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La scuola nel libero mercato: riecco gli istituti privati

Toh, chi si rivede!? Sergio Morisoli, con Paolo Pamini, ha presentato un’iniziativa parlamentare intitolata «La scuola che vogliamo: realista». Scopo dichiarato: riformare l’attuale Legge della scuola. In un riassunto per chi è di fretta si elencano ventotto principi fondatori di una scuola di destra: se ne sentiva la mancanza. Da dritta a manca è tutto un tratteggiare scuole che verranno. Manuele Bertoli, socialista e direttore del dipartimento dell’educazione, ha già detto la sua, sollecitato dal Corriere. A domanda «Quali le misure problematiche o molto problematiche?», ha risposto con inusuale prudenza, affidando una risposta più articolata al normale percorso degli atti parlamentari.

Ma qualcosa ha detto. Ad esempio che «Il finanziamento delle scuole private, anche parziale, è senza dubbio problematico», anche «perché il popolo ha detto molto chiaramente la sua nel 2001». Oddio, sono passati tre lustri, che, di questi tempi febbrili e smemorati, è quasi un’era geologica. Avevo subito avuto l’impressione che la grande fiducia ottenuta quell’anno dalla nostra scuola fosse stata dilapidata nel breve tempo della vita effimera di una farfalla. In questa rubrica avevo pubblicato un articolo nel febbraio del 2002 – «Che ne è stato del 18 febbraio?» – in cui evocavo, tra tante persone e cose, la lettera di uno studente liceale che segnalava una riforma in corso, «che sfavorisce il settore umanistico, aumenta la selezione» e tende «a sottomettere la formazione agli interessi del mercato». Naturalmente la scuola realista sognata da questa destra non è la stessa di quella che la sinistra dice che ci sia già, almeno in parte, o vorrebbe che ci fosse, migliorata. Nei quasi trenta enunciati, che si configurano come «le maggiori novità della proposta», si leggono asserzioni non sempre fresche di pensata: una scuola pubblica anche un po’ privata; civica obbligatoria e religione a doppio binario; mantenimento della valutazione con i voti; difesa di un percorso selettivo a livelli; e via conservando.

Non mancano neanche le idee innovative, come la decentralizzazione del potere scolastico dal dipartimento agli istituiti scolastici: d’accordo, ma a condizione che resti il primato della Scuola pubblica e obbligatoria, un’istituzione al servizio dello Stato, come l’esercito o la giustizia. Delle sparate liberiste, secondo cui il mercato risolve tutto, ne abbiamo piene le tasche. Infatti la sensazione che si prova leggendo il corposo documento della destra nostrana è che si voglia realizzare un sistema scolastico che non faccia perdere tempo: è chiaro a tutti che chi nasce nella famiglia giusta avrà tante probabilità di riuscire bene a scuola e di proseguire il suo cammino verso la ricchezza e il potere, senza troppi affanni. Perché, allora, perdere soldi e tempo a causa della menata delle pari opportunità? Quel febbraio del 2001, quando il Ticino si scoprì convinto difensore dell’istituzione «Scuola», sembra lontano. Ora siamo ad HarmoS, coi suoi piani di studio, le competenze e un gran brulicare di attività convulse. Poi si riprenderà il filo della scuola che verrà, e sarà curioso capire fino a che punto il paese saprà resistere alle sirene liberiste: che non sono nuove, perché di veramente nuovo, sotto il sole della scuola, c’è poco o nulla. Altre istituzioni – l’esercito, la giustizia, addirittura le chiese – nell’ultimo mezzo secolo son cambiate di più.


P. S.: Il domenicale Il Caffè del 25 settembre aveva dedicato un ampio servizio alla proposta di Morisoli e Pamini: La scuola-azienda finisce dietro la lavagna. In quell’ambito era pure apparsa una breve intervista a me (L’intervista/2: “La formazione umanistica fa capire le trasformazioni”).

Un amico e collega mi aveva mandato un breve messaggio: «Secondo me a queste domande va dato più spazio per le risposte, per l’approfondimento, altrimenti chi ti conosce condivide perché sa cosa c’è dietro, gli altri non sono sicuro che colgano il senso». Sono naturalmente d’accordo, è il rischio delle interviste telefoniche, improvvise e incontrollabili. In questo senso l’articolo sul Corriere del Ticino di oggi può fare un po’ di chiarezza.

