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La scuola che verrà in un servizio del domenicale «Il caffè», con intervista al sottoscritto…

Nel suo numero del 2 aprile il domenicale Il caffè ha pubblicato un’inchiesta abbastanza esaustiva sugli umori del Paese nei confronti del progetto La scuola che verrà, di cui ho più volte parlato in questo sito sin dalla sua prima presentazione, nel dicembre del 2014.

L’ampio servizio si apre con una sintesi critica dell’inchiesta, firmata dal giornalista Clemente Mazzetta: «Ecco quale scuola vogliamo nel futuro». Poco sotto, arriva il commento del direttore del DECS Manuele Bertoli: «Investire nella scuola è investire nella società».

L’intero servizio, naturalmente, lo si può consultare nel sito del domenicale: http://www.caffe.ch/.

Come mi era già successo altre volte, anche in questo frangente sono stato interpellato dal giornalista, che ha pubblicato l’intervista col titolo generale Rigozzi e Tomasini sulla “scuola che verrà”. Ex direttori scolastici a confronto. Naturalmente è stato impossibile, per il giornalista, riportare per intero la nostra chiacchierata (mezz’oretta nel pomeriggio del 22 marzo). Così voglio concedermi il gioco di completare o commentare quell’intervista, distinguendo le domande del giornalista, le mie risposte e i miei commenti successivi.


È una battaglia da combattere ma evitando scontri partitici

«La scuola dell’obbligo ha bisogno di serenità. E deve essere sganciata dal continuo richiamo al mondo del lavoro. Anche perché non sappiamo quali potranno essere le competenze che fra 15 anni saranno richieste dalla società», sostiene Adolfo Tomasini, ex direttore della scuola elementare di Locarno.

Il Corriere del Ticino del 10 febbraio scorso aveva pubblicato una lunga intervista al prof. Emanuele Caranzano, direttore del Dipartimento tecnologie innovative alla SUPSI, dove tra l’altro si leggeva che «il 65% di coloro che oggi hanno 12 anni faranno dei lavori che oggi non esistono. In altre parole, tra 10 anni più della metà dei lavori saranno attività che ancora non ci sono». Si provi allora a immaginare queste percentuali ipotetiche se le volessimo applicare a quei bimbi che hanno iniziato la scuola dell’obbligo nel settembre scorso, a quattro anni, e che i vent’anni li compiranno nel 2028 o giù di lì.

Che impressione ha avuto leggendo la riforma della scuola?

Che pone degli obiettivi condivisibili. L’abolizione dei livelli e della media per l’accesso al liceo, il tutto all’interno di una scuola di qualità è una battaglia che si deve fare. Ma con intelligenza, evitando lo scontro ideologico e partitico.

Come ho scritto più e più volte, all’origine del progetto La scuola che verrà c’è una scelta schiettamente e fatalmente ideologica, che condivido. Ancora di recente ho scritto che «nessuno ha il coraggio di porre l’unica domanda fondamentale, che impone una risposta serena e trasparente: che scuola vogliamo? Una scuola per la democrazia e il Paese oppure al servizio dell’economia? In altre parole, desideriamo educare cittadini o selezionare e formare lavoratori?» (Una scelta per la scuola del Paese che verrà, Corriere del Ticino del 22.12.2016). Va da sé che io pendo con forza per una scuola dell’obbligo che educa cittadini democratici.

La riforma promuove una scuola equa e inclusiva. È sostenibile?

Sì, ma bisogna capirci bene sul termine inclusività.

Rimando al mio scritto «L’inclusione tra sogni e realtà», del 5 ottobre 2014.

L’obiettivo egualitaristico della riforma è forse troppo… egualitario?

Macché. Se per pari opportunità si intende che tutti possono andare a scuola, questa pari opportunità non significa niente. Anche l’ultima analisi statistica de “La scuola a tutto campo” (Supsi, 2015) ha ricordato come la condizione socioeconomica di appartenenza dei ragazzi resti una variabile importante nel fallimento scolastico. E se esiste ancora questa situazione, ha ragione Bertoli: qualcosa bisogna fare.

Nel merito è favorevole all’abolizione dei livelli?

Senza dubbio. Creano una divisione fittizia.

Tra l’altro parliamo di ragazzine e ragazzini di 12/13 anni.

Favorevole anche all’abolizione della media del 4.65?

