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La politica scolastica ai tempi della campagna elettorale

Mi devo scusare con gli amici che mi seguono senza risiedere in questa minuscola repubblica che si chiama Canton Ticino, 350 mila anime, compresi minorenni e stranieri, che quando fanno politica sembrano gli USA o i più blasonati paesi europei. Mi devo scusare con loro, dicevo, perché oggi voglio parlare della campagna elettorale in vista del rinnovo dei poteri cantonali, che si concluderà domenica 19 aprile. E vada come deve andare, o come può.

Da quand’ero un ragazzino fino alla maggiore età ho vissuto un Consiglio di Stato con due liberali radicali, due popolari democratici (democristiani, per chi non vive qui) e un socialista (socialdemocratico). Nel 1987 avvenne il primo terremoto: i due principali partiti socialisti – quello tradizionale, socialdemocratico, e quell’altro marxista leninista e pure rivoluzionario, nato da una scissione nel 1969 – conquistarono due seggi in governo, a scapito dei democristiani. Quest’ultimi avrebbero riconquistato il seggio nel quadriennio successivo, ma già nel ’95 l’avrebbero ceduto alla Lega dei Ticinesi, “movimento” nato nel 1991, chiaramente ispirato dalle Lega lombarda.

Quattro anni fa il popolo sancì un Consiglio di Stato a maggioranza leghista (due ministri), con un liberale radicale, un democristiano e un socialista a reggere le sorti esecutive della repubblica. Oltre a ciò il minimo di gruppi parlamentari per fare maggioranza assoluta è passato da due a tre.

Transeat su cosa è e non è successo durante questo disgraziato quadriennio, una specie di ininterrotta campagna elettorale. Ma, guardandoci attorno, potremmo dire di appartenere all’Europa, pur essendo la Svizzera un paese “extra-comunitario”.

Così fra un paio di settimane cambierà tutto (ehm ehm). O forse nulla, indipendentemente da chi “vincerà” (di solito vincono tutti) e da chi “perderà” (rara avis).

Mi ha sempre colpito il fatto che, un po’ dappertutto, le campagne elettorali siano centrate sugli esecutivi – nel nostro caso il Consiglio di Stato – benché, secondo la teoria che t’insegnano anche a scuola, il Legislativo sia più importante (ah, l’educazione civica!). Così succede assai spesso che vi siano frizioni di fondo tra Esecutivo e Legislativo. E che in questo consesso non siano eletti i migliori, quelli politicamente più profilati e, perché no?, più competenti. Invece no, sempre più finiscono in parlamento i più utili ai maggiorenti, i più flessibili e quelli che meglio azzeccano la vendita di sé stessi.

Cicerone al senato romano
Cicerone al senato romano

Dieci partiti in lizza (13 per il Gran consiglio), 41 ministri in pectore, 624 potenziali parlamentari: una manna per tipografi e fornitori di gadget. Un tormento per chi, come me, dovrà scegliere a chi dare la preferenza. Malgrado l’esiguità del paese, personalmente conosco davvero pochi candidati. Di questi pochi, una buona maggioranza non li voterò, un po’ proprio perché li conosco, un altro po’ perché l’amicizia è una cosa e la politica, a volte, un’altra. Poi bisogna cercare di farsene un’idea, seguendo qualche dibattito, leggendo qualche articolo: sempre con la precauzione che il periodo è assai fertile per le imposture, le più improbabili fanfaluche e le ipocrisie equivoche e untuose.

Va da sé che alcune idee me le faccio leggendo ciò che si scrive a proposito della scuola, della formazione e dell’educazione. Si è parlato molto del progetto dipartimentale «La scuola che verrà», che annovera, tra i difetti più cospicui, il momento in cui è stato presentato (metà dicembre dello scorso anno). Ho ascoltato una sera il ministro Manuele Bertoli durante un dibattito in TV. Li aveva tutti contro, o quasi. Le elucubrazioni attorno a questo progetto sono tante. Non può stupire l’interpretazione pretestuosa, cavalcata da tanti candidati con reggicoda al seguito, secondo cui questa riforma abbasserebbe irrimediabilmente il livello della scuola dell’obbligo. La difesa televisiva del ministro mi è sembrata onesta e convinta. Mi sembra più in chiaro lui, da politico, di qualche suo funzionario al dipartimento. Come ha bene osservato la filosofa Lina Bertola (La Regione Ticino del 26 marzo), come e attraverso cosa realizzare la riforma ha largamente soffocato la riflessione sul senso profondo della scuola. Ma di ciò parlerò prossimamente e in maniera più mirata.

