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Gli obbligati scacciati, un ossimoro della scuola dell’obbligo

L’art. 6 della Legge della scuola ticinese, che risale all’ormai lontano 1990, recita, al primo paragrafo, che La frequenza della scuola è obbligatoria per tutte le persone residenti nel Cantone, dai quattro ai quindici anni di età.

La regola ha radici lontane, tanto che il Parlamento che varò la prima scuola obbligatoria di questo cantone – 4 giugno 1804 – la limitò a quattro articoli, che insistevano proprio sulla decisione di renderla obbligatoria.

Sono passati due secoli e un po’. La scuola dell’obbligo, ormai, fa parte delle consuetudini, come la grippe. Si noti il preambolo di quella legge: «… la felicità di una Repubblica ben costituita deriva principalmente dalle savie istituzioni, e da una buona educazione; mentre da uomini bene educati si può sperare ogni bene, e dalla ignoranza nascono tutt’i vizj, e disordini».

Erano le preoccupazioni di 200 anni fa.

Di quell’epoca la scuola contemporanea rammenta e tiene saldo il calendario scolastico, anche se sugli alpi e nei campi finiscono solitamente lavoratori stranieri.

Nel maggio 2011 avevo pubblicato in Fuori dall’aula, la mia rubrica sul Corriere del Ticino, un articolo che aveva preso spunto da una decisione del Parlamento zurighese, che aveva inasprito le norme sull’espulsione da adottare per gli scolari più indisciplinati, spostando il periodo massimo da quattro settimane a tre mesi. Il titolo era un po’ sciocco – Quando la scuola non sa più che pesci pigliare – non così, mi pare, il contenuto.

Quell’invito alla riflessione mi è venuto in mente davanti al progetto La scuola che verrà. È probabile che la sperimentazione slitterà di un anno: non è ancora certo, ma è stato lanciato un referendum, si vedrà a giorni se riuscito (v. Ecco perché «La scuola che verrà» è un progetto progressista).

Stavo per scrivere che il referendum è stato lanciato da partiti e movimenti di destra e centro-destra, che ora la menano nel dire che tanti docenti hanno contribuito a raccogliere le 7’000 firme necessarie per demandare alle urne il verdetto finale. Purtroppo è vero. Ma non erano tutti progressisti, i docenti?

Ho letto, nei giorni scorsi,  l’ultimo romanzo di Petros Markaris, L’università del crimine (2018, Milano: La nave di Teseo). Mi ha colpito un ironico dialogo, a pagina 265, tipico di quest’autore non certamente di destra:

Ho fatto una scommessa con me stesso: cerco di trovare una manifestazione che non abbia come obiettivo una semplice protesta, che non venga indetta per la difesa di diritti acquisiti, ma abbia un carattere costruttivo. […] Ai miei tempi, le manifestazioni si facevano per cambiare il regime, per abbattere lo stato di polizia, per avere maggiore democrazia… Oggi le manifestazioni e i cortei si fanno perché nulla sia cambiato. Ecco quindi che vengo a vedere, con la speranza vana di trovare una manifestazione o un corteo che abbia, come obiettivo, il cambiamento.

Da un comunicato del Sindacato dei servizi pubblici e sociosanitari: I docenti VPOD danno il loro sostegno alla sperimentazione del modello dipartimentale La Scuola che Verrà. «Questo modello – scrivono in una nota stampa del 30 marzo – è il frutto di una lunga consultazione tra il Dipartimento DECS e le componenti della scuola, tra cui i sindacati. Dopo una prima stesura, che conteneva forti criticità, il DECS è stato capace di porvi rimedio, ascoltando le critiche e apportando i grossi correttivi richiesti dai docenti».

Mettere le valutazioni e la selezione in secondo piano è una criticità anche a sinistra. Chissà perché? Vattelapesca.

Siamo ancora a quel che diceva Don Milani: «Una scuola che si cura solo dei bravi allievi è come un ospedale che cura i pazienti sani».


