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“Imparare” la cittadinanza non è come mandare a memoria una filastrocca

Comincio con un prologo, a mo’ di cronaca:

  • giusto quattro anni fa un comitato presieduto dall’imprenditore Alberto Siccardi aveva lanciato un’iniziativa popolare legislativa generica denominata «Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)», che in poco tempo aveva raccolto più di 10 mila firme.
  • L’obiettivo principale dell’iniziativa è l’introduzione nelle scuole medie, medie superiori e professionali di una nuova materia di insegnamento denominata «Educazione Civica, alla Cittadinanza e alla Democrazia Diretta» [la maiuscole appartengono dalla dicitura originale] che abbia un proprio testo e un proprio voto separati; tale materia dovrà essere obbligatoria e dovrà essere insegnata per almeno due ore al mese; onde evitare un aumento delle ore totali di insegnamento, e relativi costi, si propone di ricavare il tempo necessario dalle ore di storia.
  • Dopo di che era iniziato il tiramolla tra i promotori, il dipartimento dell’Educazione e il Parlamento.
  • Nei primi mesi di questo 2017 sembrava che si fosse riusciti a trovare il rinomato onorevole compromesso tra i proponenti e la Commissione scolastica del Gran Consiglio. Invece il 18 aprile scorso il primo firmatario dell’iniziativa ha inviato una lunga lettera alla Commissione parlamentare, dove in sostanza si distanzia dall’accordo, che pareva raggiunto, e si mette di traverso: non ci sto.

Non voglio tirarla per le lunghe: chi non ha seguito la disputa che ne è immediatamente scaturita, può farsene un’idea con:

Da quando è iniziata la recita introdotta dall’iniziativa di Siccardi e compagni, non ho letto o sentito un parere, anche solo generico, che invitasse a riflettere sulla concreta utilità della proposta. La gran parte – forse è un eufemismo, ma voglio essere prudente – di chi si è adoperato per cercare un punto d’incontro tra il Parlamento e i promotori dell’iniziativa ha per lo più evocato questioni di costi, di carico eccessivo delle griglie orarie, di equilibrio tra discipline, di peso scolastico per gli studenti, di leggi e norme che limiterebbero l’attuazione delle proposte dei diecimila che hanno seguito Siccardi e il suo comitato policromo.

Ma non ho sentito nessuno dire che le soluzioni prospettate dall’iniziativa per affrontare di petto un problema che è reale – quello di una certa deficienza civica, che peraltro non appartiene solo alle giovani generazioni – sono velleitarie e ignoranti – ignoranti nel senso che ignorano come funziona l’apprendimento di una competenza complessa e mai definitiva come l’educazione alla cittadinanza.

Un breve testo pubblicato su La Regione del 22 aprile (nella rubrica del sabato ALTI-BASSI, che per questa settimana “abbassa” Siccardi) dà per scontato il succo della proposta: Prendete l’insegnamento della Civica a scuola. Chi oserebbe dire che non serve?

Chi oserebbe dire che non serve? Io, ad esempio: da diversi anni sostengo che, di per sé, un corso articolato di educazione civica non serve a un fico secco. In questo sito mi sono occupato più volte, direttamente o meno, di educazione alla cittadinanza e alla democrazia (questo link rimanda a tutti quei miei scritti con il tag «Educazione civica»; e in calce si trova un elenco, in ordine di pubblicazione, di alcuni articoli dedicati espressamente alla questione). In un articolo apparso diversi anni fa su La Regione (purtroppo ho perso la bibliografia precisa), Diego Erba, a quel tempo direttore della Divisione della scuola del DECS, ricordava che “la democrazia s’impara soprattutto praticandola in famiglia, negli istituti scolastici e quindi nella società”. E, se lo si legge bene, l’articolo 2 della Legge della scuola, dedicato alle Finalità, è di per sé un’articolata definizione di educazione alla cittadinanza e alla democrazia, tanto che il volerle accostare una nuova disciplina, con tanto di nota sul libretto, sembra un ossimoro istituzionale e pedagogico.