Qui mi piace invece segnalare uno scritto onesto e decisamente fuori dal coro delle tante prefiche che sparano ad alzo zero sulla scuola che verrà, forse perché è maturata col primo ministro socialista dell’educazione dopo tanti decenni, o forse perché si immagina che la maggior parte degli elettori voglia sentirsi dire quelle cose lì. Si tratta di un breve scritto di Nicola Pini, pubblicato su La Regione Ticino del 2 aprile, sotto la rubrica «Il Dibattito», La scuola deve venire. L’impressione che ne ho ricavato è che Pini conosca l’argomento di cui parla e lo faccia con la ragione, del tutto fuori dal gregge.

Nicola Pini è uno di quelli che non conosco personalmente (v. sopra). Non l’ho mai visto, neanche da lontano. Però, dopo aver letto l’articolo citato, mi sono incuriosito. E nel suo sito “elettorale” ho trovato alcune riflessioni interessanti: sul consigliere federale Georges-André Chevallaz (1915-2002) e sull’utilità di una formazione umanista in campo tecnico; su Norberto Bobbio; sulla discesa in campo di Silvio Berlusconi. E altre.

 

«La buona scuola è innanzi tutto un’idea»

È bello, di tanto in tanto, imbattersi in qualche opinione sulla scuola che sia in grado di sfuggire ai discorsi che s’ispirano alle solite tiritere, in parte conservatrici e in altra parte utilitariste, ma nel complesso attente ai tornaconti individuali o di casta, tanto da rasentare spesso la bugia.

È il caso di un bell’articolo di Ernesto Galli Della Loggia apparso sul Corriere della sera di domenica 8 marzo 2015 con un doppio titolo: La scuola cattiva è questa, in prima pagina, con un rimando diretto alla situazione italiana e alle attuali proposte di riforma, e La visione che manca alla buona scuola a pagina 28.

Lo storico e pubblicista italiano sta alla larga dalla baraonda delle tesi e contro tesi che caratterizzano un po’ dappertutto le pseudo-discussioni sull’istituzione scolastica, ma risale alle sorgenti. Scrive che «La buona scuola non sono le lavagne interattive e non è neppure l’introduzione del coding, la formazione dei programmi telematici; non sono le attrezzature, e al limite – esagero – neppure gli insegnanti. La buona scuola è innanzi tutto un’idea. Un’idea forte di partenza circa ciò a cui la scuola deve servire: cioè del tipo di cittadino – e vorrei dire di più, di persona – che si vuole formare, e dunque del Paese che si vuole così contribuire a costruire».

E ancora: «La scuola – è giunto il momento di ribadirlo – o è un progetto politico nel senso più alto del termine, o non è. Solo a questa condizione essa è ciò che deve essere: non solo un luogo in cui si apprendono nozioni, bensì dove intorno ad alcuni orientamenti culturali di base si formano dei caratteri, delle personalità; dove si costruisce un atteggiamento complessivo nei confronti del mondo, che attraverso il prisma di una miriade di soggettività costituirà poi il volto futuro della società. La scuola, infatti, è ciò che dopo un paio di decenni sarà il Paese: non il suo Prodotto interno lordo, il suo mercato del lavoro: o meglio, anche queste cose ma soprattutto i suoi valori, la sua antropologia, il suo ordito morale, la sua tenuta».

Siamo insomma lontani anni luce dai soliti discorsi che infarciscono le campagne elettorali, quelli con un fervorino agli imprenditori e uno ai sindacati, qualche proposta per risolvere tutto – l’educazione civica, il salmo svizzero, il tablet, le varie “educazioni mirate”… – e tanta, tanta ipocrisia.

Ne tenga conto chi vede volentieri una “nuova e diversa” scuola che verrà e chi, invece, sta facendo di tutto per non lasciarla neanche partire. Nell’uno come nell’altro caso la sostanza delle cose non cambierà.

Naturalmente non m’illudo che, così all’improvviso, chi è nella stanza dei bottoni sia capace di uscire dai percorsi tradizionali (e conservatori). Lo dico dunque così, per scaramanzia. Però, secondo me, ha ragione Galli Della Loggia: la scuola o è un progetto politico nel senso più alto del termine, o non è.

 

[È possibile risalire all’articolo nel sito del Corriere della sera – La scuola cattiva è questa – o scaricarne il testo qui.]

