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Il mio ispettore, anche lui in pensione: «Felice di quello che ho fatto»

Questo articolo è stato pubblicato sul N° 10 dell’ottobre 2015 del mensile illustrato del Locarnese e valli La Rivista. Si tratta di un’intervista che ho fatto a Eros Nessi, amico e collega, in pensione dal 1° settembre scorso. Da parte mia, in questo mio spazio, voglio aggiungere il mio «Grazie Eros!»

Nei primi anni ’90, dopo il pensionamento di Bruno Bertini, avevo dovuto convivere per qualche anno con un improbabile ispettore mandato lì dalla politica, non certo dagli ideali e dalle competenze. Fu nominato dopo diversi mesi di cinchischiamenti del Governo. Ero fuori Cantone, seppi della nomina da mia moglie, l’aveva sentito alle «Cronache regionali» della nostra RSI. Chiamai un funzionario del dipartimento e gli chiesi: com’è? Ha la barba, mi rispose. Nel ’94, tra l’altro, il barbuto aveva chiesto il trasferimento in un altro ispettorato divenuto vacante. Per quel che ne so, tra i motivi della richiesta c’era anche il fatto che io gli mettessi il bastone tra le ruote: contingenza verissima. Anzi, direi che l’espressione «mettere il bastone tra le ruote», nella fattispecie, è del tutto riduttiva.

Resta la soddisfazione di aver potuto poi lavorare con un nuovo ispettore competente, con degli ideali, umanista e con tanta umanità. Quell’altro, invece, non arrivò al tradizionale panettone di Natale. Rara avis, a quel punto lo Stato se ne liberò in fretta (stavolta, però, non a causa dei miei bastoni).


A fine agosto Eros Nessi, ispettore scolastico del VI circondario delle scuole comunali, è andato in pensione, dopo 42 anni nella scuola, di cui la metà in veste di ispettore. Nato a Sorengo nel 1953, originario di Burbaglio e cresciuto in tre angoli del Cantone al seguito del papà, impiegato delle ferrovie federali, Nessi ha ottenuto la patente di maestro di scuola elementare nel 1973. Per due anni ha insegnato a San Nazzaro, per poi passare alle scuole maggiori di Vira. Nel frattempo, come altri suoi colleghi di quegli anni, ha frequentato all’università di Pavia i corsi per conseguire il diploma di insegnante delle scuole secondarie, sacrificando molte vacanze e qualche week-end. Nel settembre del 1978 fu tra i primi docenti della neonata scuola media unica, come insegnante di italiano, storia e geografia nelle sedi di Vira e Cadenazzo.

Il 12 giugno scorso, ad Ascona, l’hanno festeggiato a sorpresa: invitato dai direttori del suo circondario per una cenetta tra intimi, è stato accolto da trecento e passa persone che hanno voluto tributargli il giusto omaggio per il lavoro svolto. E c’erano tutti, dal direttore del DECS a diversi funzionari dipartimentali, da tante maestre e tanti maestri a municipali e amministratori comunali.

L’ho incontrato in giugno, alle prese con le ultime incombenze amministrative e con le solite operazioni nostalgiche: perché non è facile cambiar vita così, di punto in bianco, con una semplice lettera di dimissioni. Soprattutto non è facile quando si ha la capacità di ricordare solo le cose belle e gli incontri migliori della propria attività professionale.

Con lui ho lavorato per vent’anni. Mi si passi quindi la scelta di dargli del tu nell’intervista che segue: non è solo un vezzo, ma anche un segno di rispetto.

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Una volta l’ispettore era quello che, nel vero senso della parola, ispezionava le scuole. Quando entrava in classe potevano tremare i polsi all’insegnante, mentre brividi freddi percorrevano le schiene degli allievi.

Ho frequentato le scuole elementari dapprima a Paradiso e poi a Bellinzona. Ricordo che la figura dell’ispettore, ma anche quella del direttore, incuteva timore. C’erano ancora gli esami finali, che prevedevano la presenza di queste due figure autorevoli. Il sabato mattina, giorno di esami, s’attendeva con tremore l’arrivo del direttore e dell’ispettore, che erano personaggi molto lontani da noi. Oltre trent’anni dopo ho iniziato la nuova attività di ispettore scolastico dopo aver fatto l’insegnante fino al giorno prima. L’apprendistato, quindi, l’ho fatto sul terreno, col primo obiettivo di conoscere e ascoltare, a diretto contatto con allievi e docenti. È stato un investimento oneroso, che mi ha però fatto conoscere bene il settore – venivo dalla scuola media – e di apprezzarlo per i tanti aspetti positivi. Questa fase di rodaggio mi ha poi permesso di impostare l’azione negli anni successivi.

In ogni caso ho avuto la fortuna di arrivare in un circondario assai fertile, dove c’era già l’abitudine al confronto e dove si stavano sviluppando delle iniziative interessanti. Oltre a un gruppo di direttori competenti e collaborativi, c’erano degli ottimi contatti con la scuola magistrale – in particolare col vice-direttore dell’epoca, Michele Mainardi, che prendeva già parte a diverse attività circondariali: per dire che avevamo la commissione circondariale dieci anni prima che la istituisse il Cantone. E ancora, su questo piano, non posso scordare il collega Giorgio Sartori, che è stato il primo capogruppo del servizio di sostegno pedagogico del nostro circondario: un collega di grande sensibilità, con una profonda conoscenza del circondario e un bagaglio di competenze fuori del comune. Sulla scorta di quelle prime esperienze, focalizzate soprattutto nell’area urbana – Locarno, Losone, Ascona e Brissago – è poi stato possibile estendere quel tipo di funzionamento all’intera area del circondario. C’è voluto del tempo, ma oggi tutte le scuole dei Comuni sono confluite in istituti allargati, che fanno capo a una direzione e a un’amministrazione efficace: anche questo prima che arrivasse l’obbligo cantonale di dotare ogni sede scolastica comunale di un direttore.

