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Piazzaparola, la letteratura per l’infanzia e uno spazio su «la Regione»

Doveva essere la tarda primavera del 2013, quando mi telefonò Raffaella Castagnola, all’epoca presidente della Società Dante Alighieri di Lugano e responsabile delle pagine culturali del Corriere del Ticino, sulle quali curavo la rubrica Fuori dall’aula, firmata per la prima volta nel 2001 e poi continuata fino al 2020.

Stavo chiudendo il mio ultimo anno scolastico come direttore delle scuole comunali di Locarno; in agosto sarei diventato un pensionato. Due anni prima la Dante luganese aveva inaugurato una nuova proposta letteraria, Piazzaparola, il cui occhiello precisava: L’arte di raccontareUn classico e voci contemporanee. Le prime due edizioni erano state dedicate a Dante e a Omero, con uno spazio riservato agli allievi delle scuole luganesi (se non sbaglio, in particolare quelli della zona Centro).

Mi chiese, senza sapere che stavo andando in pensione, di organizzare per il Locarnese le prossime edizioni di Piazzaparola per gli allievi delle scuole elementari. Diedi la mia disponibilità, chiesi la collaborazione del DFA, anche per avere un tetto istituzionale (quell’anno il direttore era Michele Mainardi), conobbi una giovane Silvia Demartini, che coinvolsi da subito – sarebbe poi diventata, negli anni a seguire, l’autrice principale dei testi di tutte le edizioni locarnesi di Piazzaparola.

Neanche tre mesi dopo quella telefonata, andò in scena al Castello Visconteo la nostra prima edizione di Piazzaparola jr, dedicata a Giovanni Boccaccio e destinata alle classi di 4ª e 5ª elementare di Locarno e Minusio: Intendo di raccontare cento novelle nel pistelenzioso tempo, con le narratrici Tatiana Winteler e Sara Giulivi, le illustrazioni di Dario Bianchi, l’accompagnamento musicale del gruppo «Greensleeves» di Paolo Tomamichel e i «Giullari dei Visconti», gruppo di studenti della Scuola Teatro Dimitri di Verscio, preparati da Oliviero Giovannoni: trattandosi dello spettacolo inaugurale merita il ricordo dei protagonisti.

Intendo di raccontare cento novelle nel pistelenzioso tempo (Giovanni Boccaccio, 2013)

Seguirono due edizioni che si svolsero per davvero nelle piazze, con gruppi di allievi che passavano da una postazione all’altra: Leonardo da Vinci nel 2014 e Publio Ovidio Nasone del 2015. Nei due anni successivi capitò di voler restare nuovamente nelle piazze, ma la meteo ci costrinse a rifugiarci dentro il Teatro di Locarno: nel 2016 Sulle tracce dell’ingegnoso nobiluomo don Chisciotte della Mancia, l’anno dopo Inseguendo l’ombra di Don Giovanni. Per ovviare al tempo che fa, da qualche anno ci siamo installati nelle piccole sale del Palacinema: Echi dal Diario di Anne Frank (2018), La vera storia del dottor Victor Frankenstein (2019), Canto di Natale (2022). Nel mezzo, a causa della pandemia, niente Piazzaparola nel 2020 e un’edizione ridotta nel 2021, con La storia di Robinson Crusoe nella corte interna del Castello; per poi tornare al Palacinema in questo dicembre 2023, con Dimezzato, inesistente, rampante: tre magnifici antenati, nel centenario della nascita di Italo Calvino.

Il barone rampante (Italo Calvino, 2023) – © Foto Marco Beltrametti

Dall’anno prossimo si vedrà, sarebbe bello poter tornare nelle piazze, ma costa un po’ di più, mentre da qualche anno parrebbe che non ci siano più soldi, neanche per Piazzaparola.

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A margine di questa edizione dedicata a Italo Calvino, il quotidiano laRegione, nellasua edizione del 18 dicembre 2023, ha dedicato un’intera pagina al tema della letteratura per i più giovani.

Far parlare la letteratura alle giovani generazioni

di Silvia Demartini, Professoressa in Educazione linguistica e linguaggi disciplinari dell’italiano presso il Centro competenze didattica dell’italiano lingua di scolarizzazione (DILS), DFA/ASP-SUPSI, e Adolfo Tomasini, pedagogista.