Vivere la cittadinanza, un requisito per poterla imparare

Brutta bestia, l’educazione alla cittadinanza. Più che la matematica e le tante discipline scolastiche, essa esige condizioni di apprendimento che travalicano le quattro mura dell’aula. Per dire che non è sufficiente mandare a memoria le definizioni dei tre poteri dello Stato per esser diventato un cittadino consapevole, uno che contribuisce concretamente alla vita, possibilmente serena e pacifica, del Paese. Il cittadino consapevole lo si riconosce quando compila la dichiarazione delle imposte, quando legge o non legge i quotidiani, e quali legge e cosa legge; lo si capisce quando espone le sue idee sui tanti blog e social network, magari mettendoci la firma; lo si valuta per come rispetta o disprezza le istituzioni.

Se n’è accorta la Francia, all’indomani dei tragici avvenimenti d’inizio gennaio. La République è sicuramente il paese europeo che investe di più in materia di educazione civica. Come ha sottolineato Le Monde, «è il solo paese in cui i corsi di educazione civica figurano nella griglia oraria, dalla scuola elementare al liceo, ed è l’unico ad avere un modello pedagogico tanto completo da unire lezioni, partecipazione degli allievi alla vita del loro istituto e progetti educativi sulla cittadinanza. I programmi spaziano dalle istituzioni della Repubblica e dei suoi valori alle regole della civile convivenza, passando attraverso l’educazione allo sviluppo sostenibile, ai mass media, alla salute, e via di seguito». Questo, almeno, in teoria e sulla carta, come spesso accade. Eppure il primo ministro Manuel Valls ha sentito il dovere di affermare che «la cittadinanza – non parliamo di integrazione, dimentichiamo le parole che non significano nulla – ha bisogno di essere rifatta, rinforzata, legittimata». E, riferendosi alle banlieue, ha aggiunto che in Francia esiste «un’apartheid territoriale, sociale, etnica».

Ma che significa? Cosa c’entra l’apartheid con la scuola e l’educazione alla cittadinanza? Non servono chissà quali sforzi di immaginazione per figurarsi una scuola dell’obbligo di un sobborgo parigino nel quale nessuno è intervenuto per evitare forme estreme di ghettizzazione economica e socioculturale. È anche in quelle scuole che lo Stato repubblicano si gioca la credibilità. Quale educazione civica potrà mai svilupparsi in un quartiere popolare, se la sede scolastica accoglie per lo più ragazzi e adolescenti il cui futuro è bollato dall’emarginazione sin dalla culla? Dove sono l’uguaglianza, la solidarietà e la fratellanza, i grandi valori repubblicani che dovrebbero sostenere il progetto di educazione alla cittadinanza? Per imparare a conoscere i valori della società è necessario crescere in quella società e incontrare giorno dopo giorno i propri concittadini, in un contesto sociale e scolastico immune da ogni forma di segregazione. Anche nel nostro piccolo cantone ci sono istituti scolastici in cui l’esperienza civica quotidiana si fa vieppiù difficile. Certo, la Svizzera e il Ticino non sono la Francia. Ma le vie dell’esclusione e dell’emarginazione sono subdole e solo apparentemente enigmatiche. Forse è giunto il momento, soprattutto a livello di scuola media, di ripensare seriamente almeno due principi costitutivi: quello della massima mescolanza socioculturale e quello delle dimensioni. Perché, guarda te il caso!, più le scuole sono affollate, più la scala sociale s’abbassa. Quando oltre un terzo degli allievi è in difficoltà scolastica e sociale, educare, e non solo alla cittadinanza, diventa un problema.

La democrazia tra competenze, maggioranze e punti di vista

Sul Corriere del Ticino di martedì 3 febbraio Alberto Siccardi, promotore e agit-prop dell’iniziativa popolare «Educhiamo i giovani alla cittadinanza», se la prende per l’ennesima volta con il Governo, il DECS e il Gran Consiglio per le lungaggini che caratterizzano la discussione sull’iniziativa che, nella primavera del 2013, aveva raccolto in poco tempo oltre 10 mila firme. La sua presa di posizione, pubblicata nella rubrica L’Opinione col titolo «La civica nelle scuole: ostruzionismo statale», è comprensibile e legittima, almeno per certi versi; anche se verrebbe da dire che una persona civicamente educata e istruita dovrebbe conoscere i tempi della democrazia e sapere che, rispetto alle dittature e alle libere imprese, i tempi della democrazia diretta sono particolari: et pour cause.