Per diventare un cittadino consapevole e attivo di questo paese, in questo continente e in questo contesto culturale ci vuol altro che quattro nozioni in croce, per lo più centrate su precetti moralisti di certa democrazia di maniera: perché un conto è pagare le imposte e un altro evadere il fisco; un conto è tollerare – verbo infido – e un altro accogliere; e ancora: interessarsi della cosa pubblica, cercare sempre un’opinione indipendente, praticare instancabilmente il pensiero socratico, appassionarsi alle arti, alla filosofia e alla storia, padroneggiare la propria lingua e il proprio pensiero, evitare come la peste le verità dogmatiche.

Essere un cittadino democratico significa conquistare idealmente quel che c’è nel motto di Piero Gobetti: «Che ho a che fare io con gli schiavi?» Per arrivarci non ci sono scorciatoie, non servono i sotterfugi. Occorre invece l’impegno costante di tutto il sistema formativo, con la scuola nel ruolo di protagonista affidabile, affascinante, sensibile, rigorosa e tenace.

A ’sto punto, però, mi schiero anch’io con la volontà di Siccardi, così sintetizzata dal Corriere del Ticino del 22 aprile: «Sulla civica si andrà al voto». Forza. Così, durante la campagna in vista della votazione, vedremo se si riuscirà a (ri)scoprire una terza via, alla larga da quel determinismo didattico, secondo cui si può insegnare il senso dello Stato come se si trattasse di mandare a memoria le caselline, e, nel contempo, lasciando perdere le ragioni-alibi tipiche di chi ha solo un vago sentore di ciò di cui sta dibattendo, e s’attacca ai costi, ai codicilli e a qualche altra amenità.


Ecco i principali articoli sul tema

La scuola che verrà in un servizio del domenicale «Il caffè», con intervista al sottoscritto…

Nel suo numero del 2 aprile il domenicale Il caffè ha pubblicato un’inchiesta abbastanza esaustiva sugli umori del Paese nei confronti del progetto La scuola che verrà, di cui ho più volte parlato in questo sito sin dalla sua prima presentazione, nel dicembre del 2014.

L’ampio servizio si apre con una sintesi critica dell’inchiesta, firmata dal giornalista Clemente Mazzetta: «Ecco quale scuola vogliamo nel futuro». Poco sotto, arriva il commento del direttore del DECS Manuele Bertoli: «Investire nella scuola è investire nella società».

L’intero servizio, naturalmente, lo si può consultare nel sito del domenicale: http://www.caffe.ch/.

Come mi era già successo altre volte, anche in questo frangente sono stato interpellato dal giornalista, che ha pubblicato l’intervista col titolo generale Rigozzi e Tomasini sulla “scuola che verrà”. Ex direttori scolastici a confronto. Naturalmente è stato impossibile, per il giornalista, riportare per intero la nostra chiacchierata (mezz’oretta nel pomeriggio del 22 marzo). Così voglio concedermi il gioco di completare o commentare quell’intervista, distinguendo le domande del giornalista, le mie risposte e i miei commenti successivi.


È una battaglia da combattere ma evitando scontri partitici

«La scuola dell’obbligo ha bisogno di serenità. E deve essere sganciata dal continuo richiamo al mondo del lavoro. Anche perché non sappiamo quali potranno essere le competenze che fra 15 anni saranno richieste dalla società», sostiene Adolfo Tomasini, ex direttore della scuola elementare di Locarno.

Il Corriere del Ticino del 10 febbraio scorso aveva pubblicato una lunga intervista al prof. Emanuele Caranzano, direttore del Dipartimento tecnologie innovative alla SUPSI, dove tra l’altro si leggeva che «il 65% di coloro che oggi hanno 12 anni faranno dei lavori che oggi non esistono. In altre parole, tra 10 anni più della metà dei lavori saranno attività che ancora non ci sono». Si provi allora a immaginare queste percentuali ipotetiche se le volessimo applicare a quei bimbi che hanno iniziato la scuola dell’obbligo nel settembre scorso, a quattro anni, e che i vent’anni li compiranno nel 2028 o giù di lì.

Che impressione ha avuto leggendo la riforma della scuola?