P. S.: se poi qualcuno, giunto a questo punto, avesse ancora qualche minuto, consiglio di leggere un altro mio articolo del 2011, sempre nella stessa rubrica del medesimo quotidiano: «Pestalozzi! Chi era costui?», ruminava tra sé il giovane maestro. È un articolo correlato col primo, quello sull’espulsione degli allievi, dove si parla di Johann Heinrich Pestalozzi, quell’allievo di Jean-Jacques Rousseau che l’inclusione la sperimentò sul serio (senza dare le note).

Una scuola che sappia nutrire la libertà di pensiero e di parola

Un paio di mesi fa la giornalista Milena Gabanelli ha dedicato «Dataroom», la sua rubrica sul Corriere della Sera, a cosa conviene studiare per il lavoro del futuro. «Il 65% dei bambini che iniziano la scuola oggi, quando avranno finito faranno lavori che oggi ancora non esistono. E allora su che cosa conviene puntare per essere più sicuri di avere un lavoro domani?». La fonte è un rapporto del 2016 del WEF, «Il futuro dei mestieri: strategia per impiego, abilità e forza-lavoro nella quarta rivoluzione industriale». La giornalista cita alcune professioni, legate alle nuove tecnologie, che avranno un considerevole sviluppo. E osserva: «La formazione di queste figure nelle università italiane è iniziata solo dal 2016».

Appunto, questo è un problema della formazione terziaria e concerne così solo una porzione di giovani, mentre la scuola è obbligatoria per ognuno e per undici anni. Essa custodisce gelosamente la pretesa di saper preparare i suoi cuccioli alla vita adulta e al miglior inserimento professionale. Tant’è che, senza dichiararlo apertamente, i programmi di studio sono costruiti pensando più in particolare a chi, dopo i quindici anni, potrà continuare gli studi. Intendiamoci, fino a un po’ di anni fa questa scelta funzionava ed era per lo più condivisa dalla gran parte dei cittadini. Dopo la scuola elementare c’era il ginnasio di cinque anni, per chi era ritenuto più tagliato per lo studio sui libri e l’attività intellettuale; per gli altri c’era la scuola maggiore, di tre anni, trascorsi i quali, prima dell’apprendistato, c’erano le scuole di avviamento professionale e quelle di economia domestica. L’inserimento nel mondo del lavoro – o, per molte ragazze, il matrimonio, la maternità e i «lavori donneschi» – era praticamente garantito sin dagli anni ’50, e più si andava lontano con la formazione, più «da grandi» si sarebbero svolte professioni ben retribuite e socialmente riconosciute.

Il meccanismo è saltato ormai da un pezzo. Diciamo che le prime avvisaglie sono state avvertite quarant’anni fa, con le crisi energetiche degli anni ’70. Poi le nuove tecnologie, la caduta del muro di Berlino e la successiva, e per certi versi logica, globalizzazione dei mercati (e non solo) hanno fatto il resto. Ne consegue che per la formazione dei cittadini di domani la scuola dell’obbligo deve avere l’umiltà di ammettere che non ha doti divinatorie. Pretendere di sapere oggi quali competenze saranno utili domani per un bimbo nato in questi anni denota almeno ingenuità, se non un pizzico di arroganza. Edgar Morin, nel suo famoso «La testa ben fatta», afferma che educare non significa dare all’allievo una quantità sempre maggiore di conoscenze. Al contrario l’educazione deve «indicare che imparare a vivere richiede non solo conoscenze, ma la trasformazione della conoscenza in sapienza», cioè in scienza e saggezza, «e l’incorporazione di questa sapienza per la propria vita». Converrebbe insomma che la scuola dell’obbligo scegliesse di fare quel che ha fatto bene per tanti anni: educare cittadini, cominciando a gettare basi solide, in un ambiente sereno e alla larga da competizioni fasulle. Ha scritto la filosofa americana Martha Nussbaum: «Non si tratta di difendere una presunta superiorità della cultura classica su quella scientifica, bensì di mantenere l’accesso a quella conoscenza che nutre la libertà di pensiero e di parola, l’autonomia del giudizio, la forza dell’immaginazione».


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

EDGAR MORIN, La testa ben fatta – Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, 2000, Milano: Raffaello Cortina Editore, pag. 45

MARTHA C. NUSSBAUM, Non per profitto – Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, 2014, Bologna: Il Mulino | La citazione che chiude l’articolo è in realtà una sintesi, presente nell’ultima di copertina.