Sì. È una media inventata. La prova che non serve a nulla è data dal fatto che oggi il 30% dei ragazzi che entrano nel liceo viene bocciato. Occorre invece mettere il ragazzo nella condizione di fare delle scelte consapevoli.

Nell’introduzione al servizio, Clemente Mazzetta ha ripreso una mia domanda, naturalmente retorica, che rimanda proprio a questa necessità di togliere di mezzo i livelli. Scrive: «Del resto come rispondere all’interrogativo dell’ex direttore della scuola media [comunale, in verità]  di Locarno Adolfo Tomasini (vedi intervista a lato) quando chiede di spiegargli “come fa uno a diventare ingegnere Supsi (cosa possibile partendo dall’apprendistato), dopo aver mancato la possibilità di iscriversi al liceo per non aver raggiunto il fatidico 4.65?” Per dire che ’sto 4.65, che è tutto fuorché una media matematica, dice solo che in quel momento lì quel/la giovane aveva un rendimento scolastico di poco superiore al quattro e mezzo.

Quando leggo che bisognerebbe innalzare la soglia del 4.65 per l’accesso alla scuola media superiore mi vengono i brividi, perché è un salto indietro pauroso: quella sarebbe una scuola per la pura e semplice crescita economica, a vantaggio di pochi, mica per il consolidamento della democrazia. Peggio dell’attuale, dunque.

La riforma non prevede troppi compiti per i docenti?

Forse sì. Ma non è questo il problema più importante. Del resto non ci sono soluzioni magiche.

Il compito primario dei docenti è quello di insegnare. Per insegnare bisogna conoscere bene ciò che si insegna (competenze disciplinari) e come si insegna (competenze professionali). Insegnare significa, grosso modo, “lasciare un segno”. L’insegnante professionalmente irreprensibile è quello che ‘non molla l’osso’, è quello che fa tutto il possibile per portare ogni allievo al limite massimo delle sue possibilità, senza perdere troppo tempo con esami e test reiterati (che, come già diceva Don Lorenzo Milani, è tempo rubato all’insegnamento).

La si smetta, insomma, con la storiella che l’egualitarismo porta automaticamente al livellamento delle menti, naturalmente verso il basso. La metafora trita e ritrita della siepe va bene solo per chi non sa o non vuole insegnare, cioè lasciare dei segni tangibili.

La ritiene una riforma economicamente sopportabile?

Non saprei. Ma mi urta questa concezione che vede ogni cambiamento come fonte di spesa, forse bisognerebbe verificare se si impiegano bene ora le risorse disponibili. Piuttosto il problema è di sostenibilità politica della riforma. Il Plrt si è pronunciato chiedendo un innalzamento dei livelli, più selezione. La Lega, con Lorenzo Quadri ha sostenuto che quello che si insegna a scuola deve essere deciso dal mercato, non da pedagogisti.

Il riferimento preciso torna alla campagna elettorale per il rinnovo dei poteri cantonali del 2011. Lorenzo Quadri, sul Mattino del 20 marzo, scrisse: «La scuola non potrà esimersi da un riorientamento nell’ottica di quelle che sono le richieste del mercato del lavoro. È evidente che le professioni “d’ufficio” sono sature. Mancano risorse nell’arti­gia­nato, nell’edilizia, nel sociosanitario. Altra misura necessaria: si metta il numero chiuso alle formazioni “letterarie” ed “artistiche” prive di sbocchi professionali».

Ma così la scuola dell’obbligo dovrebbe formare lavoratori non cittadini?

Sono convinto che in molti Paesi europei c’è una scuola per la crescita economica e non per il rafforzamento della democrazia. Ma non è con il corso di civica che risolviamo il senso civico dei cittadini.

Ha scritto la filosofa americana Martha C. Nussbaum: «Le nazioni sono sempre più attratte dall’idea del profitto; esse e i loro sistemi scolastici stanno accantonando, in maniera del tutto scriteriata, quei saperi che sono indispensabili a mantenere viva la democrazia. Se questa tendenza si protrarrà, i paesi di tutto il mondo ben presto produrranno generazioni di docili macchine anziché cittadini a pieno titolo, in grado di pensare da sé, criticare la tradizione e comprendere il significato delle sofferenze e delle esigenze delle altre persone. Il futuro delle democrazie di tutto il mondo è appeso a un filo.