Nel mondo digitale la parola scritta rischia di attirare sempre meno giovani. Ma i piccoli lettori possono trovare ricchezza nei grandi classici.

La letteratura è un magico spazio in cui ritrovarsi, (ri)conoscersi, ma anche scoprire, conoscere e vivere altre vite oltre alla propria. L’ha sintetizzato a chiare lettere Umberto Eco oltre trent’anni fa: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5’000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’Infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro” (dall’articolo “Perché i libri allungano la vita”, rubrica La bustina di Minerva, L’Espresso, 2 giugno 1991). Proprio quest’ampiezza di vedute è uno degli aspetti principali (non il solo) per cui vale la pena di avvicinare bambine e bambini alla letteratura.

Il bisogno di letteratura nella formazione delle giovani generazioni

Dell’immortalità all’indietro evocata da Eco, oggi, c’è quanto mai bisogno, anche e forse soprattutto per i più giovani. Catturati sin da molto presto nella rete e nel digitale, infatti, bambine e bambini hanno meno occasioni di accostarsi alla letteratura come ambito di esplorazione, come spazio di divertimento e di approfondimento, come palestra linguistica, come luogo in cui semplicemente passare il tempo. E anche come elemento di complessità. Una complessità, certo, che va calibrata sulla base dell’età e della maturità di lettrici e lettori, per cui l’incontro con la letteratura deve essere sfidante, ma non impossibile, onde evitare banalizzazioni grottesche o riduzioni scimmiottanti. Se affrontata nel modo giusto, proprio la sana complessità del testo letterario e dei personaggi che lo popolano continua ad avere un grande potenziale formativo, a più livelli. Basti pensare alle profonde discussioni che possono scaturire dalla lettura di un’opera non banale o alla modalità di lettura estensiva (piacevole, ma anche prolungata e non “a salti”) che richiede un bel romanzo. Per non parlare del ricco patrimonio linguistico al quale la letteratura espone, proponendolo senza “insegnarlo”.

Navigare nel “mare” della letteratura

Domanda per niente semplice, perché le risposte possono essere molte e non unanimi. Ai fini del nostro discorso va però almeno precisato che “letteratura” è tante cose; è tanti generi (dall’epica ai romanzi agli albi illustrati, per intenderci), è tanti stili, è tanti destinatari, è tante epoche, è tanti formati (in prosa e in versi): per non perdersi servono consapevolezza, preparazione e cura, soprattutto se si tratta di avvicinare certe opere a giovani ragazze e ragazzi. Perché c’è una letteratura che, a seconda delle età, va affrontata in autonomia (magari confrontandosi su di essa in gruppo, a scuola), e c’è una letteratura alla quale da “piccoli” è bene accostarsi in modo mediato, scoprendo scrittrici, scrittori e opere grazie al tramite di qualcuno che ne cura l’accessibilità. Ciò non significa forzare l’incontro con la letteratura “adulta”, ma promuovere la curiosità: con una metafora, significa offrire una scala per incentivare a fare capolino e a curiosare in un giardino bellissimo, che, più in là, ragazze e ragazzi andare a visitare completamente. E non solo: significa accostare al bello, alla ricchezza di contenuti e di parole, alla grandezza di certi personaggi; accettando anche di saper rinunciare a certe sfide, posticipandole.

Fra scuola e divulgazione: il senso dei “classici”

Che la letteratura non sia in senso stretto una “materia scolastica” è cosa nota, o dovrebbe esserlo, come dovrebbe essere altrettanto noto, però, il suo potenziale in chiave educativa e didattica. Da questo presupposto è nata l’idea (ormai dieci anni fa, nel 2013) di realizzare una proposta per le scuole elementari del locarnese nell’ambito di un evento letterario concepito per il pubblico adulto (PiazzaParola), cogliendo anno dopo anno la sfida di proporre un grande classico, o un autore/un’autrice, all’attenzione di ragazze e ragazzi di IV e V elementare. Fino al 2019 PiazzaParola si è svolto in settembre, per fornire un momento iniziale intenso, quasi rituale, che avrebbe potuto fare da detonatore di un progetto pedagogico da sviluppare durante l’anno scolastico. In tal senso già in primavera si informavano gli istituti scolastici di ciò che avremmo presentato a fine estate, fornendo anche una documentazione che poteva servire per la preparazione di allieve e allievi, e per sviluppare percorsi di approfondimento.