Non so se corrisponde al vero che lo Stato stia facendo ostruzionismo. Forse c’è un po’ di melina, perché i giocatori in possesso di palla rallentano il gioco con passaggi leziosi. Sicuramente la posizione del Dipartimento dell’Educazione è poco chiara, dal momento che sta cercando una specie di quadratura del cerchio, nel tentativo di risolvere contemporaneamente le richieste dell’iniziativa sull’educazione civica e le istanze sull’educazione religiosa, nelle sue diverse sfaccettature.

Non condivido però il tono di Siccardi, a cavallo tra il vittimismo della minoranza – che poi minoranza non è – e certi modi da Sessantotto al contrario. Scrive ad esempio che certe frange della sinistra hanno accusato i promotori dell’iniziativa di essere fascisti e retrogradi. In tutti questi mesi non ho avvertito questo clima un po’ datato – anche se, bisogna pur dirlo, tra i promotori dell’iniziativa si incontrano diverse persone che del dileggio e dell’insulto a chi la pensa in altro modo hanno dettato e imposto un nuovo stile del dibattito politico. Non è il caso di Alberto Siccardi, col quale ho avuto modo più volte di discutere della “sua” iniziativa in modo civile e garbato: ecco perché questa sua Opinione sul Corriere mi suona un po’ come una caduta di stile.

Detto questo, chi mi segue in questo sito e chi legge la mia rubrica sul Corriere del Ticino sa che non condivido né le proposte dell’iniziativa di Siccardi & co., né i goffi tentativi del DECS e dei suoi tentacoli politici, sindacali e lobbistici di (non) risolvere i veri problemi che tormentano la scuola in rapporto alle sue finalità fondatrici.

È sufficiente inserire la parola cittadinanza nel riquadro apposito per trovare tante mie opinioni sul tema. Malauguratamente il dibattito pubblico è tutto da altre parti, apparentemente a sinistra e a destra, col rischio che gli interessi di partito o di area politica travalichino il nocciolo del discorso: ch’è poi quel che dovrebbe contare di più. E si badi bene che io non mi sento al centro.

Non scrivo ’ste cose per autocommiserazione o paranoia. Ma educare alla cittadinanza non è una questione che si può risolvere col bilancino del farmacista o con trattative da ragioniere. Non è, insomma, una questione di griglie orarie, di note sul libretto o di sciocche definizioni. Per quel che ho letto e capito, l’iniziativa «Educhiamo i giovani alla cittadinanza» pretende in sostanza che la scuola istruisca i giovani, così che conoscano, in teoria e a memoria, alcuni principi che fondano il nostro Paese: più “cose” conosci a memoria, più alta sarà la nota sul libretto, che farà media con le note delle altre discipline.

È una questione di chiarezza, perché l’istruzione è una cosa, l’educazione un’altra. Le parole non sono un optional, bisognerebbe usarle nel loro significato, a meno che non si considerino sinonimi l’istruzione e l’educazione, che per me restano comunque cose diverse, checché ne dicano e ne pensino i poteri che decidono.

Vi sono persone molto istruite, ma civicamente maleducate. Mi è venuto in mente un breve passaggio di un romanzo che sto leggendo in questi giorni, «Il male non dimentica», di Roberto Costantini (2014, Marsilio): «Vorrei parlare un po’, ma mio fratello è a Londra per studiare l’inglese e fare amicizie utili. Per imparare a rubare legalmente, come sostiene» sua madre (pag. 88).

E vi sono persone poco istruite, ma talmente educate che non raccontano frottole quando compilano la dichiarazione per le imposte, fanno cortesemente la coda allo sportello, rispettano lo Stato e i suoi rappresentanti anche quando non sono d’accordo, dànno dei lei sia al consigliere di stato che al cameriere che porta in tavola la pizza; leggono i giornali e ascoltano i dibattiti televisivi, ma non pendono dalle labbra di nessuno; pagano i contributi sociali e stanno alla larga da mazzette e inciuci col potere. E non rubano legalmente.

È quasi logico che, in questi tempi di politica da stadio e di posizioni in bianco e nero, il dibattito sull’educazione alla cittadinanza si riduca all’ennesima (inutile) discussione tra posizioni inconciliabili: inconciliabili perché, tutto sommato, da una parte e dell’altra si evita di andare al centro del problema, che è più complesso di come si tenta di sdoganarlo nell’arengo politico.