Quali sono questi cambiamenti radicali? Gli studi umanistici e artistici vengono ridimensionati, nell’istruzione primaria e secondaria come in quella universitaria, praticamente in ogni paese del mondo. Visti dai politici come fronzoli superflui, in un’epoca in cui le nazioni devono tagliare tutto ciò che pare non serva a restare competitivi sul mercato globale, essi stanno rapidamente sparendo dai programmi di studio, così come dalle teste e dai cuori di genitori e allievi. In realtà, anche quelli che potremmo definire come gli aspetti umanistici della scienza e della scienza sociale – l’aspetto creativo, inventivo, e quello di pensiero critico, rigoroso – stanno perdendo terreno, dal momento che i governi preferiscono inseguire il profitto a breve termine garantito dai saperi tecnico-scientifici più idonei a tale scopo». [Martha C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, 2011, Bologna: Il Mulino].

È un palliativo?

Peggio. Si illudono le persone. Così come si illudono i ragazzi nel dire loro che se imparano dieci lingue a scuola poi si troveranno bene.

Ho scritto più volte dell’impegno esagerato e un poco fuorviante legato alla politica di insegnamento delle lingue. Mi piace citare due scritti: I nostri figli sapranno tutti l’inglese: per dirsi cosa? (25.10.2006) e Mi ha piaciuto molto!… (06.10.2004).

Morale?

Qualcosa bisogna fare. Occorre ripensare la scuola. Ma il clima politico di questo momento non è certo il migliore; c’è il rischio di fare due passi indietro.

Per capire e (ri)conoscere la barbarie

Agosto 1942: arrivo a Treblinka
Agosto 1942: arrivo a Treblinka

Faccio fatica a capire se la scuola di oggi sia (ancora?) capace di uscire dalle sue quattro mura per occuparsi dei temi più sensibili che interrogano l’Occidente e la comunità in cui viviamo, affinché la sua opera di mediazione culturale e pedagogica continui a difendere e marcare il suo primato politico, quasi la sua ragion d’essere: scuola pubblica e obbligatoria, scuola dello Stato per educare cittadini informati, interessati alla res pubblica, capaci di orientarsi in una società difficile e variegata, in grado, nel contempo, di non lasciarsi deprimere e di non gettare la spugna, accogliendo col sorriso il canto facile delle sirene ammaliatrici, le moderne vestali che invitano al Panem et circenses, che proprio di questi tempi sembra godere di una nuova età dell’oro.

A volte si ha l’impressione che, oltre gli enunciati di principio e i piani di studio così ben dettagliati, spiegati e strutturati, nelle aule scolastiche si fatichi a tenere la barra al centro, perdendosi in innumerevoli gabbie didattiche che se ne vanno per conto loro, inseguendo risultati e rendimenti che servono proficuamente al lavoro di selezione economica e sociale, ma si allontanano in maniera surrettizia dalle vere finalità dell’essere a scuola, quella pubblica (e, per qualche anno, pure obbligatoria).

Ne ho parlato più volte, negli ultimi mesi. Oggi voglio segnalare due libri tanto vicini ai miei amori pedagogici e alle inquietudini che mi accompagnano.

eduquer-apres-les-attentatsIl primo è fresco di stampa, in libreria dall’estate scorsa. È di Philippe Meirieu, un autore che si incontrata spesso nel mio blog. Potrebbe sembrare il solito instant book, messo lì per accalappiare un po’ di gonzi. Ma non è così. Dopo «L’École ou la guerre civile», scritto in tempi insospettabili (1997) col giornalista Marc Guiraud, ecco ora «Éduquer après les attentats».

Leggo nella scheda di presentazione: I terribili attentati del 2015 e del 2016 hanno scosso profondamente il nostro paese – anche il mio, a dirla sinceramente. Gli insegnanti sono ampiamente sguarniti a questo livello, si pongono un insieme di “domande vitali”: cosa fare, giorno dopo giorno, per permettere a tutti i nostri ragazzi di scoprire l’importanza del rispetto dell’altro, della fraternità e della costruzione del bene comune? Quali ideali offrire a chi, non potendo accedere a un impiego e al consumo, vede nell’integralismo religioso l’unica maniera di darsi un’identità?

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Attraverso venti capitoli molto chiari, fondati su situazioni reali, Philippe Meirieu si sforza di rispondere a queste domande: senza imposture, né peli sulla lingua. Il volume – conclude la presentazione – è rivolto a insegnanti e educatori, e a tutti coloro che vogliono una democrazia in cui ognuno abbia il suo posto… e dove non esistano più tentazioni stimolate dalla violenza più barbara.

