto perverso che intercorre tra sport e mass-media. Il tema mi è tornato alla mente in questi giorni di marzo, un po’ grazie ai manifesti spuntati su e giù per il Ticino per sollecitare di nuovo a dare un futuro a quell’hockey club che ha bisogno di soldi; e un po’ per le vicissitudini di quell’altro club – di football questa volta […]. Questo è lo sport, bellezza! Ma è a dir poco ipocrita far finta di scandalizzarsi, come fanno i mass-media locali. La realtà che sta venendo a galla sembrerebbe tutto meno che istruttiva: tra presunte evasioni fiscali, millantati crediti, procuratori che indagano (questi sì, reali) e giornalisti sportivi che commentano – ma non spiegano – c’è di che vietare immediatamente le pagine sportive e il canale TSI 2 a tutti i minori.

Non da oggi, a ogni buon conto, lo sport è all’epicentro dello scandalo: di doping si parla ormai da decenni, né si possono dimenticare – citando a caso – il totonero di qualche anno fa o le mutazioni sessuali delle atlete della Germania orientale prima dell’89. Ma rispetto ad altre indecenze, poco probabilmente il movimento sportivo ne uscirà sconfitto o ridimensionato, grazie soprattutto allo strapotere della stampa specializzata: cominciare saggiamente a descrivere lo sport per quello che è, usando un gergo ordinario e riportandolo al ruolo che gli compete, significherebbe un’elevata perdita di posti di lavoro, giacché è difficile trasformare un cronista di pallacanestro in un commentatore politico o in un reporter di guerra. Meglio quindi intessere improbabili analisi psicologiche e dissertazioni sulla fenomenologia del capocannoniere, perché gli spazi disponibili devono pur essere riempiti. Come ben riassume una vignetta sull’ultimo numero del Diavolo, “Berlusconi presidente del Consiglio può fare anche il presidente del Milan. Non c’è conflitto d’interessi… La Nazionale non può giocare contro il Milan!!!”; alla stessa stregua Libàno Zanolari può continuare indisturbato il suo lavoro, perché non farà mai una discesa libera, così come Ezio Guidi non sfiderà mai Martina Hingis. Effettivamente, non c’è conflitto d’interessi, anche se le martine hingis prosperano proprio grazie agli ezî guidi sparsi nel mondo.

Peccato che un gran numero di ragazzi e giovani continuerà a scontrarsi con società sportive che in loro, al di là dei proclami, cercano solo i futuri campioni, ostentando arrogante strafottenza verso De Coubertin e i suoi (sempre più introvabili) accoliti. In realtà è difficile, per un genitore, trovare per suo figlio una società sportiva in cui davvero si possa fare dello sport secondo gli ideali che dovrebbero qualificare questa intelligente maniera di occupare il tempo libero. Oggi il ragazzo che vorrebbe giocare al calcio – così, per divertirsi – si scontra quasi sempre con campionati e tornei che rischiano di assorbire tutto il suo tempo extra-scolastico, trasformando il calcio (o il ciclismo, o la ginnastica, o…) nell’ombelico della vita. Quanti di loro saranno campioni? E quanti, invece, aggiungeranno le frustrazioni della palestra a quelle dell’aula?

Chi si ricorda più del «Profilo degli insegnanti»?