Quasi da subito, tuttavia, ho cercato di coinvolgere l’intero territorio: penso, per esemplificare, a un ambizioso progetto sul miglioramento delle attività per l’apprendimento della lettura e della scrittura, che aveva coinvolto la scuola dell’infanzia e quella elementare, con diverse osservazioni dentro le aule portate avanti congiuntamente coi direttori, anche al di fuori degli istituti di loro diretta competenza. Erano peraltro dei bei momenti anche sul piano umano, ad esempio quando andavo a Broglio col direttore di Locarno, in Onsernone con quello di Brissago o al Piano di Peccia con quello di Ascona. E poi diversi incontri su temi specifici con tutti gli insegnanti del circondario, corsi di formazione mirati a rispondere alle nostre esigenze, e via di questo passo.

Da «quei» tempi molte cose sono cambiate. Cominciamo dall’inizio: nel 1994, anno del tuo esordio come ispettore, c’erano ancora nove ispettori di scuola elementare e quattro ispettrici di scuola dell’infanzia. Nel settembre del 2002 ecco il primo salto mortale: da quattro ispettorati della scuola dell’infanzia e nove della scuola elementare, ne restano solo nove per entrambi i settori.

Per certi versi, al di là della diminuzione delle risorse disponibili e il conseguente aumento della mole di lavoro, questa riforma amministrativa ha agevolato l’armonizzazione tra i due settori scolastici e, in particolare, ha facilitato il compito di suffragare il valore del lavoro pedagogico e didattico svolto nella e dalla scuola dell’infanzia. Questa è quindi stata un’opportunità di rilievo. Naturalmente l’aumento dei compiti disgiunto da un ampliamento delle risorse umane a disposizione non ha sempre permesso di raggiungere in tempi brevi taluni obiettivi fors’anche di grande importanza.

Con quel «semplice» cambiamento organizzativo, che sembra logico e poco importante, comincia una sorta di rivoluzione copernicana del nostro sistema scolastico. È da quel momento che inizia ad affermarsi la figura del direttore, che fin lì era un personaggio concesso per lo più a quella ventina di istituti quantitativamente più importanti: penso alle città e a qualche Comune di dimensioni discrete o dalle finanze floride. Ma resta intatta l’autorità, non solo gerarchica, dell’ispettore, che rappresenta comunque la Repubblica e Cantone del Ticino.

Tu vai in pensione dopo essere riuscito a dotare ogni scuola del tuo circondario, storicamente il VI, di un direttore e di una direzione, in anticipo sui tempi della politica: da settembre 2015 tutte le scuole comunali dovranno avere un direttore, benché, in qualche caso, tramite «job sharing». Nel VI è una situazione già decisa e acquisita, prima che arrivassero i tassativi obblighi del Cantone. Sei una musa ispiratrice delle scelte politiche di questo Stato o hai saputo annusare i cambiamenti e precederli, alla ricerca di modelli diversi?

In parte ne abbiamo già parlato all’inizio di questa chiacchierata. Per me si è trattato di un obiettivo strategico. Due anni dopo la mia entrata in funzione come ispettore avevo capito che era necessario creare un maggior numero di figure presenti sul territorio, dentro gli istituti scolastici e nelle aule. È vero che vi sono stati dei benefici magari un po’ casuali – penso ad alcune aggregazioni, come ad esempio quella delle Terre di Pedemonte. Altre direzioni sovra-comunali sono state possibili grazie alla fiducia che mi è stata concessa da diversi municipi, ciò che ha agevolato questo tessuto di proficue e concrete collaborazioni tra scuole di Comuni diversi. Non si deve dimenticare che come gruppo di autorità scolastiche del circondario avevamo puntato sin dall’inizio sulla realizzazione di sinergie che coinvolgessero tutte le scuole del circondario, tant’è vero che la collaborazione tra insegnanti è sempre stata fruttuosa e costante, a garanzia della crescita di numerosi progetti pedagogici e didattici rivolti ad allievi e docenti di tutte le sedi scolastiche.

Nondimeno il contributo concreto di tanti municipi ha permesso di creare una rete più efficace di comunicazione e di collaborazioni, con la creazione di direzioni scolastiche che già durante l’anno scolastico passato coprivano l’intero circondario. Non voglio peccare di immodestia, ma l’attività continuata per oltre due decenni in questa regione mi ha consentito di sentirmi parte di queste realtà sociali, culturali e politiche, e forse di guadagnare la fiducia di molte persone volonterose e impegnate, dentro e fuori dalla scuola. Forse hanno giocato anche le mie origini: mi viene in mente, per capirci, il sindaco di uno dei Comuni più distanti dal polo regionale, che una volta sottolineò il fatto che con me si potesse discutere, magari in dialetto, e pure capirci…

C’è chi dice – e io sono tra quelli – che le scuole comunali non hanno più molto di veramente comunale. I margini di manovra e di autonomia, in altre parole, sono relegati a poche questioni di relativa importanza, se non per la politique politicienne: messa a disposizione degli spazi, gestione dei servizi para-scolastici, scelta dei maestri… ’Na roba risibile, in fondo. Qualcuno ha calato le braghe, da qualche parte. Ma non è qui il luogo per parlarne. Tu sei anche municipale e capodicastero Educazione di un Comune di nascita recente. Qual è, concretamente, il peso del Comune nella gestione di un segmento scolastico che, almeno fino a qualche anno fa, era ritenuto fondamentale, mentre oggi è definito sin nei dettagli più minuti da leggi cantonali, benché a pagare siano i Comuni? In altre parole, cosa ne guadagnano i Comuni, al di là di qualche possibile assunzione, da leggere magari in ottica clientelare?