Che pone degli obiettivi condivisibili. L’abolizione dei livelli e della media per l’accesso al liceo, il tutto all’interno di una scuola di qualità è una battaglia che si deve fare. Ma con intelligenza, evitando lo scontro ideologico e partitico.

Come ho scritto più e più volte, all’origine del progetto La scuola che verrà c’è una scelta schiettamente e fatalmente ideologica, che condivido. Ancora di recente ho scritto che «nessuno ha il coraggio di porre l’unica domanda fondamentale, che impone una risposta serena e trasparente: che scuola vogliamo? Una scuola per la democrazia e il Paese oppure al servizio dell’economia? In altre parole, desideriamo educare cittadini o selezionare e formare lavoratori?» (Una scelta per la scuola del Paese che verrà, Corriere del Ticino del 22.12.2016). Va da sé che io pendo con forza per una scuola dell’obbligo che educa cittadini democratici.

La riforma promuove una scuola equa e inclusiva. È sostenibile?

Sì, ma bisogna capirci bene sul termine inclusività.

Rimando al mio scritto «L’inclusione tra sogni e realtà», del 5 ottobre 2014.

L’obiettivo egualitaristico della riforma è forse troppo… egualitario?

Macché. Se per pari opportunità si intende che tutti possono andare a scuola, questa pari opportunità non significa niente. Anche l’ultima analisi statistica de “La scuola a tutto campo” (Supsi, 2015) ha ricordato come la condizione socioeconomica di appartenenza dei ragazzi resti una variabile importante nel fallimento scolastico. E se esiste ancora questa situazione, ha ragione Bertoli: qualcosa bisogna fare.

Nel merito è favorevole all’abolizione dei livelli?

Senza dubbio. Creano una divisione fittizia.

Tra l’altro parliamo di ragazzine e ragazzini di 12/13 anni.

Favorevole anche all’abolizione della media del 4.65?

Sì. È una media inventata. La prova che non serve a nulla è data dal fatto che oggi il 30% dei ragazzi che entrano nel liceo viene bocciato. Occorre invece mettere il ragazzo nella condizione di fare delle scelte consapevoli.

Nell’introduzione al servizio, Clemente Mazzetta ha ripreso una mia domanda, naturalmente retorica, che rimanda proprio a questa necessità di togliere di mezzo i livelli. Scrive: «Del resto come rispondere all’interrogativo dell’ex direttore della scuola media [comunale, in verità]  di Locarno Adolfo Tomasini (vedi intervista a lato) quando chiede di spiegargli “come fa uno a diventare ingegnere Supsi (cosa possibile partendo dall’apprendistato), dopo aver mancato la possibilità di iscriversi al liceo per non aver raggiunto il fatidico 4.65?” Per dire che ’sto 4.65, che è tutto fuorché una media matematica, dice solo che in quel momento lì quel/la giovane aveva un rendimento scolastico di poco superiore al quattro e mezzo.

Quando leggo che bisognerebbe innalzare la soglia del 4.65 per l’accesso alla scuola media superiore mi vengono i brividi, perché è un salto indietro pauroso: quella sarebbe una scuola per la pura e semplice crescita economica, a vantaggio di pochi, mica per il consolidamento della democrazia. Peggio dell’attuale, dunque.

La riforma non prevede troppi compiti per i docenti?

Forse sì. Ma non è questo il problema più importante. Del resto non ci sono soluzioni magiche.

Il compito primario dei docenti è quello di insegnare. Per insegnare bisogna conoscere bene ciò che si insegna (competenze disciplinari) e come si insegna (competenze professionali). Insegnare significa, grosso modo, “lasciare un segno”. L’insegnante professionalmente irreprensibile è quello che ‘non molla l’osso’, è quello che fa tutto il possibile per portare ogni allievo al limite massimo delle sue possibilità, senza perdere troppo tempo con esami e test reiterati (che, come già diceva Don Lorenzo Milani, è tempo rubato all’insegnamento).

La si smetta, insomma, con la storiella che l’egualitarismo porta automaticamente al livellamento delle menti, naturalmente verso il basso. La metafora trita e ritrita della siepe va bene solo per chi non sa o non vuole insegnare, cioè lasciare dei segni tangibili.