Questa scelta intendeva facilitare e stimolare la ricerca di quell’immortalità all’indietro offerta dai “classici”, tema che nel 2012 era stato ampliato e approfondito durante un convegno dedicato alla letteratura per l’infanzia (poi sfociato nel volume Il gatto ha ancora gli stivali? Perché leggere i classici a scuola, oggi e domani, curato a D. Corno, S. Fornara e A. Tomasini, Armando Dadò Editore, 2013).

Quella era stata l’occasione di chiedersi, per dirla con Italo Calvino, se è ancora vero che i classici continuano a parlare anche alle nuove generazioni, perché non hanno finito di dire ciò che hanno da dire. Suggestione sempre attuale, che, in questo 2023 (nel centenario della nascita di Calvino), rilanciamo proponendo una rilettura della trilogia calviniana I nostri antenati. Ormai un “classico” recente, il cui insieme di fantasia, originalità, divergenza rispetto alla normalità del mondo che ci circonda è certamente in grado di intercettare l’ “orecchio acerbo” di rodariana memoria dei più giovani.

Alcune chiose di congedo dall’anno passato

Archiviato – si fa per dire – il Coronavirus, almeno nella sua fase pandemica, ecco subito un nuovo, grave evento, l’invasione dell’Ucraina per mano delle forze armate della Federazione Russa il 24 febbraio 2022.

Dopo le statistiche giornaliere su Covid 19 – nuovi contagi, ricoverati, morti, guariti – ecco le nuove tabelle riguardanti l’arrivo dei profughi ucraini in Ticino e in Svizzera: dove, presso chi, sotto l’egida di. E quali le scuole frequentate.

Sono stati entrambi eventi pieni di bontà: si pensi agli applausi agli infermieri prima, agli abbracci ai profughi poi, in arrivo nelle scuole del Cantone.

Ho conservato un articolo di Moreno Bernasconi apparso a pagina 4 del Corriere del Ticino del 31 maggio scorso: «Due profughe, due misure», che così inizia:


«Abbiamo capito che noi, qui, siamo profughi di serie B». Questo amaro commento circola insistentemente da un paio di mesi fra i rifugiati riparati in Svizzera da Paesi africani o dall’Afghanistan o da altri Paesi devastati dalla guerra durante anni o addirittura decenni. Circola da due o tre mesi, ovvero da quando la guerra scatenata dall’invasione russa ha spinto milioni di civili ucraini a fuggire dalla barbarie. La maggioranza ha cercato rifugio nei Paesi limitrofi dell’UE, ma non pochi anche nel nostro Paese, che si sta dimostrando coralmente generoso verso i profughi ucraini in fuga. Dal punto di vista giuridico, questa accoglienza generosa ha un nome: il permesso S, ovvero quello «per persone bisognose di protezione» (Schutz, in tedesco).

(Qui si può leggere l’articolo integralmente).

Osservo che, di solito, questa tipologia di immigrati, se autorizzata a risiedere in Svizzera, riceve il Permesso N «per richiedenti l’asilo», che da qualche parte saranno ritenuti meno bisognosi. Nei primi anni del mio periodo come direttore delle scuole comunali di Locarno, dal 1987, ho attraversato tanti drammatici arrivi massicci di profughi, per lo più famiglie che scappavano dalla guerra. La fase più acuta fu attorno al 1992/93, quando accogliemmo nelle nostre classi un centinaio di bambini e bambine, circa il 10% del totale degli allievi di scuola elementare.

Non fu facile, anche perché si trattava di un fenomeno del tutto nuovo, che toccava poche sedi scolastiche del Ticino. Le caratteristiche di questi alunni erano inoltre molto diverse: per età e sesso, per religione, lingua e cultura. Eravamo inoltre circondati da un diffuso sentimento di rifiuto – non oso parlare di razzismo o di xenofobia. Però, forse, chissà.

Meglio quindi quel che è successo nella primavera del 2022, confidando che anche in futuro queste persone godano della medesima benevolenza (e soprattutto del Permesso S), a condizione che non si parli di guerre vere e guerre finte, così da decidere solo a «Spalancare le porte ai profughi veri»: come afferma il senatore italiano Matteo Salvini.