Il ruolo del Cantone deve restare centrale, per dare delle linee, per indicare dei confini che permettano poi di giocare la partita in modo libero. Poi certe restrizioni e certi vincoli, a volte molto stretti, non coinvolgono solo la scuola, ma attraversano praticamente tanti ambiti di competenza comunale. È però certo che, a tutt’oggi, i rapporti tra Stato e Comuni non sono più chiari. Giungono delle decisioni cantonali che possono anche avere un loro senso, ma che, in tutta sincerità, spesso intralciano l’agire dei Comuni. In generale, e questo vale anche per la scuola, sarebbe opportuno che ci fosse un quadro più chiaro, a vantaggio di tutti.

A partire dall’anno scolastico 2015/16, come si sa, tutti gli istituti comunali dovranno far capo a un direttore. Sarà però molto opportuno curare la formazione di queste persone, affinché non diventino dei burocrati che amministrano il funzionamento delle scuole senza poter incidere, assieme ai docenti, sulla qualità stessa della scuola. In altre parole, è fondamentale che il Cantone collabori con i Comuni a creare una nuova classe dirigente che abbia passione, che sappia assumersi le necessarie responsabilità e che possieda le competenze e le conoscenze di un settore sempre più complesso com’è quello della scuola.

Infine occorre che il Cantone abbia una visione generale di tutta la scuola, a livello di monitoraggio, controllo e valutazione. In ogni momento dovrà chiedersi: «Funziona o non funziona?». Sappiamo altresì che la diffusione più capillare dei direttori sul territorio farà diminuire il numero degli ispettori e ne modificherà sostanzialmente il ruolo. Personalmente ho il dubbio che la nuova fisionomia della funzione striderebbe con il mio carattere e con i miei obiettivi: mi mancherebbe l’incontro pressoché quotidiano con i docenti, gli allievi e tutti gli attori impegnati concretamente e anche fisicamente nella scuola. Sono più un pastore che un teologo, se mi è concesso il paragone. Ho amato il mio lavoro per ogni giorno di questi vent’anni e passa proprio perché mi permetteva di entrare nelle classi, di incontrare le maestre e i maestri, toccarne con mano i successi e gli insuccessi, e sedermi con i genitori e gli amministratori comunali. I miei momenti privilegiati erano quelli dei contatti diretti con i bambini, che erano il fulcro e il propulsore di tutto il resto.

So che negli anni dell’attività professionale avevi i tuoi sistemi per ricaricare le batterie e per evitare che i difficili, e a volte ansiogeni, compiti determinati dalla professione avessero il predominio sulla tua vita. Mi sento di dire che sei un uomo concreto, pragmatico: poche balle, ma con intelligenza e il cervello connesso. Non è naturalmente un insulto, né una sorta di Deminutio capitis, una diminuzione dei tuoi diritti e delle tue capacità d’azione.

E ora? Come sarà la tua vita dal 1° settembre in poi? Toccherà a te, stavolta, fare la rivoluzione copernicana: perché tua moglie – come sempre dietro un uomo di valore c’è una grande donna – non potrai più condirla via con le richieste inderogabili di chi ti dà la michetta.

Dovrò fare un esercizio, quello di non più passare le giornate a passo di corsa, assillato da orari, incontri, visite, scadenze. Spero di riuscire, nei prossimi mesi e anni, a intrattenere le mie relazioni di amicizia con tante persone senza dovermi sedere con un occhio perennemente rivolto all’orologio. Mi piacerebbe poter bere il caffè o l’aperitivo in compagnia con la calma rilassata del pensionato. Questo è un regalo che mi voglio donare.

Senza voler diventare invadente, spero di poter continuare talune mie attività a favore della società, che ho svolto anche in passato a titolo volontario, come una sorta di dovere                                                                                 verso una comunità che mi ha dato comunque tanto. Poi resteranno quei piaceri più privati, che di certo non abbandonerò, anzi… Per me la famiglia ha sempre rivestito un ruolo quasi sacrale. Però è vero che negli anni abbiamo dovuto fare spesso dei sacrifici, che andavano un po’ contro questa dichiarazione di grande rispetto. Tanto per esemplificare, ho sempre cercato di dedicare i fine settimana alla famiglia, ma è pur vero che tantissime volte la mia funzione mi ha portato fuori dalla famiglia anche al sabato e alla domenica. Spesso erano anche dei bei momenti, delle feste, delle inaugurazioni, ma naturalmente era un ulteriore prolungamento del mio ruolo professionale sottratto all’ambito privato, che non appartiene esclusivamente a me. Qui ci sono certamente degli ampi margini di recupero.

Oggi sono contento di poter smettere senza essere stufo, senza dovermi dire «Per fortuna è finita!». Chiudo felice di quello che ho fatto, sentendomi favorito dalla sorte per il mestiere che ho potuto scegliere, nella consapevolezza di aver fatto tutto quel che era nelle mie possibilità, anche se sicuramente, in certi casi, non sono riuscito a raggiungere quei traguardi che sarebbero stati auspicabili. Ho un rincrescimento, un po’ una nostalgia, che d’altronde mi ha accompagnato per tutta la vita: quando mi stacco da qualcosa di importante vado incontro a un periodo di malinconia che riguarda le persone con cui ho lavorato e, in parte, vissuto. Sarà una debolezza, e so che non significa perderle: ma sono consapevole che i rapporti futuri saranno di altro tipo. Mi dovrò (ri)abituare.