La ritiene una riforma economicamente sopportabile?

Non saprei. Ma mi urta questa concezione che vede ogni cambiamento come fonte di spesa, forse bisognerebbe verificare se si impiegano bene ora le risorse disponibili. Piuttosto il problema è di sostenibilità politica della riforma. Il Plrt si è pronunciato chiedendo un innalzamento dei livelli, più selezione. La Lega, con Lorenzo Quadri ha sostenuto che quello che si insegna a scuola deve essere deciso dal mercato, non da pedagogisti.

Il riferimento preciso torna alla campagna elettorale per il rinnovo dei poteri cantonali del 2011. Lorenzo Quadri, sul Mattino del 20 marzo, scrisse: «La scuola non potrà esimersi da un riorientamento nell’ottica di quelle che sono le richieste del mercato del lavoro. È evidente che le professioni “d’ufficio” sono sature. Mancano risorse nell’arti­gia­nato, nell’edilizia, nel sociosanitario. Altra misura necessaria: si metta il numero chiuso alle formazioni “letterarie” ed “artistiche” prive di sbocchi professionali».

Ma così la scuola dell’obbligo dovrebbe formare lavoratori non cittadini?

Sono convinto che in molti Paesi europei c’è una scuola per la crescita economica e non per il rafforzamento della democrazia. Ma non è con il corso di civica che risolviamo il senso civico dei cittadini.

Ha scritto la filosofa americana Martha C. Nussbaum: «Le nazioni sono sempre più attratte dall’idea del profitto; esse e i loro sistemi scolastici stanno accantonando, in maniera del tutto scriteriata, quei saperi che sono indispensabili a mantenere viva la democrazia. Se questa tendenza si protrarrà, i paesi di tutto il mondo ben presto produrranno generazioni di docili macchine anziché cittadini a pieno titolo, in grado di pensare da sé, criticare la tradizione e comprendere il significato delle sofferenze e delle esigenze delle altre persone. Il futuro delle democrazie di tutto il mondo è appeso a un filo.

Quali sono questi cambiamenti radicali? Gli studi umanistici e artistici vengono ridimensionati, nell’istruzione primaria e secondaria come in quella universitaria, praticamente in ogni paese del mondo. Visti dai politici come fronzoli superflui, in un’epoca in cui le nazioni devono tagliare tutto ciò che pare non serva a restare competitivi sul mercato globale, essi stanno rapidamente sparendo dai programmi di studio, così come dalle teste e dai cuori di genitori e allievi. In realtà, anche quelli che potremmo definire come gli aspetti umanistici della scienza e della scienza sociale – l’aspetto creativo, inventivo, e quello di pensiero critico, rigoroso – stanno perdendo terreno, dal momento che i governi preferiscono inseguire il profitto a breve termine garantito dai saperi tecnico-scientifici più idonei a tale scopo». [Martha C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, 2011, Bologna: Il Mulino].

È un palliativo?

Peggio. Si illudono le persone. Così come si illudono i ragazzi nel dire loro che se imparano dieci lingue a scuola poi si troveranno bene.

Ho scritto più volte dell’impegno esagerato e un poco fuorviante legato alla politica di insegnamento delle lingue. Mi piace citare due scritti: I nostri figli sapranno tutti l’inglese: per dirsi cosa? (25.10.2006) e Mi ha piaciuto molto!… (06.10.2004).

Morale?

Qualcosa bisogna fare. Occorre ripensare la scuola. Ma il clima politico di questo momento non è certo il migliore; c’è il rischio di fare due passi indietro.

La cartella dell’allievo e la statua di Pigmalione

Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta che lo scultore Pigmalione, «con arte invidiabile, scolpì nel bianco avorio una statua, infondendole tale bellezza, che nessuna donna vivente era in grado di vantare: e s’innamorò dell’opera sua», sognando che un giorno si animasse. Così, quando venne la festa di Venere, depose le offerte accanto all’altare e disse: «O dei, se è vero che tutto potete concedere, vorrei in moglie una donna uguale alla mia d’avorio». Venere esaudì la preghiera e Pigmalione, tornato a casa, vide la statua animarsi a poco a poco, respirare e spalancare i suoi occhi bellissimi.