Le quasi 250 pagine del libro, appassionanti e appassionate, mantengono le premesse: fossi stato ancora un insegnante ne sarei rimasto stregato.

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E vengo all’altro volume, pubblicato nel 2012. Stavolta si tratta di un libro illustrato per ragazzi, tradotto e pubblicato in italiano dall’editore Junior nel 2013. Il testo è nuovamente di Philippe Meirieu, le illustrazioni sono di Pef. Si intitola «Korczak, Perché vivano i bambini» e racconta la storia di Janusz Korczak, pedagogo, scrittore e medico polacco, nato a Varsavia nel 1878, morto nel campo di sterminio di Treblinka il 6 agosto 1942. Di Korczak avevo già scritto nel settantesimo della sua morte (A settant’anni dalla morte di Korczak a Treblinka).

È un libro bello da guardare e intenso da leggere, con una struttura originale. Nella prima parte c’è il racconto della sua avventura umana e intellettuale, dalla fine dell’800, quando si chiama ancora Henryk Goldszmit e, nella Polonia occupata dall’armata russa, diventa insegnante dei bambini che vivono nei quartieri più discosti e disagiati; fino al drammatico epilogo in uno dei più importanti centri di sterminio del regime nazista, dove seguì i centonovantadue bambini, ospiti della “Casa degli orfani”, da lui fondata nel ghetto ebraico di Varsavia, e i dieci adulti che lavoravano con lui.

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Accanto al racconto, scritto con linguaggio chiaro e accessibile, ma non banale né scioccamente moralista, scorrono le immagini di Pef e alcune riflessioni di Janusz Korczak. Le ultime pagine del libro – introdotte dal titolo Korczak, l’amico dei bambini – propongono alcuni dati essenziali della sua vicenda intellettuale e umana: le date della sua vita, il suo impegno per affermare i diritti del bambino, l’antisemitismo e la Shoah, alcuni significativi estratti dalla sua opera Re Matteuccio I, il Re bambino (Król Maciuś Pierwszy, 1922), assieme ad alcune immagini documentarie.

È un libro avvincente, che offre tanti spunti anche sui temi affrontati in «Éduquer après les attentats», un libro per ogni persona che si occupa di educazione.

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PHILIPPE MEIRIEU, Éduquer après les attentats, 2016: Paris, ESF éditeur

PHILIPPE MEIRIEU et PEF, Korczak, pour que vivent les enfants, 2012: Rue du Monde éditeur; traduzione italiana: Korczak. Perché vivano i bambini, 2013: Bergamo, edizioni Junior (ISBN 978-88-8434-526-4, 56 pagine)

L’immagine che apre questo articolo e le altre citazioni illustrate sono tratte da Korczak, pour que vivent les enfants.

Ritorno a Berlino

L’ultima settimana di questo settembre spettacolare sono tornato a Berlino, dov’ero già stato cinque anni fa (Berlino, le scolaresche e la guerra fredda), accolto da un clima meteorologico e culturale particolarmente caloroso e disponibile. Ero appena arrivato, domenica sera, quando ho letto i risultati delle votazioni federali e cantonali di quel 25 settembre.

Nessuna sorpresa, figuriamoci, a parte qualche percentuale. Mi succede assai spesso di recarmi alle urne sapendo che il mio voto, tutt’al più, contribuirà ad affievolire la disfatta. Infatti son rimasto in minoranza chiara e netta su due iniziative federali, «Per un’economia sostenibile ed efficiente in materia di gestione delle risorse (economia verde)» e «AVSplus: per un’AVS forte»: che è poi quel che mi aspettavo (per dire che la speranza si prende ancora qualche spazio di libertà).

La Svizzera è sempre stata prudente, diciamo così, anche se dopo Fukushima si era creata anche qui una reazione di pancia favorevole all’uscita fulminea dal nucleare. Faccio fatica a capire la coerenza tra il no all’inziativa verde e l’abbandono in fretta e furia del nucleare.

Sempre in tema di coerenza, quella sera a Berlino ho preso atto del no all’iniziativa cantonale «Basta con il dumping salariale in Ticino!» e del sì, pesante e aggressivo, a quell’altra iniziativa, «Prima i nostri!», accolta dal 58% dei votanti.