C’è qualche domanda che ti aspettavi e che non ti ho posto?

Non credo, in fondo le hai già escluse tu. Non mi hai chiesto ipotesi sul futuro. Non voglio essere né un supponente, né voglio fare la cassandra. Spero solo che quello che in tanti abbiamo seminato negli scorsi decenni possa essere corretto, migliorato o, per certi versi, anche sostituito, con il dovuto rispetto e col riguardo dovuto alla conservazione della memoria, perché è solo attraverso la memoria che si possono costruire cose diverse e utili…

Incontro con Bepi De Marzi, maestro e poeta

Bepi-De-Marzi-per-Cose-di-scuolaIl mio primo incontro con Bepi De Marzi risale a molti anni fa. Avevo seguito un concerto con i suoi «Crodaioli» nel salone della SES a Locarno. Molte cose mi avevano colpito e commosso. Ricordo ancora con commozione il canto L’aqua zè morta, potente e rabbioso, e nel contempo di grande poesia.

Poi, tanti anni dopo e in una circostanza molto triste, ho avuto la fortuna di conoscerlo e di parlargli e di mantenere un legame, seppur solo epistolare (l’epistola elettronica). Quando ho aperto questo Cose di scuola ho mandato una comunicazione ai miei contatti. Lui mi rispose a stretto giro di posta elettronica: «Potrei collaborare, magari rispondendo a qualche tua domanda sulla mia esperienza di insegnante». Le mie domande sono andate oltre le sue esperienze di scuola. Ma, insomma, eccoci qua.


Voglio cominciare questa chiacchierata da un dettaglio divertente. Introducendo il canto «La sagra» (dove gò visto la mè Maria), raccontò di una sua visita a un asilo infantile in qualche paesino dalle sue parti. Parlò di una bambina di tre o quattro anni, col moccio ciondolante, che si chiamava già Samantha… Maestro, perché Maria è meglio di Samantha?

Il nome dato dai genitori si porta per tutta la vita e riesce perfino a segnarla, a condizionarla, in bene o in male. Ho in mente tanti “Christian” che poi non hanno nemmeno il coraggio di scristianizzarsi; penso alle Deborah che devono aggiungere “si scrive con l’acca!”. Ci sono le piccole Katiuscie che a scuola precisano stanche “con la cappa e con la i”. E i poveri Igor? i Patrik? La figlia di una mia dolcissima amica si chiama Michelle; ha dodici anni e da quando era alla scuola materna continua a ripetere “si scrive come Michele ma con due elle”.

Dopo il ’68 si è cominciato a credere che a scuola era più importante saper fare e saper essere che sapere e basta. Era una battaglia giusta contro lo sterile nozionismo, per lo più usato come arma impropria per la selezione sociale. Però oggi si comincia a dire che le nozioni, se non le hai, sei un ignorante. A quasi cinquant’anni di distanza la scuola, e non solo quella dell’obbligo, ha preso derive tecnocratiche. A farne le spese sono innanzitutto talune discipline «inutili», vale a dire del tutto inservibili sul piano della spendibilità immediata. Penso, in particolare, alla Storia – la storia da insegnare nel solco dell’eredità di Fernand Braudel e di Jacques Le Goff. È importante studiare la storia?

Come viene proposta a scuola è proprio inutile. L’insegnante dovrebbe dire: “Io sono la storia e vi racconto il mio ieri: la mia famiglia, i miei studi, le mie fatiche, le mie felicità, i miei desideri realizzati o tralasciati”. E spaziare progressivamente lungo il tempo. Conosco un professore di Storia dell’Arte che in una celebre Università veneta spiega come si deve “leggere” un quadro proiettando la sua faccia, cominciando a ridere del naso, delle rughe, dei capelli tinti. “Contiamo i peli della barba”, esordisce. E gli allievi non lo abbandonano più.

Ma veniamo alla musica, il suo mestiere. Perché far musica assieme è importante, al di là del fatto artistico in sé e dell’insito divertimento?

Divertimento? Neanche far bene l’amore deve essere solo divertimento! “Il genio è una lunga fatica”, diceva Mozart. Chi dice “mi diverto” è uno che non sa cosa sia lo studio, il lavoro. Tutto, sempre, deve essere impegno e partecipazione cosciente. Far musica insieme, suonando o cantando, è come lavorare collettivamente a una costruzione. Poi si insinua il tarlo dell’esibizione, del mostrarsi, del farsi ascoltare. E il lavoro diventa ansia, competizione. Fino alla cattiveria della rivalità. Organizzare i bambini, gli adolescenti per mostrarli in gruppi corali è un’operazione discutibile. E si crede di invogliarli alla musica obbligandoli a cantare storie, opere, che niente hanno a che fare con la loro età.

A una mamma che gli diceva: “Il mio bambino ha solo nove anni e suona il Chiaro di luna di Beethoven”, il grande pianista Arthur Rubinstein ha risposto: “Provo pena per il suo bambino, ma anche per Beethoven”.

Il pedagogista francese Philippe Meirieu ha scritto: «Alla domanda: “Quale mondo lasceremo ai nostri figli?” – quesito che resta attuale come mai – è oggi urgente aggiungerne un’altra: “Che figli lasceremo al mondo?”». Allora, Maestro: come dovrebbero essere i figli che lasceremo al futuro?

