La scuola che verrà…

Natale, si sa, è il tempo della bontà e delle strenne. Credo però che sia solo un caso se il DECS ha scelto metà dicembre per diffondere un progetto ambizioso: La scuola che verrà. Idee per un’innovazione tra continuità e innovazione (a questo indirizzo si trova tutto ciò che serve).

La tentazione di rifarmi a Lucio Dalla è naturalmente grande, anche se il documento non è certo stato scritto solo per distrarsi un po’ (e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò). Per ora c’è almeno da sperare che sia un caso, e che non vada a finire con tanta somiglianza: E se ’sta scuola poi passasse in un istante,/ vedi amico mio / come diventa importante / che in questo istante ci sia anch’io. / La scuola che sta arrivando tra un anno passerà / io mi sto preparando / è questa la novità.

Il 12 dicembre, quando ho seguito i tanti servizi giornalistici, mi sono lasciato prendere da un certo entusiasmo, seppur misurato. A qualche mezza giornata permane il sentimento di plauso sincero per il tentativo di scombinare un po’ certe abitudini e tanti dogmi ormai radicati e ammuffiti, anche se qualche lucina, qua e là, ha pur cominciato a lampeggiare. Ma credo che sia normale: dietro ogni grande dichiarazione «di principio» si celano visioni diverse, suggerite dall’esperienza personale, dal proprio percorso intellettuale e culturale, dalle speranze e dall’ideologia.

Stando all’edizione odierna (14.12.2014) del settimanale «Il Caffè», Silvio Tarchini, settantenne imprenditore di successo, ha già detto la sua: «È l’ennesimo abbassamento della selettività della scuola. L’abolizione dei livelli porterà ad ulteriori difficoltà nel momento del passaggio nel mondo del lavoro. Ma soprattutto saranno guai per coloro che vorranno continuare a studiare». Lapidario.

Naturalmente è un déjà vu. Ma è noto che in tanti, dentro e fuori la scuola, la pensano esattamente allo stesso modo, magari nascondendosi dietro il dito scarno di tanti alibi fantasiosi e/o egoisti.

Ecco perché mi auguro che il progetto lanciato dal ministro Manuele Bertoli e dai suoi collaboratori sia per davvero intenzionato a dar vita – finalmente! – a una scuola dell’obbligo che promuova lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà – tanto per citare ancora una volta la Legge della scuola del 1990, con tutte le sue finalità. Sarebbe un disastro se ci si limitasse a un tentativo di revisione del modello esistente, che nel suo DNA conserva troppi ricordi di un passato a volte atavico e quasi mai migliore del presente (a parte l’aroma del pane…).

Stiamo parlando della scuola dello Stato (e della sua decisione di obbligare tutti i cittadini tra i 4 e i 15 anni d’età a doverla frequentare), non di orticelli privati.

Anni fa ebbi la fortuna di incontrare Bruno Munari, il grande artista e designer italiano. Era reduce da un viaggio in Giappone e mi raccontava, con gli occhi luccicanti e con la felice semplicità che gli era propria, di come le strade e le piazze nipponiche fossero pulite. «In Giappone – diceva – si insegna sin dall’età più tenera che le strade e le piazze sono di tutti e che quindi devono essere rispettate e curate come qualcosa che appartiene a ognuno di noi. Invece in Italia si considera che le strade e le piazze sono dello Stato, vale a dire di nessuno: quindi non meritano né rispetto né cura».

La scuola che verrà dovrà essere la scuola dello Stato. La scuola pubblica non è degli insegnanti, dei partiti, dei politici, degli psicologi e dei funzionari più o meno accreditati; e non è nemmeno dei sindacati, delle associazioni magistrali e padronali, delle assemblee dei genitori. Non deve rispondere a interessi corporativi, finanziari, confessionali, ideologici, razziali o di genere.

La scuola che verrà dovrà preoccuparsi in primo luogo di mirare alla parità dei risultati a un livello elevato, affinché in un domani che mi auguro molto vicino ognuno possa chiedersi orgogliosamente «Che ho a che fare io con gli schiavi?», senza vergognarsi della sua risposta.