Prima i nostri, la grande buggerata. Fulvio Pelli, un politico che di solito mi fa andare la luna di traverso, ha pubblicato su Opinione liberale una riflessione interessante, che condivido, al di là delle sue posizioni sugli oggetti in votazione: Tra sondaggi e illusioni: come usare male la democrazia diretta. Ho spesso l’impressione, soprattutto in questi ultimi anni, che certe campagne politiche trasformate in votazioni popolari – ah, la famosa democrazia diretta della Confederazione svizzera – non mirino necessariamente a risolvere problemi concreti. Invece ho di frequente la sgradevole sensazione che i promotori siano coscienti di spararla grossa, ma  vogliono far vedere chi comanda e creare un po’ di scompiglio.

Come detto ero a Berlino quando ho letto queste notizie, in particolare quest’ultima. Ho creduto che Prima i nostri non sarebbe stata accolta. Invece è stato eretto un altro muro, dopo i tanti del passato recente. A Berlino di muri se ne intendono: nel 1961 mezza città si era svegliata un mattino circondata da mura. Sappiamo chi eresse la barriera e perché, ed è noto com’è andata a finire.

berlin-wall-children-playing-westQuanto ai nostri che devono avere la precedenza sugli altri è difficile darne una definizione convincente. Un po’ di tempo fa ero stato fermato in Piazza Grande da un raccoglitore di firme per l’iniziativa, proprio quella lì. Non so se quel tipo, nato e cresciuto nel meridione italiano prima di emigrare tra i nostri, sia nel frattempo diventato svizzero. Gli chiesi se non si vergognava, ma restò lì impalato, neanche mi fossi espresso in uno stretto Schwitzertütsch con accento bernese.

Al domenicale della Lega dei ticinesi piace sbeffeggiare gli stranieri residenti che osano dire forte e chiaro la propria opinione, calcando sul fatto che costoro non sono patrizi di Corticiasca, per dire che non sono svizzeri e ticinesi a Denominazione di Origine Controllata, e come minimo dal XIX secolo.

Parrebbe che per essere nostri basti avere quello che, in altri tempi, era l’aristocraticissimo passaporto rossocrociato. Ha scritto Peter Bichsel:

Durante il mio soggiorno berlinese mi accadeva spesso di passare il posto di frontiera tra Berlino ovest e Berlino est. E si prova quella sensazione che sempre si vorrebbe riuscire a provare ad altri confini: la sensazione di arrivare in un altro mondo; si prova paura, si va verso l’ignoto.


Notai che a quel posto di frontiera vedevo sempre molti svizzeri. Non rivolgevo loro la parola, e loro non parlavano, eppure io sapevo che erano svizzeri. Da che cosa li riconoscevo? All’inizio non ne ero consapevole. Era semplicemente ovvio. Comunque, le altre nazionalità si distinguevano molto meno chiaramente. Una volta cercai di capire con precisione da che cosa li riconoscevo, ed ebbi modo di verificare su me stesso l’esattezza della mia osservazione.

I rappresentanti di altre nazionalità tiravano fuori il loro passaporto soltanto davanti al funzionario, oppure lo tenevano in mano in qualche modo, senza dar nell’occhio; gli svizzeri lo tenevano in mano ben visibile, il loro passaporto rosso con la croce bianca. Esso è chiamato a proteggerli, e il fatto che sono svizzeri deve scongiurare ogni pericolo, deve fruttar loro certi vantaggi; persino qui, davanti ai funzionari della Volkspolizei tedesco-orientale, che non li considerano amici. Sono svizzero. E questo, dunque, significa qualcosa di più che la semplice risposta alla domanda: «Lei, di che nazione è?».

L’altro deve riconoscervi subito qualificazioni personali, come nella risposta: «Faccio atletica leggera», oppure: «Sono un pugile», oppure: «Sono un fisico».

[PETER BICHSEL, Des Schweizers Schweiz, 1969; La Svizzera dello svizzero, 1970, trad it. di Enrico Filippini, Bellinzona: Casagrande, 1977].

Parrebbe, insomma, che per i moderni cani da guardia della svizzerità sia sufficiente tenere in saccoccia il passaporto rossocrociato, o almeno la più modesta carta d’identità, anche se, a quasi cinquant’anni dai tempi narrati dallo scrittore lucernese, non è più così certo che il libricino filigranato possa proteggere a scrocco, neanche fosse un assioma.