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In questo 2022 si è tornato a parlare dei livelli della scuola media, che tutti dicono di voler abolire. Se ne parla ormai quasi da mezzo secolo, cioè da prima che nascesse la scuola media, tra slanci ideali, mugugni e ipocrisie poliedriche.

Eppure anche stavolta il dibattito si è subito acceso, coi diversi schieramenti politici a precisare, correggere, rimandare: perché in aprile ci sarà il rinnovo dei poteri cantonali, ognuno vuole solleticare la pancia dell’elettorato e non vuole scottarsi.

Credo che i livelli – o la sostanza del loro effetto pedagogico e socio-culturale – continueranno a caratterizzare la scuola media fino a che non sarà chiaro a tutti che non tocca alla scuola dell’obbligo decidere chi può e chi non può frequentare una scuola medio-superiore.
Qualche anno fa andava di moda citare il sistema scolastico finlandese – una scuola da Oscar della pedagogia, avevo scritto nel 2008 (Qual è il segreto della scuola finlandese?, Corriere del Ticino del 27.02.2008). La si citava ma non la si studiava. Se lo si fosse fatto si sarebbero scoperti alcuni suoi aspetti accattivanti: ad esempio, come predisporre una scuola altamente performante e inclusiva, senza stress e senza livelli.

Scrivevo in quel testo:

Si ritiene, nei fatti, che le basi essenziali per acquisire dei saperi e favorire una crescita armoniosa degli individui risieda in un ambiente scolastico rassicurante, in docenti premurosi e preoccupati di creare dei legami affettuosi e cordiali coi loro allievi, in modo che questi possano sviluppare una benefica autostima. Si reputa altresì che l’esigenza di un forte richiamo ai valori morali e umanistici non debba ridursi a mera enunciazione legislativa, da sacrificare giorno dopo giorno sull’altare della trasmissione di conoscenze e di competenze mirate all’inserimento nel mondo del lavoro. Conseguentemente «imparare senza stress», nel rispetto totale di ogni allievo, si traduce in una scuola che rispetta i ritmi di apprendimento di ognuno: le note fanno la loro prima apparizione dopo i nove o dieci anni della scuola dell’obbligo (Educazione fondamentale); la ripetizione di classe non esiste; accanto ad alcune discipline obbligatorie, ogni allievo ha un discreto margine di manovra per scegliere altre materie che completano il suo curricolo.

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Il 16 dicembre scorso il Palacinema di Locarno ha accolto oltre 500 allievi di IV/V elementare per un nuovo appuntamento con la manifestazione Piazzaparola, che è così giunta all’edizione numero nove. Dal 2013 a oggi sono stati presentati diversi adattamenti di opere quanto mai diverse fra loro per epoca, stile, contenuto e molto altro. Ideatori, autori e coordinatori di ogni spettacolo sono stati Silvia Demartini, professore SUPSI, ed io.

© Simone Fornara

Quest’anno la scelta è caduta su una rilettura del Canto di Natale di Charles Dickens, che abbiamo voluto sottotitolare come Una fantasmagorica storia natalizia. In scena gli attori Sara Giulivi e Alessandro Otupacca e i musicisti Deolinda Giovanettina (violino), Marco Cuzzovaglia (batteria) a André Sampaio (basso).

© Simone Fornara

Mi piace riportare qui un breve passaggio della rilettura scritta da Silvia Demartini, una battuta di Ebenezer Scrooge, il “cattivo” (redento) della storia.

Io però non capisco, non capisco… nemmeno oggi, qui, nel vostro mondo [rivolto al pubblico]. Ho fatto un giro, eh? Ma che cosa significa essere felici a Natale, stare bene, mangiare bene, avere molti giochi, quando tante, tante persone non possono esserlo e non possono avere nulla? E non solo a Natale, ma in nessun giorno dell’anno?

© SUPSI/DFA Luca Ramelli

La banalizzazione del merito

In un’epoca durante la quale ci si appella sempre più frequentemente al merito e alla meritocrazia, il nuovo governo italiano, insediato il 23 ottobre, ha istituito il Ministero dell’istruzione e del merito.