Non dovrebbero somigliare troppo a noi. A noi che non leggiamo più, ma che scriviamo e scriviamo per pubblicare a nostre spese ciò che nessuno legge. A noi che non sappiamo più ascoltare nemmeno la musica, ma che ci crediamo compositori mettendo insieme tre o quattro note con i programmi e i suoni freddi del computer. A noi che per cantare in coro facciamo grottescamente cabaret con mossette e deambulazioni da orsi ammaestrati. A noi che perdiamo i giorni nelle rivendicazioni di autonomia, di indipendenza, magari con l’inutile e puntiglioso sostegno del dialetto. Noi che abbiamo distrutto l’ambiente con i capannoni e le costruzioni assurde, anche di qualche chiesa impraticabile o di qualche strampalata struttura alberghiera in montagna; noi che vogliamo lavorare poche ore al giorno per poi annoiarci nel cosiddetto tempo libero che diventa incomunicabilità o trama e ordito del pettegolezzo.

Ho letto che ha lasciato Arzignano, il paese dove è nato e ha sempre vissuto, perché si è lasciato prendere dal leghismo imperante. Ma dove andrà, in questa Europa percorsa da fremiti sempre più populisti, banali, xenofobi, paurosi, ripiegati su se stessi nel difendere le proprie miserie?

Per ora abito a Vicenza, in un quartiere di periferia che pare un bosco. Confesso di non essere mai stato legato a un solo luogo. Come, nonostante qualcuno mi creda un sentimentale, non sono né nostalgico e nemmeno attaccato alle tradizioni. Come dice Olmi di se stesso, “sono un uomo di sentimenti”. Ma anche di passioni. La vergogna di questo tempo è il nazionalismo. E i fanatismi religiosi sono un altro drammatico pericolo per l’umanità.

Si dice che questo è un mondo forgiato dalle diverse globalizzazioni, dalla finanza arrogante, dalle incertezze per il futuro. E se fosse anche un mondo figlio di un’educazione pressappochista e mollacciona? Costruire e mantenere la democrazia è un percorso faticoso.

La democrazia, quasi ovunque, è al limite dell’illusione. In Italia, con questo ducetto toscano onnipresente e becero, con la montante xenofobia attizzata dalla Lega sottobraccio ai neofascisti, poi con la sotterranea e torva presenza condizionante del potentissimo pregiudicato, ci crediamo liberi. Possiamo chiamarlo il regime dei miliardari? delle banche?

Il mondo la conosce soprattutto come autore della splendida «Signore delle cime», un canto che, secondo me, si sta però banalizzando e svuotando della sua forza artistica. Colpa della ridondanza e del “pensiero” unico: ormai è diventato un must in talune circostanze, un po’ come l’«Ave Maria» di Schubert o le marce nuziali di Mendelssohn e Wagner. Personalmente trovo tante altre sue composizioni di una forza incredibile. E mi appassionano il suo impegno civile, il suo amore per Mario Rigoni Stern, per Padre Turoldo e per le cose semplici.

Beh, non posso dire di accontentarmi delle cose semplici. Amo le melodie tonali, comprensibili; ma ai miei allievi di Conservatorio ho insegnato le fughe, i contrappunti, le costruzioni polifoniche, le grandi forme musicali, pur esprimendomi poi nel minimalismo dei canti di ispirazione popolare, nei Salmi o nei mottetti per la liturgia. Ho studiato la dodecafonia tanto da considerarla lo sberleffo di una persona solitaria e geniale. Ma c’è qualcuno che la sta scoprendo adesso e ci si crogiola dentro. Mi indispongono tante espressioni pseudoartistiche, specialmente nella pittura e nella scultura. Il grande Cioran ha detto che “non si può amare ciò che non si comprende”. Il massimo della mia passione musicale moderna sta nelle Metamorfosi di Strauss, la disperazione di un genio davanti alle distruzioni della guerra.

Ma si stava parlando di Signore delle cime e degli altri canti. Li ha mai contati?

Forse ne ho composti più di centocinquanta. Sinceramente, non lo so. Ma, è vero, nella mia piccola storia c’è soprattutto Signore delle cime. L’ho ascoltato in questi giorni in una versione rock che mi ha stupito, affascinato, perfino commosso. Dobbiamo rinnovarci continuamente, ma dentro la certezza della sincerità, soprattutto nell’ebbrezza della poesia. Ho avuto la fortuna di avere dei meravigliosi amici e maestri. Nella vita ho obbedito solo a tre persone: mia mamma, mio papà e il maestro Scimone suonando l’organo e il clavicembalo nei Solisti Veneti. Sono credente, ma sono anche dolcemente anticlericale: la gerarchia ecclesiastica mi sorprende per il nulla che autorappresenta, per l’infantilismo dei paludamenti, per la teatralità delle liturgie infarcite di filastrocche e di pessima musica: perché la nuova musica della Chiesa cattolica è vergognosa. Pur nella malinconia che domina il mio carattere, mi confesso dolcemente ironico e teneramente anarchico.


Giuseppe De Marzi, detto Bepi, musicista, è nato ad Arzignano, nella Valle del Chiampo, dove ha abitato fino al 2011, prima di trasferirsi a Vicenza.

Ha insegnato Educazione Musicale a Valdagno, in una scuola media a tempo pieno. Maestro di Organo e Composizione organistica nell’Istituto Comunale “Canneti” di Vicenza, sezione staccata del Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, ha insegnato anche nei Seminari Diocesani di Vicenza, chiamato da monsignor Ernesto Dalla Libera.