Ho sempre avuto la convinzione che il passaporto non è un vaccino contro l’imbecillità: che si può prevenire, ma una volta contratta è difficile da curare. Da quando la scuola dell’obbligo ha quasi del tutto dimissionato dal ruolo che il Paese le aveva assegnato già nell’800, ribadito l’ultima volta ventisei anni fa, il compito di promuovere lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società è stato assunto da tutti e da nessuno, un po’ a casaccio. Così certe precise finalità della Scuola sono in balia di movimenti, lobby e gruppi d’interesse, non necessariamente nostri e condivisi.

larepubblica-10-11-1989
la Repubblica di venerdì 10 novembre 1989

In altri anni la Svizzera ha conosciuto James Schwarzenbach, un politico noto per le sue campagne contro l’inforestieramento (la barca è piena!), sfociate in diverse votazioni popolari. Nel 1970, quando votò il 75% della popolazione, la sua prima proposta fu bocciata, seppur di misura.

Nel 1977 vi fu l’ultima chiamata alle urne da parte di Schwarzenbach: si voleva introdurre un limite del 12.5% della popolazione straniera a livello nazionale. L’idea fu respinta dal 70.5% dei votanti. Quell’anno insegnavo in una 5ª elementare. Ne parlai con i miei allievi, mi piaceva stuzzicarli su tematiche di cui si discuteva. E mi piaceva provocarli, insinuare dubbi, invitarli a diffidare delle soluzioni sicure e definitive, benché in classe atterrassero facilmente le sparate decollate al riparo delle mura domestiche. Quella volta mi fece sorridere un ragazzo, uno in gamba, che, tutto convinto, dichiarò che, potendo, avrebbe votato a destra, per la limitazione degli stranieri: sebbene, a parte l’età, fosse italiano.

[So che legge le mie Cose di scuola e forse si riconoscerà. Sono certo che, sorridendo, mi manderà a quel paese, perché oggi è cambiato, magari anche grazie a quei miei arrembaggi alle sue certezze infantili].

O tempora, o mores, insomma. Chissà se nelle classi ticinesi, in queste settimane, si sarà parlato di economia verde, di dumping salariale e, naturalmente, dei nostri che devono arrivare prima di tutti gli altri? E, già che ci siamo, chissà se si è almeno tentato di spiegare che la democrazia non può essere ridotta alla contabilità dei sì e dei no? Non è che se io la penso diversamente dalla vox populi – che è notoriamente considerata anche vox Dei, almeno da chi ha una Weltanschauung poco o punto laica – sarò per forza un eretico. Anche Galileo, per citarne uno non proprio a caso… ricordate?

Fulvio Pelli ha giustamente osservato che «lo sforzo di capire non è esente da rischi. Vantaggi e svantaggi delle soluzioni proposte sono tutt’altro che facili da individuare e chi cerca di convincere della bontà del sì o del no, non necessariamente la racconta giusta».

Appunto.

Insieme a scuola per sconfiggere la barbarie

Alcuni giorni fa, commentando le misure di sicurezza che hanno caratterizzato la 69ª edizione del Festival del Film di Locarno, avevo chiuso le mie brevi note con un’inquietudine (Non c’è nulla di semplice in quel che sta succedendo attorno a noi. E si rischiano le psicosi e la xenofobia al rialzo) e la speranza che, al rientro a scuola dopo le vacanze estive, nelle nostre aule ci sia chi offrirà ai suoi allievi l’opportunità di parlare della brutale attualità che distingue questi tempi e che ha affollato le cronache delle ultime settimane [Il festival del film di Locarno, l’attualità brutale e la forza educativa del dubbio].

L’edizione odierna del quotidiano francese «Le Monde» ha pubblicato un intrigante contributo di Philippe Meirieu, pedagogista e professore emerito in scienze dell’educazione all’università Lumière di Lione: «La démocratie est assignée à faire de l’éducation sa priorité». [Nel sito di Le Monde l’accesso all’articolo è protetto; lo si può tuttavia recuperare integralmente nel sito di Philippe Meirieu, oppure lo si può scaricare qui].

Meirieu inizia con un amaro riscontro: «I riti commerciali e i cliché mediatici che segnano tradizionalmente l’apertura di un nuovo anno scolastico rischiano, quest’anno, di sembrare particolarmente sfasati. In effetti non potremo fare a meno di una riflessione educativa sugli attentati dell’estate e sulla situazione del nostro paese».