Ha detto Luciana Littizzetto durante la trasmissione televisiva Che tempo che fa del 30 ottobre 2022:

Vi accanite col merito nella scuola, ma vogliamo parlare della politica? Se c’è un campo dove non ci si arriva tutti per merito è proprio la politica… Non è che aprendo le porte del parlamento pensi: “Ehi, sono finito al CERN, per caso!?” Il merito vale per tutti, tranne che per i politici?

[…] Abbiamo avuto ministri dell’istruzione che volevano far passare i neutrini dentro tunnel che non c’erano, Ministri dei trasporti che parlavano del trasporto su gomma nel tunnel del Brennero, che non è stato ancora realizzato… Ministri degli esteri che l’unica lingua che conoscevano era quella di vitello quando la ordinavano al ristorante… Quindi se proprio vogliamo partire con il merito in questo paese, inizierei sì dalle scuole, ma durante le elezioni e non durante le lezioni”.

Nel frattempo il Gran consiglio ticinese, nella sua seduta del 17.10.2022, ha approvato l’iniziativa parlamentare generica «Rinnoviamo la scuola dell’obbligo ticinese», che era stata presentata nel 2018 dall’Unione Democratica di Centro – che di centro ha solo il nome: 43 sì, 21 no e 19 astenuti. Stando alle cronache, la maggioranza favorevole è stata favorita dalla concordanza dei deputati liberali e della lega dei ticinesi.

Va da sé che, tra i 61 punti irrinunciabili ma negoziabili che costituiscono il proposito rinnovatore della destra ticinese, non poteva mancare l’imperativo di promuovere e offrire dei percorsi selettivi e meritori sia per gli allievi che per i docenti. Gli altri 60 punti, in sostanza, portano lì.

Continuo a credere che le finalità della scuola dell’obbligo siano altre. Proprio oggi si è conclusa a Bruxelles la 3ème Biennale internationale de l’Education Nouvelle (Convergenza per la nuova educazione), promossa da numerose associazioni internazionali, che aveva al centro dei suoi lavori anche l’aggiornamento del Manifesto per l’Educazione Nuova: il mondo che vogliamo, i valori che difendiamo.

E nel medesimo ordine di idee, mi piace segnalare l’interessante contributo di Marco Viscardi, docente all’Università degli studi di Napoli, pubblicato su DOPPIOZERO all’indomani dell’istituzione del Ministero dell’istruzione e del merito: Il merito è una fantasia. L’articolo può anche essere scaricato qui in formato PDF.

Un concorso letterario per raccontare la matematica

La comprensione del linguaggio della matematica è considerata dalla ricerca in didattica uno dei maggiori ostacoli per l’apprendimento della disciplina, a tutti i livelli scolastici. È a partire da questo apparentemente semplice ragionamento – perché è proprio dalla difficoltà di capire il linguaggio della matematica che si dipanano tanti insuccessi scolastici – che, da alcuni anni, ben tre centri di competenze del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI si occupano dell’italmatica: Italmatica. Comprendere la matematica a scuola, tra lingua comune e linguaggio specialistico.

Il progetto – che è finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica (FNS) – si propone di affrontare la questione attraverso indagini interdisciplinari multilivello su una significativa massa di dati. Più nello specifico, il progetto è dedicato all’analisi, dal punto di vista linguistico e matematico, di un corpus di libri di testo scolastici di matematica in lingua italiana della scuola elementare e media, al fine di delinearne le caratteristiche e i possibili ostacoli per la comprensione da parte di allieve e allievi.

È in questo contesto che è nato quest’anno, per la prima volta, un concorso letterario – Matematica a parole – che si indirizza ad allieve e allievi dai 3 ai 18 anni, nonché all’intera cittadinanza. Il concorso letterario «Matematica a parole» – si legge nel documento che lo lancia, lo descrive e ne fissa i paletti – ha come obiettivo quello di stimolare il dialogo fra matematica e lingua italiana: la letteratura si configura, infatti, come un mezzo per parlare di matematica e per “far parlare” la matematica con parole che sappiano trasmetterla in modo originale, ma anche rispettoso della disciplina, senza ovviamente rinunciare alla qualità del testo.