Ecco perché «La scuola che verrà» è un progetto progressista

L’articolo sottostante, col titolo (redazionale) Si tratta di un progetto liberal e non è per nulla… socialista, è apparso sul domenicale ilCaffè dell’8 aprile nel contesto di un confronto a due voci sul progetto La scuola che verrà e sulla raccolta di firme contro il credito concesso dal Parlamento per l’inizio della fase sperimentale a partire dal prossimo anno scolastico.

Va da sé: la raccolta di firme, che, se riuscisse, sottoporrebbe a referendum la risoluzione del Gran consiglio, è solo formalmente contro la concessione del credito, perché in realtà intende affossare l’intero progetto – ciò che i promotori del referendum non hanno nascosto in sede parlamentare.


Manuele Bertoli avrà anche lui qualche difetto, come tutti; ma non lo si può accusare di essere tronfio e megalomane. È un uomo che ha molto a cuore la scuola pubblica e obbligatoria: la conosce bene, perfino dal profilo istituzionale e pedagogico. Il progetto La scuola che verrà intende concretizzare le finalità che il Parlamento aveva dichiarato nel 1990: La scuola promuove lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà. È un progetto umanistico, ispirato ai più alti valori repubblicani. Chi dice che si tratta di un progetto socialista – e calca su quell’aggettivo come se fosse un insulto – è in malafede. La scuola che verrà è un progetto liberal, nel senso anglosassone del termine. Se davvero si vuol credere che questa riforma è socialista, allora si deve convenire che Pestalozzi, illuminista ed erede di Rousseau, era un brigatista rossissimo.

Altrettanto scorretta è l’equazione secondo cui il fatto di voler portare ogni allievo al limite estremo delle sue possibilità equivale a un inevitabile abbassamento del livello medio della scuola. Il sociologo Walo Hutmacher aveva pubblicato nel 2012 un’interessante riflessione. Scriveva che «le pari opportunità fanno parte della scuola pubblica. Ma è un’uguaglianza astratta, di maniera, perché presume, senza dirlo, che la scuola di base sia una gara, così che ha un senso solo in una scuola selettiva. Contrariamente a ciò che dicono tutti i partiti, la politica non deve mirare alle pari opportunità, ma puntare all’equità dei risultati a livello elevato, allo scopo di creare buone capacità per affrontare le esigenze della vita sociale, civica ed economica. L’equità dei risultati è meno astratta delle pari opportunità. In senso assoluto è inarrivabile, ma si può tentare con tenacia di avvicinarvisi. Bisogna però farne un’ambiziosa meta politica. La logica della selezione estremizza le regole del gioco: per allievi e genitori che sono, loro malgrado, protagonisti di un processo di selezione, lo scopo principale non è quello di imparare, bensì di “riuscire”, di “essere promosso”. In questa logica i più bravi si accontentano di “gestire la loro media” col minimo sforzo, mentre i più deboli si scoraggiano davanti a ostacoli che ritengono di non poter superare: è esattamente ciò che comincia a essere intollerabile, tanto dal punto di vista dell’efficacia, quanto da quello dell’equità».

È l’obiettivo nobile del progetto di Bertoli.

Al posto del nostro ministro dell’educazione io non mi sarei fidato troppo di certi compromessi coi partiti. Ad esempio non avrei ceduto sull’abolizione della soglia minima per l’accesso al liceo. Ma, per la fortuna del Paese, non sono un governante e posso quindi fare a meno di quel forse utile pragmatismo.


L’articolo di Walo Hutmacher, da cui ho tratto la citazione in una mia libera traduzione, è apparso sul numero speciale della rivista Éducateur del 24 febbraio 2012, pubblicato in occasione del centenario di fondazione dell’Institut Jean-Jacques Rousseau, che nel 1975 sarebbe diventato la Facoltà di psicologia e di scienze dell’educazione dell’Università di Ginevra (Les bâtisseurs du «siècle de l’enfant» | Cent ans de recherches et d’innovations pédagogiques).