«Baciare non è come aprire una scatoletta di tonno»: un dibattito sulla scuola a partire dal romanzo di Daniele Dell’Agnola

BIBLIOMEDIA SVIZZERA ITALIANA segnala che venerdì 12 dicembre alle 20.30, alla Bibliomedia di Biasca si terrà, si terrà un dibattito sulla scuola intitolato La scuola è finita. All’incontro, moderato dalla giornalista Giulia Fretta, parteciperanno il direttore delle scuole medie di Castione, Dario Ciannamea, la presidente del Comitato cantonale dei genitori, Anna De Benedetti Conti, il docente e scrittore Daniele Dell’Agnola e il pedagogista Adolfo Tomasini. (Qui è possibile scaricare il volantino).

Nel corso della serata l’attrice Cristina Zamboni leggerà alcuni brani del libro di Daniele Dell’Agnola – ambientato in ambito scolastico – Baciare non è come aprire una scatoletta di tonno (Infinito edizioni, 2014), che suggeriranno gli argomenti per il dibattito.

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Il romanzo, come già il precedente Melinda se ne infischia, è divertente e di grande interesse. Il 17 ottobre scorso ho partecipato al convegno «Quale didattica per l’italiano?», organizzato dal DFA/SUPSI, e ho seguito la “Sessione parallela” animata da Dell’Agnola, che ha presentato una sua esperienza pratica, con un profluvio di particolari e l’entusiasmo che lo contraddistingue: «Tavolozza dei personaggi. Dalla lettura di otto classici, all’incontro sul palco. Sperimentazione svolta con 14 allievi di seconda media». Sono convinto che Melinda, che se ne infischia (e fa bene), e aprire la scatoletta di tonno, azione molto diversa dal baciare, nascano proprio dalle esperienze dirette dell’autore, che le ha vissute a tutto tondo, senza risparmi. Daniele Dell’Agnola è un grande interprete della vera essenza della scuola media, la scuola che tutti sono obbligati a frequentare.

«Non c’è solo il liceo per i giovani». Eppure…

Sul Corriere del Ticino del 29 novembre scorso è apparsa l’opinione di Nicola Pini, vicepresidente cantonale del Partito Liberale Radicale, che sostiene la causa delle scuole professionali come valida alternativa alla scuola media superiore, liceo in testa (l’opinione di Nicola Pini è visibile qui).

Il tema non è nuovo, ci mancherebbe. Anch’io me ne sono occupato tante volte; pescando un po’ alla rinfusa nell’archivio di questo sito, cito alcuni scritti pubblicati nella rubrica «Fuori dall’aula» del Corriere del Ticino:

Ma ce ne sono naturalmente altri, che toccano il tema più o meno direttamente.

Sia chiaro: l’affermazione, di per sé, è addirittura lapalissiana nella sua enunciazione. Non c’è solo il liceo per i giovani, sottintendendo, come scrive lo stesso Pini, che «La conoscenza è una virtù fondamentale e una premessa di libertà, un bene che è a prova di furto. Ma i percorsi formativi sono percorribili e di qualità anche in campo professionale». Ma la soluzione non può essere ridotta a un’operazione di marketing.

Fino a quanto la scuola dell’obbligo non sarà in grado di sbarazzarsi una volta per tutte dei suoi compiti di selezione – una selezione che si vorrebbe basata su meriti e competenze, ma che in realtà, con l’alibi delle pari opportunità, si limita quasi sempre a sancire e legittimare le precedenti differenze socio-culturali – non sarà possibile venirne a una seriamente e una volta per tutte. A un convegno di qualche anno fa sul futuro dell’apprendistato si erano sentite affermazioni quali «Il livello dei ragazzi che escono dalla scuola media si abbassa ogni anno sempre di più» oppure «Oggi gli allievi che escono dalla scuola obbligatoria hanno sì un’infarinatura su molti argomenti, ma molto superficiale». Così il danno continuerà a essere doppio: da una parte una percentuale significativa di giovani, con famiglie al seguito, si imbarcheranno in avventure scolastiche frustranti; dall’altra non si farà nulla per accrescere il livello culturale di tutti gli allievi che terminano la scuola media.

