Nelle classi non servono valutazioni trattate come diagnosi cliniche, che ogni volta richiedono l’intervento di uno specialista
Serve una scuola capace di sostenere chi ne ha bisogno, evitando però che ogni difficoltà sfoci in una diagnosi: così il deputato PLR Aron Piezzi intitola una sua recente interrogazione parlamentare. A dire il vero, la diagnosi, intesa come valutazione dei bisogni e delle condizioni di apprendimento, fa parte di ogni azione pedagogica degna di questo nome. È difficile immaginare un intervento educativo senza un’attenta lettura degli elementi che concorrono alla crescita dell’allievo e della comunità scolastica. Il problema, semmai, è confondere questa valutazione con una diagnosi clinica, come se ogni difficoltà richiedesse necessariamente l’intervento di uno specialista.

Al posto di Piezzi, chiarirei la questione o la ribalterei. Da dieci anni esprimo il mio scetticismo sui programmi della nostra scuola dell’obbligo, un curriculum selettivo, checché se ne voglia dire. Non credo in queste medicalizzazioni eccessive, che per finire raggiungono obiettivi educativi contrari a quelli che si vorrebbero raggiungere. Ho scritto recentemente che oggi siamo confrontati con un piano di studi velleitario e illusorio, che ha bisogno, per funzionare in qualche modo, di tante figure professionali che si accalcano nelle aule, frammentano le competenze, diluiscono le responsabilità. Nella scuola obbligatoria si incontrano docenti di appoggio, di sostegno pedagogico, di lingua e integrazione degli alloglotti, oltre a logopedisti, psicomotricisti, psicologi, specialisti per la gestione dei casi difficili e operatrici pedagogiche per l’integrazione.
In fondo è un piano di studio ideato e messo in atto da un Dipartimento a guida socialista che è sempre piaciuto molto anche ai liberali. Eppure la critica di Piezzi, che condivido, affonda qui le sue radici: se ci piace questa impostazione, siamo costretti ad accettare un’iper-scolarità dettata dall’economia più che dal Paese. È il tradimento di un principio antico – quello fransciniano, illuminista e assai moderno, della scuola pubblica come ascensore e non come filtro – che la Legge della scuola ancora enuncia con indubbia chiarezza:
La scuola pubblica è un’istituzione educativa al servizio della persona e della società, che promuove lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare le istanze di giustizia e di libertà. Tutto lì.
Quando la scuola diventa una gara
Piezzi rammenta che l’origine di un disagio può dipendere dalle modalità di insegnamento, dalle dinamiche della classe, da una delicata fase della crescita oppure da particolari situazioni vissute a casa. Tralascia di menzionare la remota possibilità che vi siano anche insegnanti incapaci. D’altra parte, come disse una volta il filosofo Franco Zambelloni, si sa che, accanto a docenti straordinariamente bravi, ve ne sono altri solo normalmente bravi.
Le statistiche possono essere usate per conteggiare ogni sorta di vittoria o di sconfitta, come se questo esito fosse impresso in un comodo DNA socioeconomico e culturale. Per questo possono dare ragione a Piezzi e, allo stesso tempo, a chi «medicalizza» la scuola, con l’inserimento di una selva di specialismi magari inutili, certamente costosi. Mi pare che, sinora, la scuola tenda alla concorrenza, al ranking: un’ipocrita idea secondo cui, se a pari opportunità non si raggiungono pari traguardi, la responsabilità ricade sul singolo. È proprio su quelle pari opportunità che vale la pena fermarsi. Rivendicare l’uguaglianza delle opportunità – come ho già scritto in passato, citando il sociologo Walo Hutmacher – significa precludersi di puntare a risultati a un livello elevato. Le pari opportunità, insomma, sono un patrimonio della scuola pubblica: va da sé che non possono fermarsi al primo giorno di scuola, sennò diventano un’equità astratta e menzognera.
Così si fabbrica il fallimento scolastico
Un altro sociologo dell’educazione, Philippe Perrenoud, ha studiato a lungo i procedimenti che portano all’insuccesso scolastico, tanto da sostenere la tesi della fabbricazione dei fallimenti, messi in atto mediante tre distinti meccanismi. Il primo è il curriculum, che in Ticino si chiama Piano di studio della scuola dell’obbligo. Non tutti gli allievi partono dallo stesso punto e dispongono delle stesse risorse per avanzare. I contenuti del Piano, il suo livello di difficoltà, di astrazione e di selettività continuano nondimeno a esercitare tutto il loro peso una volta varcata la soglia dell’aula, sicché riemerge inevitabilmente il problema dell’indifferenza alle differenze. Per chi annaspa di fronte a quel piano di studi diventano allora indispensabili, come s’è detto, tutte quelle figure professionali che si accalcano nelle aule, frammentano le competenze e diluiscono le responsabilità.
Infine, Perrenoud constata come la valutazione non si limiti a misurare le disuguaglianze di apprendimento, reali e, per scelta politica, inevitabili, ma le gestisca: a sette anni non tutti imparano a leggere allo stesso modo e nello stesso momento, tanto per fare un esempio facile facile. La scuola può nasconderle, esaltarle attraverso una severa selezione oppure prenderne atto senza ostacolarle, distendendo l’apprendimento su due o tre anni. Anche quando vuol mostrarsi equa, la valutazione fabbrica disuguaglianza: falsa la stima a vantaggio dei favoriti e, mostrando le distanze, le rende visibili e decisive. Più che valutazioni, note e osservazioni si trasformano in classifiche – l’iconico primo della classe, ma non si parla più dell’asino seduto in ultima fila.
Fabbricare non è ovviamente un’azione automatica, istintiva. Quando si fabbrica, si realizza un progetto. Attraverso il piano di studio e, soprattutto, tramite le pratiche di valutazione, la scuola trasforma differenze culturali in gerarchie formali legittime. Non misura competenze assolute: produce classifiche. Il cattivo scolaro nasce qui, quando il bambino non padroneggia ancora l’esercizio qualificato del mestiere di scolaro, cioè le regole implicite del lavoro e della valutazione scolastica, che sono più familiari ad alcuni ambienti socioeconomici e culturali che ai soliti poveri cristi.
Insomma, i nostri politici non si possono lamentare: abbiamo tutto, anzi di più. Tanto che, per tornare al punto di partenza, il deputato PLR si scaglia contro quella che chiama una scuola sempre più medicalizzata. Concordo con la sua diagnosi, respingo il rimedio che traspare dal suo elenco di nefandezze e dalle domande del tutto retoriche. Perché mai? Per il semplice motivo che le risposte le devono dare gli stessi insegnanti, evitando come la peste di chiudersi nella propria aula e di fingere di concordare con i punti fondamentali del piano di studio.
Un piano che garantisce un sacco di cose – la gratuità della scuola pubblica obbligatoria, il curricolo unico e vincolante e la formazione generale, all included –, ma non firma contratti e non dà garanzie.