Étienne Maurice Falconet (1716-1791), Pygmalion et Galaté (1763), marmo, Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo

In educazione è noto l’«effetto Pigmalione», così definito cinquant’anni fa da due studiosi, Rosenthal e Jacobson, che idearono un esperimento singolare: selezionarono a caso un certo numero di ragazzi di scuola elementare e dissero agli insegnanti che si trattava di alunni molto intelligenti. Dopo un anno tornarono in quella scuola e verificarono che i loro «genietti», benché scelti casualmente, avevano confermato le previsioni, migliorando notevolmente il rendimento scolastico, tanto da giocarsela in volata per essere i primi della classe. Non è necessario essere molto sagaci per capire che il trucco funziona anche al contrario: di’ al maestro, con le giuste parole, che Pierino non è un fenomeno, e facilmente il pregiudizio farà il suo corso, inevitabile e spietato.

Per restare in tema di storie, in queste ultime settimane si è letto che un gran numero di insegnanti delle scuole elementari non ne vuol sapere della «Cartella dell’allievo», uno strumento introdotto cinque anni fa, che sarà pian piano esteso a tutta la scuola dell’obbligo e che vorrebbe evidenziare «gli elementi più significativi che descrivono il processo di insegnamento/apprendimento, supportando la progettazione degli interventi didattici e favorendo allo stesso tempo il flusso di informazioni tra i docenti in un’ottica di continuità progettuale». Alcuni collegi dei docenti si sono messi di traverso, e il malumore serpeggia da Airolo a Pedrinate. Gli insegnanti mettono anzitutto l’accento sul notevole peso burocratico che comporta la tenuta regolare della cartella, «burocrazia che – scrivono i maestri di Losone – più che portare vantaggi sottrae tempo ed energie preziose che ogni docente sicuramente preferirebbe poter investire in modo utile e proficuo nell’insegnamento, nella formazione e nell’aggiornamento professionale».

Non ho lo spazio per elencare tutto quel che dovrebbe finire in quel dossier, e la lista risulterebbe noiosa. Il fatto che più sconcerta, però, è che si chiede di raccogliere un’enorme quantità di dati sensibili, dimenticando che ciò che finirebbe nella cartella non sarebbe neutro. Non c’è nulla di scientifico e inequivocabile nel riporvi elementi che «testimoniano l’evoluzione degli allievi» o i racconti «dei momenti significativi in termine di conquiste di nuove competenze». Così il tempo smisurato per tenere aggiornati migliaia di fascicoli – tempo rubato all’insegnamento – non migliorerà di un ette la qualità della scuola, con la certezza che il passaggio di informazioni da un docente all’altro moltiplicherà successi e insuccessi colpevolmente inzaccherati dal pregiudizio. Allora è meglio leggere le bellissime storie di Ovidio, senza il bisogno di rinverdire i fasti ispirati dalla vicenda di Pigmalione e della sua incantevole scultura: perché quello è il Mito, mica la realtà.

Il sogno pedagogico di un uomo di scienza

Capita, ogni tanto, che qualche amico o conoscente mi segnali articoli, libri, situazioni o documenti tratti dal web. Nel grande magma dell’informazione oggi si trova proprio di tutto.

Oggi pomeriggio mi è arrivata la segnalazione del video di una conferenza. Il titolo mi ha incuriosito, visto che il tema – o, almeno, la parola chiave, «competenze» – è famosa un po’ in tutta la Svizzera e genera non poche inquietudini: «Per una scuola delle competenze, non dei voti».

Si tratta di una conferenza di una decina di minuti, tenuta in un teatro da tale Salman Khan: mai sentito nominare. Come tutti ho dato un’occhiata alla rete e, con quel nome, ho trovato un attore indiano, una stella di Bollywood. Mica possibile.

Allora ho affinato la ricerca e ho trovato quel che cercavo: Salman Amin Khan è un educatore e imprenditore bengalese, naturalizzato statunitense. Diciamo che la voce Wikipedia in inglese è un po’ meno fuorviante rispetto alla versione italiana. Per tagliar corto, Salman Khan ha alle spalle tre titoli conseguiti al prestigioso MIT, Massachusetts Institute of Technology: due bachelor in scienze e in matematica, poi un master in ingegneria elettronica e informatica, a cui ha aggiunto un altro master a Harvard.