Si trattava in realtà di un documento del dicembre 2007, così definito: «Per profilo professionale è intesa la descrizione accurata delle competenze e dei comportamenti attesi dai docenti e riferiti  al lavoro in sezione con gli alunni,  alla preparazione,  alla formazione,  alla vita di istituto,  alle relazioni con i colleghi, le autorità, i genitori, la comunità locale»: mica minuzie. Il documento, come ho accennato, aveva avuto una larga diffusione, benché si trattasse di una proposta in consultazione e non ancora di una sorta di contratto impegnativo tra le parti. In particolare l’avevano ricevuto, oltre ai soliti uffici cantonali e gli ispettorati, i direttori, l’Alta Scuola Pedagogica, le autorità comunali, le associazioni magistrali e la Conferenza cantonale dei genitori. Naturalmente, anche la stampa ne aveva parlato, erano apparsi articoli e riflessioni, c’erano state serate pubbliche. Non mi interessa qui entrare nel merito di questo «Profilo», che chiunque può consultare nella sua versione originale e incompiuta (basta digitarne il titolo in un qualsiasi motore di ricerca). Invece vi sono un paio di dettagli di un certo interesse, anche per capire le cose di questo cantone e della nostra scuola. Nella lettera che accompagnava la trasmissione del documento si può leggere che «tra i numerosi fattori che concorrono a determinare la qualità del complesso sistema scolastico, la professionalità dei vari attori è e rimarrà uno degli elementi centrali. Per questo motivo il Collegio degli ispettori ha riservato una riflessione importante, nel corso di questi ultimi tre anni scolastici, alla figura e al mandato dei docenti di scuola dell’infanzia ed elementare». Infatti già il 23 novembre 2006 il direttore dell’USC, prof. Mirko Guzzi, aveva presentato un documento, a quell’epoca un pochino diverso, ai direttori delle scuole comunali, riuniti in seduta plenaria a Sementina. Solo che il titolo era un altro: «Valutazione docenti». I direttori avevano applaudito l’iniziativa, ma avevano altresì consigliato, con un po’ di sdegno, di non “bruciare” tutto sull’altare della valutazione. Anzi: meglio togliere del tutto l’accenno alla valutazione e pensare invece a valorizzare i docenti. Ohibò: vuoi vedere che chi vive di valutazione quotidiana, ha poi paura della valutazione? Tant’è. Sta di fatto che per la fine del 2010 gli ispettori avrebbero dovuto esaminare il «Profilo» nell’ambito dei loro nove circondari e inviare poi il loro parere e le loro proposte all’USC, affinché il documento fosse calibrato e approvato dal DECS, per diventare quindi uno strumento operativo e impegnativo per valorizzare, correggere, aiutare, formare e, perché no?, liberarsi degli insegnanti «diversamente bravi»… Il circondario di cui facevo parte – il VI – aveva fatto i compiti e aveva inviato entro i termini le sue riflessioni e le sue proposte: mi sembra un documento interessante e per questo motivo lo metto a disposizione di chi fosse interessato [Profilo professionale – Documento del VI circondario] E qui sta la seconda curiosità, perché non se n’è saputo più nulla.

Sui livelli della scuola media: il grande equivoco

Sulla proposta dei Verdi di abolire i cosiddetti livelli della scuola media il parlamento sta scaldando i motori. Nelle ultime settimane si è letto e ascoltato tanto e di tutto. Il 25 marzo la RSI ha dedicato la rubrica radiofonica «Millevoci» a questo tema, in una sorta di riassunto della problematica e delle posizioni. Condotta da Isabella Visetti, la trasmissione ha ospitato Franco Celio, gran consigliere del PLR, membro della Commissione scolastica, relatore del rapporto di maggioranza (contrario all’abolizione dei livelli); Michele Guerra, gran consigliere della Lega dei ticinesi, presidente della Commissione scolastica e relatore del rapporto di minoranza (ovviamente favorevole); e Emanuele Berger, direttore della Divisione della scuola del DECS.

L’iniziativa dei Verdi sa di sasso nello stagno. Non si propongono soluzioni puntuali. È però vero che lo stesso ministro Manuele Bertoli, all’indomani della presentazione dell’iniziativa, aveva onestamente dichiarato che conveniva discuterne: «Qualcosa che non funziona effettivamente c’è. Il tema quindi non è eludibile e non può essere liquidato con una presa di posizione dipartimentale. La riapertura del dibattito sulla scuola media è essenziale». Ma ora che il Gran consiglio è finalmente chiamato a prendere posizione, si mette in campo l’esercito, citando i soliti esperti non meglio identificati (magari mi sbaglio, ma sto pensando ai soliti culi di pietra) e allestendo una gran sceneggiata, chiedendo tempo in attesa della Riforma 4 e via tergiversando: l’importante è che le riforme facciano il loro corso affinché nulla cambi. Gattopardescamente.