Qui è possibile scaricare l’articolo integrale e originale, intitolato Réclamer l’égalité des chances, c’est s’empêcher de viser l’égalité des résultats à un niveau élevé (p. 64-66).


La raccolta di firme è relativa alla risoluzione del parlamento del 12 marzo 2018. L’oggetto in questione è il Messaggio 7339 del 05.07.2017 concernente la «Concessione di un credito quadro di fr. 5’310’000.- per la sperimentazione del progetto La scuola che verrà». A questo indirizzo sono disponibili i documenti ufficiali.

Infine quest’altro indirizzo propone i dettagli della votazione del Gran consiglio.

E adesso chissà mai quale scuola verrà?!

Comincio dalla cronaca.

La fase di sperimentazione del progetto «La scuola che verrà», di cui si è parlato per la prima volta nelle ultime settimane di quattro anni fa (La scuola che verrà…), è stato accolto a maggioranza dal Parlamento cantonale lo scorso 12 marzo, dopo un lungo negoziato tra il Dipartimento dell’Educazione, della Cultura e dello Sport e i diversi partner interessati.

«Gli esami per la scuola che verrà», ha titolato il Corriere del Ticino del 13 marzo: La riforma del DECS ha superato un primo esame. Dopo un dibattito fiume durato oltre 5 ore, la maggioranza del Gran Consiglio ha detto sì – con 51 voti favorevoli, 19 contrari e 5 astensioni – al credito di 6.7 milioni di franchi per avviare la fase pilota a settembre. A sostenere la sperimentazione sono stati i deputati di PLR, PPD e PS mentre un chiaro no è stato espresso da La Destra e dalla maggioranza della Lega. Sollevato dal via libera parlamentare, il direttore del DECS Manuele Bertoli ha precisato come «questa non è una riforma socialista, ma un progetto che ha quale obiettivo quello di migliorare la scuola dell’obbligo riuscendo a seguire meglio gli allievi nella loro individualità».

Il sostegno dei tre partiti storici – PLR (partito liberale radicale), PPD (partito popolare democratico) e PS (partito socialista) – non è stato ottenuto senza costi: il DECS ha dovuto cedere diverse posizioni, tra le quali quella del mantenimento della soglia minima per l’accesso alla scuola media superiore, vale a dire il liceo e la scuola di commercio.

La festa, per ora, è sospesa

I festeggiamenti per il traguardo raggiunto con tanta fatica sono durati poco, perché i partiti che hanno avversato la sperimentazione hanno annunciato il lancio di un referendum. Ha detto il ministro Manuele Bertoli: «Il referendum è senz’altro legittimo, ma in questo caso è arrivato all’ultimo momento, un po’ tra il lusco e il brusco».

Il Corriere de Ticino del 15 marzo ha chiosato la reazione del direttore del DECS: Questa la reazione a caldo del direttore del DECS Manuele Bertoli, all’indomani della decisione dell’UDC di lanciare un referendum contro l’avvio della sperimentazione de «La scuola che verrà». Una presa di posizione, quella democentrista, annunciata a soli sei mesi dall’inizio della fase di sperimentazione. Fase pilota che, nel caso in cui le 7’000 firme fossero raccolte entro il termine dei 45 giorni previsto, slitterebbe ancora di un anno. E la conferma giunge dallo stesso Bertoli: «È un peccato, già abbiamo subito il rinvio l’anno scorso, e questo sarebbe il secondo stop al progetto. Infatti, in caso di riuscita del referendum, sarebbe troppo tardi per poter partire come previsto a settembre».

Sulla genesi del referendum il direttore del DECS si dice in parte perplesso: «Dal punto di vista procedurale i motivi sono democraticamente corretti, ma dal profilo della trasparenza e della deontologia politica mi permetto di esprimere dei dubbi». Bertoli lancia quindi una frecciatina al fronte contrario al progetto: «Il referendum credo poggi su due questioni. Da un lato la volontà espressa anche onestamente dal presidente dell’UDC di profilarsi, utilizzando la scuola come terreno di scontro eminentemente politico, in vista delle elezioni del prossimo anno. Atteggiamento questo che non è illegittimo, ma semmai indelicato perché la scuola è di tutti, oltre che un’istituzione estremamente delicata e sulla quale avrei preferito che una battaglia non si facesse. La seconda questione invece è più un confronto di visioni. La nostra proposta intende ammodernare la scuola ticinese secondo la tradizione, che è da sempre inclusiva e permette di dare ai docenti la possibilità di seguire uno per uno i ragazzi e all’interno di un contesto unico. Invece la proposta che La Destra aveva portato avanti era quella di una scuola selettiva, dove i bravi vincono mentre gli altri non si sa dove vanno a finire».