È contro questo inaccettabile darwinismo educativo che è necessario schierarsi con coraggio e perseveranza, lasciando perdere le strategie di mercato e le manovre di persuasione utilitaristica, che alimentano solo il populismo e la dabbenaggine.

Coesione nazionale: meglio la storia o tante lingue alla buona?

Se la seconda lingua imposta a tutte le scuole dell’obbligo elvetiche fosse l’inglese, «ci troveremmo in un campo neutro, una seconda lingua per entrambe le parti, e potremmo “combattere” ad armi pari nella terra di nessuno». È l’opinione del signor Michele Mazzucchelli, apparsa nella rubrica «Lettere & Opinioni» del Corriere del 9 ottobre. «Il problema – argomenta il lettore – è che noi ci ostiniamo a voler apprendere troppe lingue, con il risultato che sappiamo un po’ tutto, ma male». Gli ha fatto eco Lauro Tognola, a suo tempo bravo insegnante di inglese e francese e direttore del liceo di Locarno, che sul Corriere del 13 ottobre, stessa rubrica, ha osservato: «Fuori il francese, seconda lingua, dalle elementari ticinesi e svizzero-tedesche, il tedesco pure seconda lingua dalle elementari romande. Perché no? La padronanza dell’inglese, lingua franca del mondo, non potrà che favorire la comprensione fra utenti di lingue materne diverse dentro i confini della Confederazione».

Concordo. Chi legge questa rubrica anche solo con sobria regolarità sa che non mi sono mai elettrizzato per l’insegnamento di tante lingue foreste nella scuola dell’obbligo. Negli ultimi vent’anni la questione ha preso toni per lo più simbolici e politici, con ricadute massmediatiche perniciose. Studiare a scuola le lingue nazionali serve a poco e a pochi. Ma, a leggere i giornali, sembrerebbe che senza l’insegnamento precoce dei tre idiomi confederati ne andrebbe di mezzo la coesione nazionale. Eppure, malgrado tutta ’sta fregola poliglotta, la svizzeritudine non è mai stata così sfilacciata come oggi, tanto che alcuni partiti ricavano da questa debolezza la possibilità di creare un’identità federale bugiarda, attraverso le chiusure, gli egoismi, la xenofobia e le usanze locali più pittoresche. Nel frattempo schiere di adolescenti della scuola dell’obbligo subiscono anno dopo anno le randellate scolastiche della valutazione: perché le lingue seconde e terze pestano di brutto, oltre a essere tra le discipline che richiedono il maggior impegno a domicilio, a scapito di altre discipline fondamentali.

Il declassamento del tedesco e del francese a livello di discipline opzionali permetterebbe il potenziamento della storia e dell’italiano, perché l’italiano, prima di promuoverlo negli altri cantoni, occorrerebbe difenderlo qui. Per analogia il discorso vale anche per le altre regioni linguistiche. Una buona padronanza della lingua del posto e una maggior conoscenza della storia, della geografia e della cultura farebbero meno vittime nella scuola media e contribuirebbero in maniera ben più incisiva alla tanto decantata, e oggi un poco inconsistente, coesione nazionale. Per conoscere il Paese serve più la storia della lingua. Fino ai primi anni ’60, quindi ben prima della democratizzazione degli studi, il senso di appartenenza all’Elvezia era evidente e sincero, al di là delle schermaglie semiserie tra Tschinggali e Zückìtt. Anche a causa della situazione politica e bellica dell’Europa sin dai primi anni del ’900, il sistema scolastico svizzero aveva dato vita ad azioni educative mirate. Eppure non erano anni caratterizzati dalle odierne frenesie plurilinguistiche. L’insegnamento della storia serviva proprio per infondere il senso di appartenenza alla nazione, malgrado le barriere geografiche, linguistiche e religiose. Per la salvaguardia del plurilinguismo ci sarà tempo una vita, dopo la scuola dell’obbligo.

Incontro con Bepi De Marzi, maestro e poeta

Bepi-De-Marzi-per-Cose-di-scuolaIl mio primo incontro con Bepi De Marzi risale a molti anni fa. Avevo seguito un concerto con i suoi «Crodaioli» nel salone della SES a Locarno. Molte cose mi avevano colpito e commosso. Ricordo ancora con commozione il canto L’aqua zè morta, potente e rabbioso, e nel contempo di grande poesia.