In effetti dietro tutta ’sta difesa dei livelli della scuola media, peraltro circoscritta a due sole discipline, c’è un grande imbroglio, la madre di tutti gli equivoci contrabbandata per verità “scientifica”. A sentire lor signori si sarebbe indotti a credere che basterà trovare la giusta procedura affinché tutto funzioni e la maggior parte degli allievi impari quel che c’è da imparare, vale a dire ciò che è contemplato dal Piano di formazione della scuola media, un documento di ben 163 pagine che stabilisce cosa gli allievi devono (forse) imparare. Già a livello di contenuti c’è molto da discutere. Si tenga altresì conto del fatto che il piano di formazione presente nel sito del DECS è solo un «quadro di riferimento che deve permettere all’autorità politica e all’amministrazione scolastica di stabilire i confini dell’azione dei singoli istituti con l’indicazione dei principali obiettivi e orientamenti a cui tutti devono attenersi per garantire alla scuola la necessaria coesione e una formazione equivalente in tutto il Cantone». I dettagli, invece, sono da un’altra parte e, stando sempre al sito del dipartimento, «Negli ultimi anni l’autonomia dei singoli istituti scolastici è stata valorizzata tenendo conto delle particolarità delle sedi e delle esigenze degli allievi», così che «Ne risulta una ridefinizione dell’equilibrio tra la conduzione centrale, a livello cantonale, e la gestione periferica che chiama i singoli istituti a darsi, con maggiore responsabilità, un proprio profilo»: ergo, è vieppiù difficile capire bene e nel dettaglio cosa si è tenuti a sapere.

Nell’articolo «Di competenze, conoscenze, valutazioni e regole del gioco» ho toccato diversi aspetti che hanno a che fare anche col problema dei livelli. Ho citato, ad esempio, il Teorema di Pitagora, un contenuto classico della scuola media: uno di quegli obiettivi scolastici che possono essere affascinanti per avvicinare i giovani all’esercizio della speculazione intellettuale e allo sviluppo della forma mentis, ma che diventano una micidiale arma impropria nel momento in cui fantasiosi problemi di matematica diventano argomento di test e contribuiscono a decretare la nota scolastica della disciplina. Naturalmente avrei potuto fare tanti altri esempi tratti da pressoché tutte le discipline. Per intenderci, anche Leopardi ha pari dignità di Pitagora, tanto che sembrano almeno perverse certe richieste sulla metrica e le figure metaforiche e poetiche che spesso si incontrano nei famosi test che scandiscono gli anni scolastici. E così via esemplificando.

A dirla tutta: qualcuno crede davvero che un normale allievo di scuola media può acquisire tutte quelle nozioni lì (pardon: competenze!) in quattro anni, con settimane di 33 ore per 36.5 settimane annue, alle quali si aggiungono vagonate di compiti a domicilio, in settimana e assai spesso durante le vacanze scolastiche? Oppure siamo d’accordo che i migliori studenti impareranno solo una parte dell’intero elenco di nozioni e/o competenze e, in quanto primi della classe, sanciranno la norma di riferimento per tutti gli altri?

Insomma: tra valutare e insegnare c’è una bella differenza, ed è inutile fingere che gli insegnanti insegnano e che se gli allievi non imparano è colpa della loro pigrizia o di un quoziente intellettuale sgarrupato. Chissà perché, mi viene in mente una pagina dell’emozionante «Lettera a una professoressa»:

 Attualmente lavorate 210 giorni di cui 30 sciupati negli esami e un’altra trentina nei compiti in classe. Restano 150 giorni di scuola. Metà dell’ora la sciupate a interrogare e fa 75 giorni di scuola contro 135 di processo.

Anche senza toccare il vostro contratto di lavoro potreste moltiplicare per tre le ore di scuola.

Durante i compiti in classe lei passava tra i banchi, mi vedeva in difficoltà o sbagliare e non diceva nulla.

Io in quelle condizioni sono anche a casa. Nessuno cui rivolgermi per chilometri intorno. Non un libro di più. Non un telefono.

Ora invece siamo a «scuola». Sono venuto apposta, di lontano. Non c’è la mamma, che ha promesso che starà zitta e poi mi interrompe cento volte. Non c’è il bambino della mia sorella che ha bisogno d’aiuto per i compiti. C’è silenzio, una bella luce, un banco tutto per me.

E lì, ritta a due passi da me, c’è lei. Sa le cose. È pagata per aiutarmi.

E invece perde il tempo a sorvegliarmi come un ladro.

Forse l’abolizione dei livelli – una perfida eredità della scuola media da quando, nel 1974, sostituì scuola maggiore e ginnasio – sarebbe per davvero un salutare sasso nello stagno, che costringerebbe a occuparsi dell’essenzialità dei programmi (pardon, del piano di formazione) e a smetterla di dissipare così tanto tempo nella valutazione. Un tempo scippato all’insegnamento.

Magari tra la «Riforma 4» e l’arrivo dei nuovi piani di formazione per la scuola dell’obbligo (HarmoS) tutto si sistemerà come per magia. Ne sapremo di più quando attorno a questi due Carneade si farà un po’ di chiarezza.