Sono naturalmente d’accordo, perché invece, nel nostro di un paese, c’è una buona possibilità che si parli solo di HarmoS e dei nuovi piani di studio, quasi che non ci trovassimo al crocevia non solo geografico dell’Europa, e che alle nostre frontiere e nei nostri centri di accoglienza non fossero palpabili le tensioni alle quali non possiamo sfuggire: perché sinora non siamo stati al centro di attacchi terroristici, ma una giovane donna di Agno è comunque morta a Nizza, senza dimenticare i tre giovani ticinesi vittime di un attentato a Marrakech nell’aprile del 2011.

Ma forse c’è poco da fare, perché ci piace crogiolarci nel nostro essere un Sonderfall, almeno quando ci fa comodo.

Meirieu prosegue sulla necessità che nelle scuole, da settimana prossima, sia possibile «ascoltare le inquietudini e gli interrogativi degli allievi, permettere di esprimere a parole le loro domande, di confrontarsi serenamente, tra loro e con gli adulti: a questo scopo bisognerà realizzare dei rituali che permettano la nascita di parole rincuoranti, senza esitare a passare attraverso l’espressione scritta o grafica individuale, a servirsi della mediazione di una poesia o di un romanzo, a prendere esempi dalla storia (…). A sollecitare l’immaginazione degli allievi chiedendo loro di descrivere in che modo ognuno di loro e tutti insieme possono contribuire a far indietreggiare la barbarie».

A ben vedere c’è, in queste riflessioni per il rientro in aula dopo un’estate speciale, la visione di una scuola che persegue fino in fondo la sua capacità di educare i cittadini, ben oltre le tante spendibilità immediate e gli orpelli tecnocratici che stanno tramutando l’Istituzione scolastica in un volgare supermercato.

Eugène Delacroix (1798-1863), La Liberté guidant le peuple, 1830
Eugène Delacroix (1798-1863), La Liberté guidant le peuple, 1830

È davvero tutto da leggere, questo contributo di Philippe Meirieu, che invita la Scuola a «diventare deliberatamente uno spazio di decelerazione. Lungi dal premiare la risposta immediata, essa deve promuovere la riflessone critica. Deve imporre la distanza dalla pulsione e il distacco dalla reazione immediata, per sfruttare questo tempo per anticipare, scambiare, documentarsi, riflettere… in breve, per imparare a pensare. Ne siamo lontani, noi che corriamo sempre nei corridoi e talloniamo i programmi, che fuggiamo il silenzio come la peste, che correggiamo un compito per sempre, senza lasciare all’allievo la possibilità di approfittare dei nostri consigli per migliorare. Di fronte all’immediatezza del “tutto e subito” promosso sistematicamente dal macchinario pubblicitario e tecnologico, la Scuola deve svolgere intenzionalmente un ruolo termostatico. Né rifiuto brutale della reazione dell’allievo, né consenso demagogico della sua opinione: “Prendiamoci il tempo per pensarci”. È solo così che la Scuola contribuirà a insegnare a ragazzi e adolescenti a resistere a ogni sorta di seduzione».

Il festival del film di Locarno, l’attualità brutale e la forza educativa del dubbio

Durante i giorni del suo Festival del Film, Locarno, la cittadina in cui vivo e sono nato, è bellissima. Anche se non lo seguo più, colpevolmente!, da troppi anni mi piace gironzolare nei luoghi del Festival. Quand’ero un bambino e si svolgeva nel parco del Grand Hôtel, ne sentivo parlare, credo per il glamour e l’attrattività turistica.

Per quel che posso ricordare, penso di aver visto il primo film nel 1969, al cinema Rex: Tres tristes tigres, del regista cileno Raúl Ruiz. Leggo ora in Wikipedia che quell’anno Ruiz vinse il pardo d’oro. Io avevo sedici anni, ricordo il titolo e nulla più.

Il festival l’ho seguito molto intensamente per quasi un decennio, forse a partire dal 1973, quando vinse Illuminacja di Krzysztof Zanussi.

Quando si teneva in autunno e al chiuso delle sale, i locarnesi lo guardavano di sbieco, lo consideravano uno spreco di soldi pubblici per sinistrorsi un po’ pallidi. Poi arrivò sulla Piazza Grande in piena estate, ma coi residenti non andò meglio: fosse stato per gran parte di loro, il più piccolo dei grandi festival avrebbe potuto chiudere i battenti, senza troppi rimpianti.

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Per fortuna c’è stato chi ha continuato a crederci, e oggi è una realtà incantevole.