A Vicenza ha fondato e diretto per qualche anno il Coro Polifonico “Nicolò Vicentino”.

Poi ha scelto definitivamente l’insegnamento nel Conservatorio “Pollini” di Padova diretto da Claudio Scimone. E subito, lo stesso celebre maestro padovano, lo ha voluto come clavicembalista e organista nei prestigiosi Solisti Veneti.

La notorietà del musicista vicentino è dovuta soprattutto alla fondazione e alla direzione, tuttora vivace e sempre innovativa, del gruppo corale maschile “I Crodaioli” di Arzignano, con il quale ha proposto, attraverso le Edizioni Curci di Milano, più di cento composizioni – parole e musica – di ispirazione popolare, prima fra tutte “Signore delle cime”, canto diffuso nel mondo, tradotto in varie lingue, elaborato anche in versioni sinfoniche perfino in Giappone. Recentemente, il maestro Scimone ha chiesto a De Marzi di realizzarne una fantasia per archi da proporre nei concerti dei Solisti Veneti con il titolo “Trasparenze su Signore delle cime”. Con l’amico poeta Carlo Geminiani, il popolare Bepi ha composto una decina di canti entrati nella tradizione alpina, e basti ricordare “Joska la rossa”, “L’ultima notte”, “Il ritorno”, “Monte Pasubio”. Con un altro grande amico, Mario Rigoni Stern, ha composto il canto “Volano le bianche” che ricorda la guerra sull’Ortigara.

Nel 1970, padre David Maria Turoldo ha chiesto a De Marzi di affiancare il giovane intellettuale e musicista Ismaele Passoni nella composizione musicale di Salmi, Inni e Cantici che aveva realizzato stroficamente per il rinnovamento della liturgia, composizioni che la Chiesa non ha accettato proprio per la loro intensità poetica e per l’emozionata cantabilità.

De Marzi ha pubblicato con la casa Musicale Carrara di Bergamo molta musica didattica per la Scuola Materna e Elementare, oltre ai Canti per il Battesimo, la Cresima e il Matrimonio con testi del poeta Giovanni Costantini. Fecondo scrittore, soprattutto con interventi giornalistici nel Giornale di Vicenza, si produce in conferenze con argomenti musicali e di costume. La mamma milanese e il papà veneto gli hanno trasmesso l’instancabilità nel lavoro, l’irrefrenabile fantasia, l’inquietudine nella fede, l’indipendenza e la sottile ironia nei rapporti sociali che Bepi manifesta anche in una malcelata malinconia.

A colloquio col direttore del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI

La redazione de La Rivista, Mensile illustrato del Locarnese e valli, mi ha chiesto di intervistare il direttore del Dipartimento formazione e apprendimento (DFA) della SUPSI, da due anni alla guida dell’istituto locarnese per la formazione dei maestri. Non è stata una passeggiata, perché ho voluto evitare la via più tradizionale e odierna: ti mando alcune domande via posta elettronica e tu mi rispondi con calma. L’ho invece incontrato nel suo ufficio il 23 aprile scorso.

Sono consapevole di quel che diceva Leo Longanesi a proposito delle interviste: sono articoli rubati. Dunque il succo sta nelle risposte.

L’intervista è apparsa sul numero di giugno de La Rivista, nella rubrica «Microfono aperto» (La Rivista, Mensile illustrato del Locarnese e valli, N° 6 Giugno 2014, Anno XXI); il testo e le immagini, nella grafica originale, possono essere scaricate qui.


Michele Mainardi, direttore del DFA, guarda e rovista nella «cassetta degli attrezzi» dei maestri

Dal 2012 Michele Mainardi, soldunese DOC, classe 1957, è il nuovo direttore del Dipartimento formazione e apprendimento (DFA) della SUPSI. Dottore in pedagogia specializzata, Mainardi ha alle spalle una lunga esperienza accademica quale docente universitario e ricercatore e una parallela militanza nella scuola pubblica ticinese, dove è stato capogruppo del sostegno pedagogico delle scuole comunali, ispettore dell’insegnamento speciale, formatore e vicedirettore alla Scuola Magistrale.

Dal 2012 è stato chiamato al timone della formazione dei docenti in un momento storico particolarmente delicato: l’entrata in vigore dell’accordo intercantonale sull’armonizzazione della scuola obbligatoria (Concordato HarmoS), la penuria di insegnanti nella scuola elementare, l’ennesima riforma della scuola media, il bullismo precoce, gli effetti delle nuove tecnologie sull’educazione delle nuove generazioni, l’educazione civica e altro ancora pongono naturalmente importanti problemi anche sul piano della formazione di base e continua degli insegnanti. L’abbiamo incontrato nel suo ufficio nell’ex convento di San Francesco, in dirittura d’arrivo del suo secondo anno alla guida di questo fondamentale istituto.

Una volta si diceva che il maestro era un missionario e che per insegnare ci voleva la vocazione. Lo psicologo svizzero Jean Piaget ha scritto che «L’insegnamento è arte altrettanto quanto scienza». Insegnare «la scienza» ai futuri docenti è certamente fattibile. Ma come si fa a insegnare l’arte?