Poi, tanti anni dopo e in una circostanza molto triste, ho avuto la fortuna di conoscerlo e di parlargli e di mantenere un legame, seppur solo epistolare (l’epistola elettronica). Quando ho aperto questo Cose di scuola ho mandato una comunicazione ai miei contatti. Lui mi rispose a stretto giro di posta elettronica: «Potrei collaborare, magari rispondendo a qualche tua domanda sulla mia esperienza di insegnante». Le mie domande sono andate oltre le sue esperienze di scuola. Ma, insomma, eccoci qua.


Voglio cominciare questa chiacchierata da un dettaglio divertente. Introducendo il canto «La sagra» (dove gò visto la mè Maria), raccontò di una sua visita a un asilo infantile in qualche paesino dalle sue parti. Parlò di una bambina di tre o quattro anni, col moccio ciondolante, che si chiamava già Samantha… Maestro, perché Maria è meglio di Samantha?

Il nome dato dai genitori si porta per tutta la vita e riesce perfino a segnarla, a condizionarla, in bene o in male. Ho in mente tanti “Christian” che poi non hanno nemmeno il coraggio di scristianizzarsi; penso alle Deborah che devono aggiungere “si scrive con l’acca!”. Ci sono le piccole Katiuscie che a scuola precisano stanche “con la cappa e con la i”. E i poveri Igor? i Patrik? La figlia di una mia dolcissima amica si chiama Michelle; ha dodici anni e da quando era alla scuola materna continua a ripetere “si scrive come Michele ma con due elle”.

Dopo il ’68 si è cominciato a credere che a scuola era più importante saper fare e saper essere che sapere e basta. Era una battaglia giusta contro lo sterile nozionismo, per lo più usato come arma impropria per la selezione sociale. Però oggi si comincia a dire che le nozioni, se non le hai, sei un ignorante. A quasi cinquant’anni di distanza la scuola, e non solo quella dell’obbligo, ha preso derive tecnocratiche. A farne le spese sono innanzitutto talune discipline «inutili», vale a dire del tutto inservibili sul piano della spendibilità immediata. Penso, in particolare, alla Storia – la storia da insegnare nel solco dell’eredità di Fernand Braudel e di Jacques Le Goff. È importante studiare la storia?

Come viene proposta a scuola è proprio inutile. L’insegnante dovrebbe dire: “Io sono la storia e vi racconto il mio ieri: la mia famiglia, i miei studi, le mie fatiche, le mie felicità, i miei desideri realizzati o tralasciati”. E spaziare progressivamente lungo il tempo. Conosco un professore di Storia dell’Arte che in una celebre Università veneta spiega come si deve “leggere” un quadro proiettando la sua faccia, cominciando a ridere del naso, delle rughe, dei capelli tinti. “Contiamo i peli della barba”, esordisce. E gli allievi non lo abbandonano più.

Ma veniamo alla musica, il suo mestiere. Perché far musica assieme è importante, al di là del fatto artistico in sé e dell’insito divertimento?

Divertimento? Neanche far bene l’amore deve essere solo divertimento! “Il genio è una lunga fatica”, diceva Mozart. Chi dice “mi diverto” è uno che non sa cosa sia lo studio, il lavoro. Tutto, sempre, deve essere impegno e partecipazione cosciente. Far musica insieme, suonando o cantando, è come lavorare collettivamente a una costruzione. Poi si insinua il tarlo dell’esibizione, del mostrarsi, del farsi ascoltare. E il lavoro diventa ansia, competizione. Fino alla cattiveria della rivalità. Organizzare i bambini, gli adolescenti per mostrarli in gruppi corali è un’operazione discutibile. E si crede di invogliarli alla musica obbligandoli a cantare storie, opere, che niente hanno a che fare con la loro età.

A una mamma che gli diceva: “Il mio bambino ha solo nove anni e suona il Chiaro di luna di Beethoven”, il grande pianista Arthur Rubinstein ha risposto: “Provo pena per il suo bambino, ma anche per Beethoven”.