Ora resta da capire quale sarà la composizione definitiva del fronte referendario. Certo il sostegno di AreaLiberale e UDF, al riguardo i rappresentanti della Lega al momento preferiscono ancora non sbilanciarsi.

Io non avrei sollecitato il voto del Parlamento confidando nell’appoggio dei tre partiti citati (e tenendo conto delle importanti condizioni poste, nel merito e nella procedura sperimentale).

C’è un filo che unisce la scuola che verrà al voto sull’educazione alla cittadinanza

Non posso scordare, per restare ai temi scolastici, che pochi mesi fa il Ticino era stato chiamato alle urne sull’Educazione alla cittadinanza, per avallare una decisione parlamentare della maggioranza dei parlamentari, poi fatta propria dal popolo (v. Ecco perché non si deve banalizzare l’educazione civica).

Ricordo, per chi ha la memoria corta e/o a geometria variabile, com’era andato il voto in Gran Consiglio:

  • presenti 85
  • favorevoli 70 (La Destra 4, Lega 19, Montagna Viva 1, PLR 16, PPD 17, PS 8, Verdi 5)
  • contrari 9 (MPS-PC 2, PLR 3, PS 4)
  • astenuti 4 (PLR)

Esprimendosi sull’Educazione alla cittadinanza ci si esprimeva anche su una visione della scuola. Già in quell’occasione erano emersi i soliti trasformismi, il più appariscente dei quali è stato, a parer mio, quello del Partito socialista, che è il partito del ministro Manuele Bertoli: in quell’occasione aveva sostenuto il voto contrario durante la campagna in vista del voto popolare, benché in parlamento i contrari erano stati solo 4 (su 12 votanti).

Il voto parlamentare su La scuola che verrà è stato, peraltro, ben più sfumato:

  • 51 favorevoli
  • 19 contrari
  • 5 astenuti
  • 10 non hanno votato, benché presenti

E ora?

Sul Corriere del Ticino del 15 marzo è apparso il commento di un docente (Ivano Fontana, L’UDC, l’insegnamento e il nuovo che avanza, rubrica «L’opinione»), che così esordisce:

Non so se il giovane d’anni e già vecchio presidente dell’UDC cantonale ha frequentato la scuola media, quasi sicuramente sì. Probabilmente era già la scuola che aveva abbassato il livello di istruzione (a volte, scherzando con amici – anche loro già insegnanti – veniamo a dire che se la scuola pubblica, media e liceo, fosse stata più rigorosa e quindi meno generosa, certi giovani e non più giovani… leoni della politica ticinese non sarebbero lì dove sono, con grande guadagno per loro stessi e per chi deve sopportarli, soprattutto per chi deve sopportarli).

A questo punto – benché le 7’000 firme per la riuscita del referendum non siano ancora state raccolte – possiamo chiederci davvero come sarà la scuola che verrà, quella del futuro prossimo, perché chi ha promosso il referendum non si limita a chiedere lo statu quo, e nemmeno un semplice miglioramento della scuola pubblica e obbligatoria di questi anni.

L’idea è invece un’altra, punta alla selezione precoce delle future élite – poi, dall’élite in giù, ci si può immaginare la possibile scala gerarchica. Se ciò succedesse ci allontaneremmo ancor più dal modello virtuoso delle scuole dell’Europa settentrionale (v. Qual è il segreto della scuola finlandese?) e rischieremmo di avvicinarci a taluni sistemi scolastici asiatici, noti per le procedure “scientifiche” di selezione dei quadri, ma anche per gli elevati tassi di suicidio tra i giovani.