Tra l’altro avevo chiosato questo problema in occasione di un’altra breve intervista dello stesso settimanale: si veda il post L’inclusione non esclude di per sé la selezione, del 30 marzo scorso.

Ritorno a Berlino

L’ultima settimana di questo settembre spettacolare sono tornato a Berlino, dov’ero già stato cinque anni fa (Berlino, le scolaresche e la guerra fredda), accolto da un clima meteorologico e culturale particolarmente caloroso e disponibile. Ero appena arrivato, domenica sera, quando ho letto i risultati delle votazioni federali e cantonali di quel 25 settembre.

Nessuna sorpresa, figuriamoci, a parte qualche percentuale. Mi succede assai spesso di recarmi alle urne sapendo che il mio voto, tutt’al più, contribuirà ad affievolire la disfatta. Infatti son rimasto in minoranza chiara e netta su due iniziative federali, «Per un’economia sostenibile ed efficiente in materia di gestione delle risorse (economia verde)» e «AVSplus: per un’AVS forte»: che è poi quel che mi aspettavo (per dire che la speranza si prende ancora qualche spazio di libertà).

La Svizzera è sempre stata prudente, diciamo così, anche se dopo Fukushima si era creata anche qui una reazione di pancia favorevole all’uscita fulminea dal nucleare. Faccio fatica a capire la coerenza tra il no all’inziativa verde e l’abbandono in fretta e furia del nucleare.

Sempre in tema di coerenza, quella sera a Berlino ho preso atto del no all’iniziativa cantonale «Basta con il dumping salariale in Ticino!» e del sì, pesante e aggressivo, a quell’altra iniziativa, «Prima i nostri!», accolta dal 58% dei votanti.

Prima i nostri, la grande buggerata. Fulvio Pelli, un politico che di solito mi fa andare la luna di traverso, ha pubblicato su Opinione liberale una riflessione interessante, che condivido, al di là delle sue posizioni sugli oggetti in votazione: Tra sondaggi e illusioni: come usare male la democrazia diretta. Ho spesso l’impressione, soprattutto in questi ultimi anni, che certe campagne politiche trasformate in votazioni popolari – ah, la famosa democrazia diretta della Confederazione svizzera – non mirino necessariamente a risolvere problemi concreti. Invece ho di frequente la sgradevole sensazione che i promotori siano coscienti di spararla grossa, ma  vogliono far vedere chi comanda e creare un po’ di scompiglio.

Come detto ero a Berlino quando ho letto queste notizie, in particolare quest’ultima. Ho creduto che Prima i nostri non sarebbe stata accolta. Invece è stato eretto un altro muro, dopo i tanti del passato recente. A Berlino di muri se ne intendono: nel 1961 mezza città si era svegliata un mattino circondata da mura. Sappiamo chi eresse la barriera e perché, ed è noto com’è andata a finire.

berlin-wall-children-playing-westQuanto ai nostri che devono avere la precedenza sugli altri è difficile darne una definizione convincente. Un po’ di tempo fa ero stato fermato in Piazza Grande da un raccoglitore di firme per l’iniziativa, proprio quella lì. Non so se quel tipo, nato e cresciuto nel meridione italiano prima di emigrare tra i nostri, sia nel frattempo diventato svizzero. Gli chiesi se non si vergognava, ma restò lì impalato, neanche mi fossi espresso in uno stretto Schwitzertütsch con accento bernese.

Al domenicale della Lega dei ticinesi piace sbeffeggiare gli stranieri residenti che osano dire forte e chiaro la propria opinione, calcando sul fatto che costoro non sono patrizi di Corticiasca, per dire che non sono svizzeri e ticinesi a Denominazione di Origine Controllata, e come minimo dal XIX secolo.

Parrebbe che per essere nostri basti avere quello che, in altri tempi, era l’aristocraticissimo passaporto rossocrociato. Ha scritto Peter Bichsel:

Durante il mio soggiorno berlinese mi accadeva spesso di passare il posto di frontiera tra Berlino ovest e Berlino est. E si prova quella sensazione che sempre si vorrebbe riuscire a provare ad altri confini: la sensazione di arrivare in un altro mondo; si prova paura, si va verso l’ignoto.