Il pedagogista francese Philippe Meirieu ha scritto: «Alla domanda: “Quale mondo lasceremo ai nostri figli?” – quesito che resta attuale come mai – è oggi urgente aggiungerne un’altra: “Che figli lasceremo al mondo?”». Allora, Maestro: come dovrebbero essere i figli che lasceremo al futuro?

Non dovrebbero somigliare troppo a noi. A noi che non leggiamo più, ma che scriviamo e scriviamo per pubblicare a nostre spese ciò che nessuno legge. A noi che non sappiamo più ascoltare nemmeno la musica, ma che ci crediamo compositori mettendo insieme tre o quattro note con i programmi e i suoni freddi del computer. A noi che per cantare in coro facciamo grottescamente cabaret con mossette e deambulazioni da orsi ammaestrati. A noi che perdiamo i giorni nelle rivendicazioni di autonomia, di indipendenza, magari con l’inutile e puntiglioso sostegno del dialetto. Noi che abbiamo distrutto l’ambiente con i capannoni e le costruzioni assurde, anche di qualche chiesa impraticabile o di qualche strampalata struttura alberghiera in montagna; noi che vogliamo lavorare poche ore al giorno per poi annoiarci nel cosiddetto tempo libero che diventa incomunicabilità o trama e ordito del pettegolezzo.

Ho letto che ha lasciato Arzignano, il paese dove è nato e ha sempre vissuto, perché si è lasciato prendere dal leghismo imperante. Ma dove andrà, in questa Europa percorsa da fremiti sempre più populisti, banali, xenofobi, paurosi, ripiegati su se stessi nel difendere le proprie miserie?

Per ora abito a Vicenza, in un quartiere di periferia che pare un bosco. Confesso di non essere mai stato legato a un solo luogo. Come, nonostante qualcuno mi creda un sentimentale, non sono né nostalgico e nemmeno attaccato alle tradizioni. Come dice Olmi di se stesso, “sono un uomo di sentimenti”. Ma anche di passioni. La vergogna di questo tempo è il nazionalismo. E i fanatismi religiosi sono un altro drammatico pericolo per l’umanità.

Si dice che questo è un mondo forgiato dalle diverse globalizzazioni, dalla finanza arrogante, dalle incertezze per il futuro. E se fosse anche un mondo figlio di un’educazione pressappochista e mollacciona? Costruire e mantenere la democrazia è un percorso faticoso.

La democrazia, quasi ovunque, è al limite dell’illusione. In Italia, con questo ducetto toscano onnipresente e becero, con la montante xenofobia attizzata dalla Lega sottobraccio ai neofascisti, poi con la sotterranea e torva presenza condizionante del potentissimo pregiudicato, ci crediamo liberi. Possiamo chiamarlo il regime dei miliardari? delle banche?

Il mondo la conosce soprattutto come autore della splendida «Signore delle cime», un canto che, secondo me, si sta però banalizzando e svuotando della sua forza artistica. Colpa della ridondanza e del “pensiero” unico: ormai è diventato un must in talune circostanze, un po’ come l’«Ave Maria» di Schubert o le marce nuziali di Mendelssohn e Wagner. Personalmente trovo tante altre sue composizioni di una forza incredibile. E mi appassionano il suo impegno civile, il suo amore per Mario Rigoni Stern, per Padre Turoldo e per le cose semplici.

Beh, non posso dire di accontentarmi delle cose semplici. Amo le melodie tonali, comprensibili; ma ai miei allievi di Conservatorio ho insegnato le fughe, i contrappunti, le costruzioni polifoniche, le grandi forme musicali, pur esprimendomi poi nel minimalismo dei canti di ispirazione popolare, nei Salmi o nei mottetti per la liturgia. Ho studiato la dodecafonia tanto da considerarla lo sberleffo di una persona solitaria e geniale. Ma c’è qualcuno che la sta scoprendo adesso e ci si crogiola dentro. Mi indispongono tante espressioni pseudoartistiche, specialmente nella pittura e nella scultura. Il grande Cioran ha detto che “non si può amare ciò che non si comprende”. Il massimo della mia passione musicale moderna sta nelle Metamorfosi di Strauss, la disperazione di un genio davanti alle distruzioni della guerra.

Ma si stava parlando di Signore delle cime e degli altri canti. Li ha mai contati?