Stefano Franscini (1796-1857), che «Nel Ticino si adoperò senza tregua per la promozione della scuola, “elemento principalissimo dell’incivilimento nazionale”, fondando, tra l’altro, la Società degli amici dell’educazione del popolo» (Dizionario storico della Svizzera).

A quel punto qualcuno dovrà pur assumersi le responsabilità del disastro civico e culturale.

Personalmente avrei scelto la prima Scuola che verrà, quella del 2014, senza livelli e senza soglie per l’accesso alla formazione terziaria attraverso la scuola medio-superiore.

… Diversamente! Sguardi diversi sulle diversità

È molto apprezzabile il tentativo del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI di uscire dalle aule di piazza San Francesco per presentare temi di natura formativa e/o educativa al pubblico tutto. Soprattutto di questi tempi, dove tutti sparano precetti incontrovertibili sulla scuola e l’educazione, spesso a vanvera, queste proposte in piazza hanno un sano sapore di divulgazione e di apertura al dialogo.

È in questo solco che germoglierà nelle prossime settimane la rassegna … Diversamente!, una nuova proposta presentata giovedì 22 febbraio alla stampa con una dichiarazione di modestia e, nel contempo, di passione: «A “Rassegna” – è stato detto – abbiamo voluto aggiungere “2018”, a significare la nostra volontà di continuare anche in futuro, affinché dopo l’edizione 2018 vi possano essere altre edizioni sul medesimo tema, a scadenza annuale, biennale o… chissà?».

… Diversamente! – col punto esclamativo, perché di lì non si scappa – nasce da un’idea del Centro di competenze Bisogni educativi, scuola e società (BESS), diretto da Michele Mainardi; che ha scritto nella presentazione:

Le attenzioni che portiamo alle persone conformi o diverse rispetto ad una norma data, definita sulla base di criteri unificanti quali le abilità, il genere, l’etnia, la razza, lo status sociale, l’orientamento sessuale, la religione, ecc… sono senza alcun dubbio una delle principali testimonianze dell’evoluzione della considerazione delle diversità nella cultura e nei valori umani delle società.

Reazioni ed emozioni più o meno coscienti, associate ad aspetti puntuali che caratterizzano la persona, arrischiano di assimilare il tratto al tutto, di subordinare la persona al tratto, negandola in quanto tale.

L’interessarsi alle diversità nelle persone, nella relazione con l’altro e nell’incontro con sé stessi …diversamenteossia non per delimitare i confini della norma ma per riconoscerne i limiti e le limitazioni ed andare oltre – può portare a considerare le diverse realtà umane come altrettanti fattori di arricchimento individuale coscienti che è unicamente nella reciprocità degli sguardi che i confini personali e culturali possono incontrarsi e specchiarsi al di là delle differenze.

La rassegna avrà un prologo il 27 febbraio con un atelier Riservato agli studenti del secondo anno Bachelor DFA-SUPSI, per poi offrirsi alla popolazione il 3 marzo – una tavola rotonda al DFA, un concerto nell’attigua chiesa di San Francesco e l’inaugurazione ufficiale.

Un secondo momento pubblico – «AscoltArte: l’ascolto nelle diversità» – è previsto venerdì 23 marzo al GranRex, per poi culminare il 13 e il 14 aprile nell’ambito della Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo, con molteplici attività per tutti i gusti.

… Diversamente!, che si avvale di innumerevoli collaborazioni e patrocini, ha pure una qualificata madrina, la conduttrice televisiva Clarissa Tami, che, con una formazione di filosofia appliocata sulle spalle, sostiene in particolare l’azione centrale dell’edizione 2018, dedicata all’impegno per un linguaggio rispettoso della persona (con disabilità).


Nella sua edizione del 22 febbraio BAOBAB, magazine informativo quotidiano di Rete Tre della RSI, ha dedicato un interessante servizio alla rassegna, con interviste a Michele Mainardi e a Claudio Cattaneo, responsabile della Fondazione ARES (Autismo Ricerca e Sviluppo):


Ogni dettaglio della rassegna è disponibile all’indirizzo http://www.diversamente.ch/.