Notai che a quel posto di frontiera vedevo sempre molti svizzeri. Non rivolgevo loro la parola, e loro non parlavano, eppure io sapevo che erano svizzeri. Da che cosa li riconoscevo? All’inizio non ne ero consapevole. Era semplicemente ovvio. Comunque, le altre nazionalità si distinguevano molto meno chiaramente. Una volta cercai di capire con precisione da che cosa li riconoscevo, ed ebbi modo di verificare su me stesso l’esattezza della mia osservazione.

I rappresentanti di altre nazionalità tiravano fuori il loro passaporto soltanto davanti al funzionario, oppure lo tenevano in mano in qualche modo, senza dar nell’occhio; gli svizzeri lo tenevano in mano ben visibile, il loro passaporto rosso con la croce bianca. Esso è chiamato a proteggerli, e il fatto che sono svizzeri deve scongiurare ogni pericolo, deve fruttar loro certi vantaggi; persino qui, davanti ai funzionari della Volkspolizei tedesco-orientale, che non li considerano amici. Sono svizzero. E questo, dunque, significa qualcosa di più che la semplice risposta alla domanda: «Lei, di che nazione è?».

L’altro deve riconoscervi subito qualificazioni personali, come nella risposta: «Faccio atletica leggera», oppure: «Sono un pugile», oppure: «Sono un fisico».

[PETER BICHSEL, Des Schweizers Schweiz, 1969; La Svizzera dello svizzero, 1970, trad it. di Enrico Filippini, Bellinzona: Casagrande, 1977].

Parrebbe, insomma, che per i moderni cani da guardia della svizzerità sia sufficiente tenere in saccoccia il passaporto rossocrociato, o almeno la più modesta carta d’identità, anche se, a quasi cinquant’anni dai tempi narrati dallo scrittore lucernese, non è più così certo che il libricino filigranato possa proteggere a scrocco, neanche fosse un assioma.

Ho sempre avuto la convinzione che il passaporto non è un vaccino contro l’imbecillità: che si può prevenire, ma una volta contratta è difficile da curare. Da quando la scuola dell’obbligo ha quasi del tutto dimissionato dal ruolo che il Paese le aveva assegnato già nell’800, ribadito l’ultima volta ventisei anni fa, il compito di promuovere lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società è stato assunto da tutti e da nessuno, un po’ a casaccio. Così certe precise finalità della Scuola sono in balia di movimenti, lobby e gruppi d’interesse, non necessariamente nostri e condivisi.

larepubblica-10-11-1989
la Repubblica di venerdì 10 novembre 1989

In altri anni la Svizzera ha conosciuto James Schwarzenbach, un politico noto per le sue campagne contro l’inforestieramento (la barca è piena!), sfociate in diverse votazioni popolari. Nel 1970, quando votò il 75% della popolazione, la sua prima proposta fu bocciata, seppur di misura.

Nel 1977 vi fu l’ultima chiamata alle urne da parte di Schwarzenbach: si voleva introdurre un limite del 12.5% della popolazione straniera a livello nazionale. L’idea fu respinta dal 70.5% dei votanti. Quell’anno insegnavo in una 5ª elementare. Ne parlai con i miei allievi, mi piaceva stuzzicarli su tematiche di cui si discuteva. E mi piaceva provocarli, insinuare dubbi, invitarli a diffidare delle soluzioni sicure e definitive, benché in classe atterrassero facilmente le sparate decollate al riparo delle mura domestiche. Quella volta mi fece sorridere un ragazzo, uno in gamba, che, tutto convinto, dichiarò che, potendo, avrebbe votato a destra, per la limitazione degli stranieri: sebbene, a parte l’età, fosse italiano.

[So che legge le mie Cose di scuola e forse si riconoscerà. Sono certo che, sorridendo, mi manderà a quel paese, perché oggi è cambiato, magari anche grazie a quei miei arrembaggi alle sue certezze infantili].