In un’epoca in cui gli scarti generazionali si amplificano considerevolmente col passare degli anni, direi che l’insegnamento dell’arte rimanda in primo luogo all’impegno dello Stato, ancorato alla Costituzione e alle Leggi, teso a educare i più giovani nella prospettiva di donne e uomini consapevoli, autonomi, democratici, membri attivi della comunità in cui vivono. Non parlerei più di missione, ma certamente di scelta impegnativa nel diventare insegnante, in particolare per la scuola dell’obbligo, e nel partecipare così in prima persona e direttamente a questo fondamentale obiettivo culturale, civico e istituzionale. In quest’ordine d’idee, quindi, si potrebbe intravedere una sorta di vocazione: si tratta comunque di una decisione importante.

Quanto alla scienza, perseguiamo l’obiettivo di formare ogni futuro insegnante – della scuola dell’infanzia, della scuola elementare o della scuola media (e senza scordare il settore medio-superiore e le specializzazioni) – dal punto di vista pedagogico, vale a dire a livello di finalità, di obiettivi generali e di scelte metodologiche, e da quello delle didattiche disciplinari, in altre parole delle migliori modalità per ottimizzare e rafforzare le diverse discipline e specificità che fanno parte del piano di studio e dell’impegno della scuola.

È dall’incontro tra la missione dello Stato e l’azione responsabile di ogni insegnante e di ogni istituto scolastico che il progetto «scuola» genera educazione.

In quei medesimi tempi il maestro sedeva in cattedra, assieme al sindaco e al prete. Oggi sappiamo che quell’autorità è svanita: allievi e famiglie non esitano a reclamare, pretendere, minacciare, aggredire e disprezzare. Che fare?

Comincerei col dire che in quegli anni l’autorità – il sindaco, il prete, il poliziotto, il maestro… – era riconosciuta di pubblica utilità. Un punto di riferimento per la società. Col passare degli anni e il procedere della storia, nel bene e nel male, la legittimità di argomenti, giudizi e decisioni dell’autorità è stata messa costantemente in discussione. Oggi pochi sono disposti a delegare ad altri la definizione di ciò che è lecito, giusto, buono, utile o superfluo. Va da sé che la scuola e l’educazione sono confrontate con queste dinamiche, peraltro molto attuali, civicamente fondate e che interessano molto da vicino le regole della convivenza e della partecipazione.

La scuola di oggi è ben più compòsita rispetto anche solo a quarant’anni fa. La popolazione è sempre più multi-culturale, c’è uno scollamento tra gli obiettivi della scuola (o dell’insegnante…) e quelli delle famiglie, tante «agenzie educative» esterne perseguono scopi diversi e non sempre edificanti. Quale «cassetta degli attrezzi» deve avere il docente di oggi per affrontare siffatta complessità?

La sfida di sempre è quella di mettere da subito le nuove generazioni nella condizione di partecipare alla cultura, alla conoscenza e alla vita della società, delle arti e delle scienze con la più grande consapevolezza. Una sfida portata avanti entro condizioni dinamiche, eterogenee e singolari. Da un lato la crescente mobilità delle famiglia, al tempo stesso qualità e necessità; dall’altro la miriade di pressioni, sollecitazioni «aggressive», pubblicità, modelli ed esempi che quotidianamente, dai più disparati contesti e con strumenti sempre più potenti e performanti, penetrano la sfera privata di ognuno, senza eccezione per i bambini e i ragazzi. La scuola è testimone quotidiano della varietà di storie individuali molto diverse fra loro e al tempo stesse molto simili per la loro attualità. La diversità è la norma e la scuola, a ragione, ha colto e considerato il fenomeno, ha saputo reagire con competenza ma, da sola, non può certamente compensare l’influenza di tutti i fattori di contesto che incidono direttamente e indirettamente sulla sua missione. I nuovi piani di studio delle scuole dell’obbligo, a livello internazionale, federale e cantonale, sono sensibili a questi aspetti e sono ugualmente coscienti che la scuola è un importante vettore della formazione, dell’educazione e della crescita di ognuno, ma non è l’unico o necessariamente il più potente.

Cioè?

Provo a spiegarlo con un esempio d’attualità: l’indebitamento e il piccolo credito. C’è chi accusa la pubblicità di essere troppo aggressiva e vorrebbe intervenire a questo livello per prevenire effetti indesiderati, e chi invece affronta la questione sul piano del giudizio individuale e rimanda il tutto nel campo dell’educazione e della formazione. C’è da chiedersi quanto la partita possa essere giocata ad armi pari: di qua gli strumenti e l’invadenza della pubblicità; di là la possibilità di spazi dedicati a questo e a mille altri temi urgenti e prioritari di cui si vorrebbe che la scuola si assumesse il compito di intervenire.

La scuola deve istruire e educare. È possibile?

Educare, parafrasando lo psicologo americano Jerome Bruner, significa accompagnare la crescita. Oggi è vero che i «cuccioli della comunità», figli, allievi e piccoli cittadini, sono sottoposti ad uno tsunami di stimoli che tende a determinare interessi, comportamenti, concezioni, opinioni e modelli spesso frammentati, difficilmente conciliabili fra loro. Elementi culturali, educativi e formativi che talvolta differiscono significativamente, per quantità e qualità, dalle esperienze di crescita che chi si occupa d’infanzia vorrebbe ne caratterizzassero la condizione e i diritti. La scuola è direttamente confrontata in parallelo o in concorrenza, nel bene e nel male, con sollecitazioni che vengono tanto dai mass-media quanto da materiali cartacei e digitali, da internet e dalla moltiplicazione delle possibilità di avvicinamento diretto dei minori a queste fonti. I bambini e i giovani sono la nuova e affermata frontiera di un mercato mondiale palese o nascosto, con interessi e proposte di ogni tipo, con attenzioni educative e formative esplicite o totalmente assenti; con tratti di responsabilità e sensibilità etica molto diverse. Dal mio punto di vista questo è un elemento molto critico e molto delicato della nostra epoca. Mai come oggi i bambini, le bambine, i ragazzi e le ragazze, sono stati così esposti a esperienze non accompagnate. La rete di internet e il portale globale portano il mondo a casa di ognuno ma al tempo stesso porta ognuno a contatto del mondo della Piazza mondiale, spesso da solo e senza esperienze sul come destreggiarsi nelle situazioni e fra le persone, le vetrine, le vicende e le cose di internet. Nella realtà della Piazza grande, pensando a Locarno, il bambino si accompagna, e solo più tardi si passa la mano, prima con il «non ci vai da solo» e poi con il «mi raccomando…».