Stamattina ho fatto un giro dalle parti di Piazza Grande. Che tristezza: gente coi trolley al seguito diretti alla stazione dei treni, gli studi RSI in via di smontaggio, qua e là pulmini e auto pardate, pronte a trasportare i nostri ospiti alla Malpensa o chissà dove. Come se non fosse abbastanza, tra due settimane riapriranno le scuole, e già domenica ritroveremo nelle cassette i settimanali gratuiti. Il Ticino di sempre.

L’edizione che si è chiusa ieri sera sarà ricordata per la presenza palpabile di un fitto servizio di sicurezza. Ha detto il presidente, Marco Solari: «Sulle misure di sicurezza a mio modo di vedere è stato emblematico quanto accaduto in piazza Grande durante la serata inaugurale. Dopo aver ringraziato la politica, che ci dà fiducia senza travalicare la linea rossa dell’ingerenza nei contenuti, l’economia privata, per la quale sostenere il Festival non significa solo firmare uno chèque ma offrire anche qualcosa in più a livello di servizi, per la prima volta, in modo spontaneo, ho ringraziato anche la polizia e le forze dell’ordine. E l’applauso che è partito dal pubblico ha dimostrato che i tempi sono cambiati, che la gente non solo non è infastidita dalle misure di sicurezza ma è grata per le misure che sono state prese, anche grazie a una precisa volontà politica» (Corriere del Ticino del 13 agosto, pag. 29).

Solari spiega, in un’intervista al Giornale del Popolo: «All’inizio del festival c’era un’atmosfera di tensione, il ricordo di quello che era successo a Nizza, a Monaco, in Germania e a Padre Hameg – che mi ha colpito moltissimo – si percepiva».

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Le Ciel attendra

Oltre a ciò l’8 agosto la Piazza Grande ha accolto Le Ciel attendra, film francese sul tema del reclutamento dei giovanissimi da parte degli integralisti dell’Isis. «Il festival del film di Locarno – chiarisce ancora Solari – non sceglie un determinato film perché tocca un certo argomento, pur attuale. A Locarno si accetta un film perché è fatto alla perfezione: è il film che suscita il dibattito, non il dibattito che precede il film. Le ciel attendra è stato scelto perché adempiva a tutti i criteri. E vi posso dire che, in 16 anni, è stato uno dei pochi momenti in cui io, come presidente, sono stato coinvolto, perché altrimenti la libertà del direttore artistico è quasi totale. Ho visto il film e sono arrivato alla conclusione che se non avessimo mostrato la pellicola per paura, Locarno avrebbe perso il suo senso più profondo, la sua ragion d’essere. Ed eravamo tutti d’accordo» (Corriere del Ticino del 13 agosto, pag. 29).

Già. Viviamo tempi complessi e violenti. All’indomani dell’attentato terroristico sulla Promenade des Anglais ho inviato un messaggio di solidarietà a un amico di Nizza, che mi ha risposto quasi subito: «Je n’arrive pas à mettre des mots devant une telle horreur. Je suis historien et je ne comprends pas au nom de qui ou de quoi, hier à Nice ou chaque jour dans le monde, une telle atrocité peut être commise. Et contrairement à ce que disent les politiques, il ne s’agit pas d’une guerre, mais de crimes contre l’humanité – ou alors nous basculons dans l’indicible et “la terre serait une cage splendide pour des animaux qui n’auraient rien d’humain”, comme l’écrivait Albert Camus dans ses Carnets».

Magari la presenza per dieci giorni, nella nostra tranquilla cittadina, di poliziotti armati a ogni angolo di strada ci ha fatto capire che la realtà che ci circonda non si risolve con le semplificazioni, i muri, i proclami, le petizioni. Non c’è nulla di semplice in quel che sta succedendo attorno a noi. E si rischiano le psicosi e la xenofobia al rialzo.

A fine agosto migliaia di allievi, studenti e insegnanti torneranno al loro tran tran scolastico. Chissà se, oltre ai rimpianti per le vacanze concluse e per l’estate che si sfilaccerà in tempi brevi, ci sarà pure un posto privilegiato per riflettere su questi temi, che toccano tutti noi? C’è da augurarsi che nelle nostre aule ci sia chi offrirà ai suoi allievi l’opportunità di parlare della Francia e della Germania, della Siria e della Libia, e di tanto altro che si ascolta e si legge giorno dopo giorno: non per creare certezze o sciocche sicurezze (anzi: meglio sgretolarle subito!), ma per capire che la Storia è complicata e che i dubbi sono preziosi, molto preziosi.

Sarebbe bellissimo.