È meglio che la pedagogia non si lasci sedurre dalla tecnologia

Riformare la Legge della scuola introducendo l’insegnamento del pensiero computazionale, dell’informatica e dell’intelligenza artificiale?

Ai primi di marzo la stampa locale ha dato notizia di una Mozione 1916 – Per una scuola al passo coi tempi, firmata dal presidente Fiorenzo Dadò e dal deputato Alessio Ghisla, che si presenta, almeno a un primo sguardo, come una proposta innovatrice, quella di Riformare la Legge della scuola e aggiornare il relativo Piano di studio affinché l’insegnamento del pensiero computazionale, dell’informatica e dell’intelligenza artificiale sia introdotto in modo obbligatorio e strutturato lungo tutto il percorso della scuola dell’obbligo. In sostanza, una nuova materia.

L’ampiezza della mozione centrista sconvolgerebbe l’intero piano di studio della scuola dell’obbligo, anche se non è affatto chiaro chi ne farebbe le spese: quali materie dovrebbero cedere ore di insegnamento o, addirittura, essere eliminate, come si fa con ogni “cosa” ritenuta ormai inutile? Finora, a pagare il prezzo più alto è stato quasi sempre l’insegnamento della storia – e basta seguire anche solo distrattamente le cronache quotidiane per capirne le conseguenze.

La riforma coinvolgerebbe il II ciclo della scuola elementare e l’intera scuola media. A ispirare il partito sarebbero l’evoluzione tecnologica, il confronto internazionale, i rischi dell’uso non consapevole dell’IA, la situazione svizzera frammentata e il ritardo del Ticino. In estrema sintesi, l’ex PPD – già partito conservatore di ispirazione cristiana – chiede di modificare la Legge della scuola per introdurre l’insegnamento obbligatorio e progressivo di informatica, pensiero computazionale e intelligenza artificiale.

Sono tuttavia convinto che la politica scolastica dovrebbe evitare proprio ciò che propone la mozione centrista, cioè riproporre il modello obsoleto, che resiste dal XIX secolo, basato essenzialmente sulla trasmissione lineare e unidirezionale del sapere, sulla frammentazione disciplinare e sulla memorizzazione spesso meccanica.

Già nel ’500 Michel de Montaigne riteneva che un buon maestro dovesse aiutare il ragazzo a capire e a giudicare con la propria testa, invece di riempirgli la mente di nozioni; un’intuizione che Rousseau riprenderà nell’Emilio e che Dewey tradurrà nel principio dell’apprendere facendo, concetto mutuato da Aristotele e poi ripreso in forma concreta dai movimenti di scuola attiva.

iPhone è milioni di volte più veloce, potrebbe contenere 250’000 floppy disk, è una porta per il mondo intero. In compenso il buon vecchio Mac, a parità di potere d’acquisto, costava molto, ma molto di più.

Da una trentina d’anni bambini e ragazzi vivono immersi in un mondo informatizzato e hanno tra le mani qualche arnese tecnologico: dal videogioco (ricordate Super Mario e il Tamagotchi?) al lettore MP3, fino ad arrivare allo smartphone, quel dispositivo tascabile davanti al quale il mio Macintosh Plus del 1986, a quarant’anni di distanza, pare uno stupido mostriciattolo. Qualche anno fa girava la battuta secondo cui oggi si impara a far scorrere l’indice sullo schermo dello smartphone prima di saper dire «mamma». Eppure, la scuola e i politici che se ne occupano continuano con cocciuta puntualità a proporre rivoluzioni retroattive simili a quella del Centro.

«Troppo facile, amico!», avrebbe commentato il compianto Giuseppe Buffi. E ne avrebbe avuto ben donde.

Intendiamoci, non è che la scuola non si sia mai interessata di informatica e dintorni. Ma se n’è tanto o poco interessata inseguendo il passato o sotto pressioni provenienti dal mondo della produzione, dell’economia e della finanza, senza mai sprecare un minuto per affrontare una riflessione epistemologica dell’epocale cambiamento che stiamo vivendo, cioè di interrogarsi sui presupposti, sul senso e sulle implicazioni del sapere che si vuole trasmettere. Volendo semplificare con un esempio sicuramente eccessivo: lasciando perdere quegli insegnanti che, fin dalla più tenera età, hanno cominciato a “smanettare” sulle loro micro-tastiere, dovremmo concordare con una realtà evidente: allievi, studenti e insegnanti non hanno bisogno né di nozioni (le competenze reali evocate dal Centro), né dei predicozzi centristi (consapevolezza, principi, capacità di giudizio, eccetera).

Intanto si vada pure avanti coi divieti, che servono a riparare il colossale fallimento educativo, che è delle famiglie e delle istituzioni educative – magari converrebbe rileggere l’art. 2 della Legge della scuola con meticolosa regolarità. Nel frattempo, proprio mentre si cerca di calibrare il senso della scuola dell’obbligo alla luce del nostro contesto socioculturale, si può cominciare a progettare una nuova Scuola serena in cui si possa sbagliare senza farsi male – il diritto all’errore! – e che sia, allo stesso tempo, umanista, scientifica, democratica, cooperativa, complessa e tecnologicamente consapevole. Una scuola, in altre parole, in cui la pedagogia non si lascia sedurre dalla tecnologia, ma la integra in un quadro antropologico e sociale molto più ampio.

Scritto per Naufraghi/e

 

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