Forse ne ho composti più di centocinquanta. Sinceramente, non lo so. Ma, è vero, nella mia piccola storia c’è soprattutto Signore delle cime. L’ho ascoltato in questi giorni in una versione rock che mi ha stupito, affascinato, perfino commosso. Dobbiamo rinnovarci continuamente, ma dentro la certezza della sincerità, soprattutto nell’ebbrezza della poesia. Ho avuto la fortuna di avere dei meravigliosi amici e maestri. Nella vita ho obbedito solo a tre persone: mia mamma, mio papà e il maestro Scimone suonando l’organo e il clavicembalo nei Solisti Veneti. Sono credente, ma sono anche dolcemente anticlericale: la gerarchia ecclesiastica mi sorprende per il nulla che autorappresenta, per l’infantilismo dei paludamenti, per la teatralità delle liturgie infarcite di filastrocche e di pessima musica: perché la nuova musica della Chiesa cattolica è vergognosa. Pur nella malinconia che domina il mio carattere, mi confesso dolcemente ironico e teneramente anarchico.


Giuseppe De Marzi, detto Bepi, musicista, è nato ad Arzignano, nella Valle del Chiampo, dove ha abitato fino al 2011, prima di trasferirsi a Vicenza.

Ha insegnato Educazione Musicale a Valdagno, in una scuola media a tempo pieno. Maestro di Organo e Composizione organistica nell’Istituto Comunale “Canneti” di Vicenza, sezione staccata del Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia, ha insegnato anche nei Seminari Diocesani di Vicenza, chiamato da monsignor Ernesto Dalla Libera.

A Vicenza ha fondato e diretto per qualche anno il Coro Polifonico “Nicolò Vicentino”.

Poi ha scelto definitivamente l’insegnamento nel Conservatorio “Pollini” di Padova diretto da Claudio Scimone. E subito, lo stesso celebre maestro padovano, lo ha voluto come clavicembalista e organista nei prestigiosi Solisti Veneti.

La notorietà del musicista vicentino è dovuta soprattutto alla fondazione e alla direzione, tuttora vivace e sempre innovativa, del gruppo corale maschile “I Crodaioli” di Arzignano, con il quale ha proposto, attraverso le Edizioni Curci di Milano, più di cento composizioni – parole e musica – di ispirazione popolare, prima fra tutte “Signore delle cime”, canto diffuso nel mondo, tradotto in varie lingue, elaborato anche in versioni sinfoniche perfino in Giappone. Recentemente, il maestro Scimone ha chiesto a De Marzi di realizzarne una fantasia per archi da proporre nei concerti dei Solisti Veneti con il titolo “Trasparenze su Signore delle cime”. Con l’amico poeta Carlo Geminiani, il popolare Bepi ha composto una decina di canti entrati nella tradizione alpina, e basti ricordare “Joska la rossa”, “L’ultima notte”, “Il ritorno”, “Monte Pasubio”. Con un altro grande amico, Mario Rigoni Stern, ha composto il canto “Volano le bianche” che ricorda la guerra sull’Ortigara.

Nel 1970, padre David Maria Turoldo ha chiesto a De Marzi di affiancare il giovane intellettuale e musicista Ismaele Passoni nella composizione musicale di Salmi, Inni e Cantici che aveva realizzato stroficamente per il rinnovamento della liturgia, composizioni che la Chiesa non ha accettato proprio per la loro intensità poetica e per l’emozionata cantabilità.

De Marzi ha pubblicato con la casa Musicale Carrara di Bergamo molta musica didattica per la Scuola Materna e Elementare, oltre ai Canti per il Battesimo, la Cresima e il Matrimonio con testi del poeta Giovanni Costantini. Fecondo scrittore, soprattutto con interventi giornalistici nel Giornale di Vicenza, si produce in conferenze con argomenti musicali e di costume. La mamma milanese e il papà veneto gli hanno trasmesso l’instancabilità nel lavoro, l’irrefrenabile fantasia, l’inquietudine nella fede, l’indipendenza e la sottile ironia nei rapporti sociali che Bepi manifesta anche in una malcelata malinconia.

Dai margini dell’aula: esperienza, pensiero critico e qualche nota fuori dal coro