Si possono scoprire tutti i dettagli del concorso sfogliando le pagine di Matematicando del Centro competenze didattica della matematica oppure scaricando qui il dépliant di presentazione.

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In quest’ordine di idee – che sono le idee della divulgazione, mai banale – mi piace aggiungere un altro progetto proposto dal medesimo centro di competenza: i matematici a fumetti, una serie di ritratti che illustrano la storia della matematica dalla bella Didone (IX sec. a.C.) a Maryam Mirzakhani (XXI sec.), passando da tanti filosofi e matematici che, per colpa della scuola, hanno selezionato, bastonando!, tante generazioni di allievi e studenti (non potevano mancare Pitagora ed Euclide, citando da bastonato).

Alain Turing, che, per mia fortuna, non ho conosciuto a scuola, ma tramite un bel romanzo che ho letto l’estate scorsa (La caduta di un uomo – Indagine sulla morte di Alan Turing, di David Lagercrantz, 2021, Marsilio).

«Non si è mai troppo piccoli per essere eroi»

Tre anni fa avevo collaborato, nell’ambito di Piazzaparola, all’ideazione e all’organizzazione dello spettacolo La bellezza che rimane ancora. Echi dal Diario di Anne Frank, andato in scena al Palacinema di Locarno il 20 settembre 2018 sull’arco di tre repliche per un pubblico di quasi 400 allievi di 4ª e 5ª elementare.

A differenza di quasi tutte le altre produzioni per Piazzaparola, proprio questa, dedicata al più famoso diario di tutti i tempi, ha messo in evidenza una forza narrativa che poteva vivere in completa autonomia rispetto alla versione teatrale, nell’incontro diretto e simultaneo tra il pubblico e gli artisti presenti.

Così, certo un po’ istintivamente, nei giorni successivi avevo montato il nostro racconto: che è basato sulla lettura di alcune pagine del diario – la prima del 20 giugno 1942, pochi giorni prima del trasferimento nell’alloggio segreto, l’ultima il 3 maggio 1944 –; su alcune clip che raccontano, in parallelo, la storia di Anne e la Storia di quegli anni; e su una colonna sonora che è a sua volta sfondo e narrazione.

Ho rivisto e riascoltato in questi giorni quel documento, che ha conservato l’anima primaria del nostro racconto, che è stato mantenuto integralmente: con le parole, la musica, le clip d’accompagnamento, alcune foto di scena e qualche buio: perché non sempre l’ascolto attento dev’essere riempito di immagini e movimenti.

Ho così pensato, d’accordo con l’autrice principale dello spettacolo, di mettere a disposizione di chiunque questo racconto.

Lo faccio in concomitanza con il Giorno della memoria, nella consapevolezza che la memoria non deve ridursi a quell’unico spazio del 27 gennaio. E perché è importante tramandare l’esortazione finale dello spettacolo, quando Anne diventa icona attraverso le vicende drammatiche di alcuni suoi coetanei dei nostri giorni.

Sull’esempio di Anne e di tutti questi ragazzi, se ne sentite il bisogno, scrivete. Scrivete prima di tutto per voi, ma non abbiate paura di raccontare ad altri le cose che non vanno bene: le parole e la scrittura sono le armi più potenti, perché viaggiano lontano e resistono nel tempo.E non siate sordi e ciechi, anche se spesso il mondo vi vorrebbe così. La storia di Anne non deve solo renderci tristi, ma deve farci vedere la bellezza delle cose di tutti i giorni, deve farci capire il punto di vista degli altri e farci scegliere come vivere. Sì, perché il rischio che qualcuno alzi la voce e dica “tu non puoi stare qui”, “tu sei diverso”, “tu conti meno”, “io vengo prima di te” è sempre in agguato. E non si è mai troppo piccoli per essere giusti. Per essere eroi.

 

«La bellezza che rimane ancora».
Echi dal Diario di Anne Frank

 

Di Silvia Demartini e Adolfo Tomasini

Con le voci di Sara Giulivi e Andrea Fazioli

Colonna sonora di Chiara Pedrazzetti (arpa) e Sean Lanigan (chitarre)

Foto di scena di Marco Beltrametti e Simone Fornara

Lo spettacolo del 20 settembre 2018 è stato realizzato con il sostegno di Piazzaparola, del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI, della Città di Locarno e di SYZ Banque privée