O tempora, o mores, insomma. Chissà se nelle classi ticinesi, in queste settimane, si sarà parlato di economia verde, di dumping salariale e, naturalmente, dei nostri che devono arrivare prima di tutti gli altri? E, già che ci siamo, chissà se si è almeno tentato di spiegare che la democrazia non può essere ridotta alla contabilità dei sì e dei no? Non è che se io la penso diversamente dalla vox populi – che è notoriamente considerata anche vox Dei, almeno da chi ha una Weltanschauung poco o punto laica – sarò per forza un eretico. Anche Galileo, per citarne uno non proprio a caso… ricordate?

Fulvio Pelli ha giustamente osservato che «lo sforzo di capire non è esente da rischi. Vantaggi e svantaggi delle soluzioni proposte sono tutt’altro che facili da individuare e chi cerca di convincere della bontà del sì o del no, non necessariamente la racconta giusta».

Appunto.

Insieme a scuola per sconfiggere la barbarie

Alcuni giorni fa, commentando le misure di sicurezza che hanno caratterizzato la 69ª edizione del Festival del Film di Locarno, avevo chiuso le mie brevi note con un’inquietudine (Non c’è nulla di semplice in quel che sta succedendo attorno a noi. E si rischiano le psicosi e la xenofobia al rialzo) e la speranza che, al rientro a scuola dopo le vacanze estive, nelle nostre aule ci sia chi offrirà ai suoi allievi l’opportunità di parlare della brutale attualità che distingue questi tempi e che ha affollato le cronache delle ultime settimane [Il festival del film di Locarno, l’attualità brutale e la forza educativa del dubbio].

L’edizione odierna del quotidiano francese «Le Monde» ha pubblicato un intrigante contributo di Philippe Meirieu, pedagogista e professore emerito in scienze dell’educazione all’università Lumière di Lione: «La démocratie est assignée à faire de l’éducation sa priorité». [Nel sito di Le Monde l’accesso all’articolo è protetto; lo si può tuttavia recuperare integralmente nel sito di Philippe Meirieu, oppure lo si può scaricare qui].

Meirieu inizia con un amaro riscontro: «I riti commerciali e i cliché mediatici che segnano tradizionalmente l’apertura di un nuovo anno scolastico rischiano, quest’anno, di sembrare particolarmente sfasati. In effetti non potremo fare a meno di una riflessione educativa sugli attentati dell’estate e sulla situazione del nostro paese».

Sono naturalmente d’accordo, perché invece, nel nostro di un paese, c’è una buona possibilità che si parli solo di HarmoS e dei nuovi piani di studio, quasi che non ci trovassimo al crocevia non solo geografico dell’Europa, e che alle nostre frontiere e nei nostri centri di accoglienza non fossero palpabili le tensioni alle quali non possiamo sfuggire: perché sinora non siamo stati al centro di attacchi terroristici, ma una giovane donna di Agno è comunque morta a Nizza, senza dimenticare i tre giovani ticinesi vittime di un attentato a Marrakech nell’aprile del 2011.

Ma forse c’è poco da fare, perché ci piace crogiolarci nel nostro essere un Sonderfall, almeno quando ci fa comodo.

Meirieu prosegue sulla necessità che nelle scuole, da settimana prossima, sia possibile «ascoltare le inquietudini e gli interrogativi degli allievi, permettere di esprimere a parole le loro domande, di confrontarsi serenamente, tra loro e con gli adulti: a questo scopo bisognerà realizzare dei rituali che permettano la nascita di parole rincuoranti, senza esitare a passare attraverso l’espressione scritta o grafica individuale, a servirsi della mediazione di una poesia o di un romanzo, a prendere esempi dalla storia (…). A sollecitare l’immaginazione degli allievi chiedendo loro di descrivere in che modo ognuno di loro e tutti insieme possono contribuire a far indietreggiare la barbarie».

A ben vedere c’è, in queste riflessioni per il rientro in aula dopo un’estate speciale, la visione di una scuola che persegue fino in fondo la sua capacità di educare i cittadini, ben oltre le tante spendibilità immediate e gli orpelli tecnocratici che stanno tramutando l’Istituzione scolastica in un volgare supermercato.