Nel mondo dei social network, così come di internet e di tutto quanto vi sta attorno, si fanno esperienze reali dentro un mondo in cui l’infanzia accede per la prima volta nella storia dell’umanità in modo molto individuale e con grande facilità e intensità.

Siamo di fronte a un’immersione totale, spesso compulsiva ed impulsiva in un’esperienza di vicinanza potenziale a tutte le dimensioni della realtà, attraverso uno strumento che molti genitori conoscono meno del bambino o dell’adolescente. In questo contesto è assolutamente urgente continuare a riflettere sul patto educativo che una società deve porre a tutela delle esperienze di ognuno e in particolare dei minorenni. Non per moralismo, ma per necessità nel predisporre e preservare esperienze educative e formative auspicate e, quindi, intenzionali, Come assicurare alle nuove generazioni talune esperienze positive, spesso vere e proprie conquiste, che appartengono alla nostra storia e a quella dei diritti del bambino e, più in generale, della persona?

La scuola, pur mantenendo intatte le sue finalità, è e deve continuare a poter essere un agente dinamico e sensibile, riconosciuto e sostenuto dalle altre istanze istituzionali, un luogo accogliente e qualificante, un investimento in sintonia con i tempi e le necessità di accompagnamento, crescita e sviluppo tanto del singolo quanto della società. Non possiamo guardare alla scuola e ai bisogni del singolo e della società come se il mondo fosse immobile, ma al tempo stesso non possiamo guardare a lei come unico agente dell’educazione e della formazione.

Qual è il suo bilancio di questi primi due anni quale direttore del DFA?

Sono stati due anni certamente impegnativi sotto molti aspetti, perché il grado di complessità di questa scuola rispetto alla Scuola Magistrale è decisamente cambiato, soprattutto per l’ampio ventaglio di offerta che dobbiamo assicurare e per le forme di rapporto con il Cantone che il passaggio alla SUPSI ha comportato.

Ho certamente (ri)trovato un corpo docente e amministrativo valido, che devo ringraziare per l’accoglienza e per la disponibilità, grazie alla quale è stato da subito possibile collaborare e portare a buon frutto il grande impegno che assieme portiamo avanti. Ho trovato attenzione, competenza e passione non solo nei confronti del nostro mandato specifico, che è quello di formare docenti, ma anche nella voglia di proporsi ed esporsi nel contribuire ulteriormente all’ampia offerta di esperienze e di momenti culturali aperti, che la Città e la regione già offrono organizzando, da soli o in collaborazione con altri, eventi particolari dentro e fuori le mura dell’ex convento di San Francesco.

Ritengo ottimi gli sviluppi sul piano della ricerca in educazione e nella formazione, con aspetti da confermare e consolidare e altri da promuovere, considerando anche l’evidente potenziale vantaggio in tal senso della collocazione in seno alla SUPSI.

Concluderei sottolineando l’impegno di tutti i colleghi e le colleghe e l’ottima collaborazione con il DECS e, in particolare, con la Divisione della scuola nei lavori di coordinamento dell’offerta formativa e della ridefinizione dei piani di studio in vista dell’imminente entrata in vigore di HarmoS. Sarà indispensabile poter agire da subito, sul piano della formazione dei docenti, nell’ottica delle nuove scelte del Cantone. Siamo una scuola giovane, nella sua nuova concezione, e il lavoro da fare è ancora tanto, con un occhio di riguardo puntato sulle esigenze immediate, ma senza scordare la necessità di consolidare una presenza qualificata e qualificante, come scuola universitaria professionale, nel contesto accademico locale e nazionale. Tuttavia le premesse e la passione di tutti sono ragguardevoli.

Professor Mainardi, immagino che le sue settimane siano complesse e molto lunghe. Come ricarica le batterie?

Confido molto nelle «fonti energetiche alternative» e nel fatto che il mondo della scuola dà già di per sé delle belle e costanti possibilità di ricarica nei riscontri quotidiani. Ricariche ulteriori le trovo nella famiglia, nella musica e nel contatto con la natura: da tanti anni suono con un gruppo di carissimi amici – la «Bisèrcia». Ambiziose prove settimanali, in cui cerchiamo di sfidare il repertorio con i nostri strumenti a corde (contrabbasso, violino e chitarre), e qualche esecuzione pubblica durante l’anno, sono momenti di grande intensità, attraverso il jazz, lo swing e qualche rivisitazione a modo nostro di canti popolari. E poi la montagna, i «miei» monti in valle Onsernone, che devo a mia moglie Bruna, una Candolfi originaria di Spruga: la cascina, gli amici e la terra sempre bisognosi di cure ricorrenti, ripetitive e rilassanti; le passeggiate e i momenti contemplativi lì attorno, spesso solo, ora che non ho più il mio cane, immerso nella natura, la selvaggina, i pensieri, il vento, la luce, la vera oscurità e i silenzi.