Non è un comportamento utile alla democrazia. Dato che non ho la sfera magica, non so come andrà a finire. Ma se nel frattempo non cambierà qualcosa di sostanziale nel dibattito, non potrà andare che male. Dovesse vincere l’iniziativa dei 10 mila e passa sottoscrittori non cambierebbe un ette, si svilirebbe l’insegnamento della storia, già ridotto ai minimi termini, e si nutrirebbero illusioni, funeste quasi per definizione. Dovesse prevalere il pensiero del DECS, invece, come sopra.

Credo che l’espressione Educare alla cittadinanza possa essere riassunta in un’unica parola: Educare. Un cittadino educato sa che non ha ragione che grida più forte, ma chi è in grado di dimostrare meglio. Appartenere alla maggioranza non significa ancora avere ragione: la democrazia, quella vera, è un’altra cosa.

«La Svizzera nella storia», un manuale scolastico di gran pregio

Ammetto che ho sempre fatto fatica a intendere come mai l’insegnamento della storia sia stato tanto deprezzato durante la lunga stagione delle riforme scolastiche avviata quasi mezzo secolo fa. Nel dicembre del 2007 «Discours Suisse», un progetto sostenuto dalla Confederazione, aveva segnalato che «Nella maggior parte delle scuole di tutte le regioni linguistiche l’insegnamento della storia svizzera viene trascurato». A dirla tutta a esser trascurato è semplicemente l’insegnamento della storia, prima che di quella svizzera, come se la capacità di storicizzare una qualsiasi realtà fosse una competenza di niuna importanza. È però facilmente comprensibile che il tentativo di capire il presente in una prospettiva storica contribuisce ad avere una testa ben fatta, capace di pensare: può dare fastidio. Tant’è. La nostra scuola media prevede la dotazione di due ore settimanali di insegnamento, per intenderci un’ora in meno della ginnastica (pardon: dell’educazione fisica), col rischio concreto che in tempi brevi il tempo a disposizione sia ulteriormente decurtato, per far posto all’educazione civica, materia che, secondo un’iniziativa popolare ancora in attesa di discussione formale e di verdetti, dovrebbe diventare disciplina a sé stante, con tanto di nota sul libretto, e con uno spazio nella griglia oraria della scuola media rapinato proprio alla storia, che è un po’ come dire che la storia e l’educazione alla cittadinanza non hanno nulla a che fare l’una con l’altra.

A dispetto del quadro poco inebriante, soprattutto per chi è sul campo, il DECS non ha desistito ed è andato all’attacco, promovendo la pubblicazione di un manuale per l’insegnamento della storia nella scuola media, il cui primo volume – che dal paleolitico ci porta al XVI secolo – era stato pubblicato un anno fa. Ne avevo scritto in toni calorosi, prima di tutto per l’opzione deliberata di «inserire pienamente la storia nazionale nel processo politico, economico, sociale e culturale dell’Europa e del mondo», tanto che «il manuale si orienta verso un altro tipo di impostazione: la Svizzera non come risultato di un caso isolato, ma punto di arrivo di una rete di relazioni che hanno condizionato e favorito determinate scelte al posto di altre». Finalmente fuori dal Sonderfall, com’è giusto che sia.

È di questi mesi l’arrivo nelle classi del secondo volume, che conferma l’ottima impressione destata dal primo, con questa decisione moderna e originale di raccontare il percorso della Svizzera nella storia, a differenza di una tradizione didattica che – o tempora, o mores! – prediligeva un percorso, come dire?, più «patriottico», con una preistoria un po’ da favola, e poi i buoni elvezi, i miti nazionali, le battaglie epiche e il ridotto alpino. Il nuovo volume conserva le scelte di partenza e ha il coraggio di sfatare un principio di comodo che sconsiglia di avvicinarsi troppo alla contemporaneità, tanto da spingersi fino all’«Età dell’incertezza tra globalizzazione, ‘deregulation’ e neoliberismo», parlando pure di poste e telefoni, del fallimento di Swissair, della crisi finanziaria del 2008, con tanto di salvataggio di UBS da parte dello stato. Si tratta insomma di una proposta di grande valore documentario, culturale e didattico, che non sarebbe male poter trovare anche nelle normali librerie, a disposizione di chi la scuola dell’obbligo l’ha frequentata tanto tempo fa e che magari della Svizzera nella storia non ha mai capito granché.