Eugène Delacroix (1798-1863), La Liberté guidant le peuple, 1830
Eugène Delacroix (1798-1863), La Liberté guidant le peuple, 1830

È davvero tutto da leggere, questo contributo di Philippe Meirieu, che invita la Scuola a «diventare deliberatamente uno spazio di decelerazione. Lungi dal premiare la risposta immediata, essa deve promuovere la riflessone critica. Deve imporre la distanza dalla pulsione e il distacco dalla reazione immediata, per sfruttare questo tempo per anticipare, scambiare, documentarsi, riflettere… in breve, per imparare a pensare. Ne siamo lontani, noi che corriamo sempre nei corridoi e talloniamo i programmi, che fuggiamo il silenzio come la peste, che correggiamo un compito per sempre, senza lasciare all’allievo la possibilità di approfittare dei nostri consigli per migliorare. Di fronte all’immediatezza del “tutto e subito” promosso sistematicamente dal macchinario pubblicitario e tecnologico, la Scuola deve svolgere intenzionalmente un ruolo termostatico. Né rifiuto brutale della reazione dell’allievo, né consenso demagogico della sua opinione: “Prendiamoci il tempo per pensarci”. È solo così che la Scuola contribuirà a insegnare a ragazzi e adolescenti a resistere a ogni sorta di seduzione».

Dice: «Tutta un’altra scuola! (quella di oggi ha i giorni contati)»

Tutta un'altra scuolaNel mese di luglio il Corriere del Ticino ha dedicato quattro pagine ad alcune segnalazioni librarie da parte delle sue firme (le quattro puntate sono apparse il 7, il 12, il 14 e il 28 luglio). Ho avuto il piacere di poter proporre anch’io un libro, e – pensa te! – ho scelto un argomento scolastico: Tutta un’altra scuola! (quella di oggi ha i giorni contati) di GIACOMO STELLA (2016, Giunti Editore, p. 128, € 10).

Che la scuola di oggi abbia i giorni contati non è ovviamente un dato certo. Ma questo pamphlet è una lettura assai tonica per tutti quelli che soffrono mal di pancia infiniti a contatto con «l’esperienza più importante della nostra vita»: una scuola vecchia con il vestito nuovo. Detto dei «10 motivi per cui la scuola fa male», l’autore spiega come e perché la scuola potrebbe essere un posto dove la paura non esiste, un luogo da cui guardare il mondo dei grandi non per distruggerlo, ma per cambiarlo. Tutto lì.

Trovo utile che sui temi della scuola, la scuola come istituzione, siano pubblicati di tanto in tanto libri per il grande pubblico, fuori da quel grande terreno troppo spesso recintato col filo spinato solitamente gestito dagli addetti ai lavori. Un esempio di due anni fa (che peraltro non mi aveva granché elettrizzato, malgrado il successo editoriale…) è L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, di Massimo Recalcati (2014, Einaudi).

Giacomo Stella è conosciuto in Italia e in Europa per i suoi studi sulla dislessia e, in genere, sui disturbi specifici di apprendimento. Ed è proprio osservando a scuola tanti allievi in difficoltà che è nata la sua riflessione, riassunta nel titolo di uno dei primi capitoli: «La cosa più grave che si può fare a scuola è sbagliare». Appunto.

Eccoli qua, allora, i «10 motivi per cui la scuola fa male (lo faccio per il tuo bene)»:

  1. Non riesci a imparare le tabelline? Devi ripassarle tutti i giorni e fare i calcoli senza la tavola pitagorica. Devi sforzarti, altrimenti non imparerai mai. È per il tuo bene!
  2. Sottolinea tutti i miei errori di ortografia in rosso. Ogni pagina sembra un campo di battaglia. «Correggi tutto e ricopia in bella grafia. È per il tuo bene!».
  3. Devi scrivere in corsivo. Mi rifiuto di leggere i tuoi temi se sono scritti in stampato, eppoi alle medie non si può scrivere in stampatello. Usare il computer? Troppo comodo ragazzo mio, bisogna esercitarsi per ottenere risultati. Lo dico per il tuo bene.
  4. Alle prove di verifica ho sempre tutto il compito come gli altri: fotocopie che non riesco a leggere con parti da completare. Se non riesco a finire la maestra mi fa stare in classe durante la ricreazione per terminare. Gli altri giocano e io scrivo. Perché? «Per il tuo bene!»
  5. L’inglese non lo capisco per niente. Le lettere non si leggono mai allo stesso modo. L’insegnante però dice che devo studiare perché l’inglese è importante eppoi lei non può fare differenze con gli altri. L’inglese è una lingua indispensabile per comunicare. Ma allora, se serve per comunicare, perché non posso impararlo solo all’orale? «È per il tuo bene!».
  6. Non hai risposto con sicurezza all’interrogazione, come al solito non hai studiato abbastanza. Eppoi mi chiedi di essere comprensiva con te, per le tue difficoltà. Cosa dovrei fare? Darti la sufficienza? No, non posso farlo, debbo darti un voto insufficiente, così la prossima volta studierai di più. Lo faccio per te, per il tuo bene!
  7. Non riesco a ricordare a memoria i verbi ma la prof dice che me li chiederà tutti i giorni. Lo fa per il mio bene.
  8. Ho ricevuto una nota perché non prendo appunti durante le lezioni. lo non riesco a scrivere e ascoltare. Ho chiesto di registrare la lezione, ma mi hanno detto che non si può, per la privacy.
  9. Leggere ad alta voce davanti a tutti, incespicandomi a ogni parola con il sottofondo delle risatine dei miei compagni. Perché? «Per il tuo bene».
  10. Non amo la scuola, detesto gli insegnanti e quando i miei genitori mi dicono di studiare mi chiudo in camera mia e ascolto la musica. Lo faccio per il mio bene.

Non si tratta, a ben vedere, di pratiche scolastiche che nuocciono solo a bambini e ragazzi affetti da disturbi particolari, ad esempio di natura neurologica. Sappiamo invece, e lo vediamo giornalmente, che tante abitudini così presenti tra le quattro mura dell’aula arrivano a produrre disagio e insuccesso scolastico per le cause più diverse, dalla plus-dotazione intellettuale alle differenze socio-culturali, passando naturalmente per tante tipologie di disturbi specifici dell’apprendimento.

Che poi la scuola di oggi abbia i giorni contati è ancor tutto da vedere. Come ho scritto più volte in queste Cose di scuola, bisognerebbe avere il coraggio intellettuale e politico di andare a toccare le strutture portanti della scuola stessa, che appare obsoleta a diversi livelli malgrado i continui cambiamenti interni, le riforme, le trasformazioni delle didattiche… Ma, ad esempio, non si è ancora in grado – in particolare nella scuola dell’obbligo – di superare il vetusto e iniquo dispositivo delle valutazioni reiterate, dei voti più o meno inappellabili, delle differenze enigmatiche tra un 4½ e un 5.

Tutta un'altra scuola - INDICE

La lettura di questo Tutta un’altra scuola! è piacevole, disseminata di esempi riconoscibili da chiunque, senza far capo a tecnicismi utili solo a confondere le acque. E tra un tema e l’altro, sempre presi dalla quotidianità, Stella ci conduce per mano dal decalogo introduttivo a un dodecalogo di speranze, per descrivere tutta un’altra scuola, una scuola che è il posto migliore dove andare.

  1. Perché imparare è eccitante e farlo con i miei amici è bellissimo.
  2. Perché i docenti sono sempre disponibili e sorridenti. Puoi chiedergli qualunque cosa, non gli dai fastidio, si può anche scherzare con loro.
  3. Perché posso dire sempre quello che penso ed essere ascoltato dagli altri. Il docente difende la mia idea come quella di tutti gli altri.
  4. Perché le mie idee contano, sono importanti e ho imparato ad ascoltare anche quelle degli altri.
  5. Perché a scuola trovo sempre gli strumenti migliori e si possono vedere e provare sempre le ultime novità.
  6. Perché è un posto dove posso stare quanto voglio e trovare sempre qualcuno che mi ascolta e mi dà nuove idee.
  7. Perché è un posto dove posso scegliere di fare cose diverse: musica, cinema, teatro, sport.
  8. Perché non mi sento mai uno stupido, non ho più paura di sbagliare, sento che quello che faccio è sempre qualcosa di utile.
  9. Perché sto meglio a scuola che a casa da solo e non sempre i miei mi ascoltano.
  10. Perché rispettare le regole non ci pesa. Valgono per tutti e quindi siamo tutti uguali.
  11. Perché siamo tutti belli e brutti, bravi e un po’ stupidi, capaci e incapaci, ma stiamo bene insieme.
  12. Perché la mia scuola è un posto dove la paura non esiste. Siamo tutti insieme, stiamo bene e ci sentiamo sicuri. Guardiamo il mondo da lì, guardiamo il mondo dei grandi, non vogliamo distruggerlo, vogliamo cambiarlo.

La scuola per il Paese di domani tra il progresso e i gattopardi

Questo articolo è uscito sul Corriere del Ticino di venerdì 27 maggio 2016, a pag. 32, nella rubrica «L’Opinione».


«Occorre essere lungimiranti. Investire nella scuola significa investire nei giovani e dunque nel futuro». In vista del voto popolare sull’iniziativa «Rafforziamo la scuola media» è iniziata la solita lagna. Anche in tempi tecnocratici e burocratici come questi, è difficile dissentire: investire nella scuola – meglio, nell’educazione – significa ambire a un futuro migliore. «Non ho ancora sentito un argomento contrario a questa iniziativa che non siano i costi – ha affermato Raoul Ghisletta, primo firmatario dell’iniziativa – e sappiamo benissimo che i costi sono il grande tabù di questo cantone». Dissento, ma andiamo oltre.

Come ha riferito questo giornale, «durante il dibattito parlamentare, il Consigliere di Stato aveva invitato a rinviare le discussioni finché non fosse stata presentata “La scuola che verrà”, la riforma elaborata dal DECS che mira a riorganizzare l’intero sistema dell’obbligo». Concordo, al di là del parere di Fabio Camponovo, altro sostenitore dell’iniziativa, secondo il quale «Dire di no in nome di un progetto che deve ancora esser posto in consultazione ci appare specioso se non subdolo. È ancora da dimostrare che il progetto di Bertoli sia migliore e meno dispendioso dell’iniziativa. Investire nella scuola non è mai stato semplice, se poi ci si mette anche il DECS a remare contro, le cose si complicano». Ben vengano le complicazioni, perché il problema, naturalmente, non è lì, la domanda è un’altra.

Non stravedo per la «Scuola che verrà». Tuttavia, pensando ai temi proposti da questa e altre iniziative popolari, non ho mai nascosto la testa sotto la sabbia. Mense e doposcuola sono una grana del dipartimento della socialità: la scuola ha ben altri crucci. Nel contempo ho sempre detto che la diminuzione lineare del numero massimo di allievi per classe ha lo stesso quoziente di ottusità di ogni intervento analogo. Ma la scuola che potrebbe esserci – e che ha bisogno del contributo di tutti, senza minacce e senza aut aut politici e/o sindacalistici – è un degno tentativo per cambiare qualcosa alla sostanza stessa della scuola.

La scuola obbligatoria è forse quella che, tra tante istituzioni pubbliche, si è riprodotta negli anni infinitamente uguale a sé stessa. Se scordiamo i suoi programmi e le sue didattiche, la scuola assomiglia ancora maledettamente a quella di metà ottocento. Perfino l’esercito e la polizia, che nell’immaginario collettivo si collocano dalla parte della massima prudenza di fronte al cambiamento, hanno saputo adeguare le proprie strutture all’evoluzione della società. Mi verrebbe addirittura da dire, con riferimento all’esercito: malgrado i ricorrenti tagli budgetari. La scuola no, è ancora aggrappata a consuetudini ormai secolari: un maestro, un’aula, un tot numero di allievi, i «miei» allievi. A parte qualche ammirevole artigianato, qual è il mestiere che seguita a essere così refrattario al lavoro in équipe? Senza citare il calendario scolastico, che assomiglia spaventosamente a quello uscito, oltre cent’anni fa, dalle estenuanti trattative col mondo agricolo, che aveva bisogno di mani per mungere e braccia per i lavori nei campi. Ma sono finiti i tempi in cui la scuola dettava i ritmi a Roma e al mondo…

Senza ironia alcuna: d’accordo, credere nella forza dell’educazione significa investire nei giovani e nel futuro del Paese. Ma, di grazia, qualcuno mi può dire che scuola si vuole?