Ecco la presentazione del video: «Costruireste mai una casa su fondamenta lasciate a metà? Naturalmente no! Perché, allora, avanziamo a marce forzate lungo i programmi scolastici quando gli studenti non hanno ancora assimilato i concetti di base?»

Cosa racconta durante la breve conferenza quest’uomo di scienza e imprenditore dell’educazione, fondatore della Khan Academy? Prendetevi dieci minuti e guardatela, perché ne vale la pena: è chiara e accessibile, a tratti divertente.

Per un pedagogista «classico» come potrei essere io, la vera notizia non è quel che racconta, che si rifà sostanzialmente a tanti anni di storia della pedagogia: da Rousseau e Pestalozzi, per giungere a Célestin Freinet e Don Lorenzo Milani, senza scordare quel grande movimento utopistico e pacifista che è stata la Ligue Internationale pour l’Éducation Nouvelle, l’unica lega che mi sento di applaudire, quella fondata a Calais, nel 1921, da personaggi quali John Dewey, Jean Piaget, Maria Montessori, Beatrice Ensor, Adolphe Ferrière e Elisabeth Rotten.

Per contro la notizia da prima pagina è che sul pulpito c’è uno che normalmente, nelle nostre scuole medie, medio-superiori e terziarie, non muoverebbe un dito per proibire le monoclassi e le certificazioni annuali, per sopprimere i dannosi, costosi e dispendiosi livelli della scuola media e i tassi spropositati di bocciatura al liceo; perché invece  costoro stanno vigili e sornioni all’ombra delle barricate, a difendere e rafforzare tutti i bracci armati della scuola pubblica.

E invece cosa dice il nostro professore bengalese?

Per esempio che non si può continuare un percorso di apprendimento se vi sono anche delle seppur minime lacune.

«In un’arte marziale – dice – ci si esercita sulle abilità di cintura bianca fino ad assimilarle bene, e solo a quel punto si avanza e si diventa una cintura gialle. Anche gli strumenti musicali si imparano così: continuate a esercitarvi sul brano più semplice, e solo quando l’avete imparato bene passate a uno più avanzato».

Di transenna: è un principio già applicato da Freinet sessanta e più anni fa col suo sistema dei brevetti.

Aggiunge: «Tradizionalmente a scuola raggruppiamo tutti gli studenti di solito per età. Poi, durante la scuola media, li dividiamo per età e voti, e li spingiamo come pecore tutti allo stesso ritmo. Così di solito succede che, diciamo in una lezione di pre-algebra alle medie, dove si insegnano gli esponenti, l’insegnante fa una lezione sugli esponenti. Poi andiamo a casa e facciamo un po’ di compiti. Il mattino dopo correggiamo i compiti. Poi un’altra lezione, compiti, lezione, compiti. Questo continua per circa due o tre settimane, e infine c’è un test. In quella verifica, magari io prendo un 75%, tu forse il 90% e lui il 95%. E anche se il test ha rivelato alcune nostre lacune – io non avevo un quarto del programma, e c’era un 5% che anche lo studente migliore non sapeva – l’intera classe passerà all’argomento successivo, probabilmente più avanzato, che prevede cioè la conoscenza delle lacune. Potrebbero essere i logaritmi o gli esponenti negativi. Il processo continua e subito emerge l’assurdità della situazione».

Chi mi ha segnalato questo filmato ha chiosato: «Sant’Iddio, quanto vero è ciò che afferma e propugna questo docente indiano: tutti possono farcela a capire e ad appropriarsi della conoscenza e, quindi, della cultura». Ma, sostiene lui, dobbiamo cambiare a fondo il nostro modo di insegnare!

Ma toh!?

Io aggiungerei: la scuola dello Stato – dai politici agli insegnanti, dai funzionari ai direttori, dagli studenti ai genitori – deve smetterla di essere indifferente alle differenze, deve rispettare la storia e il profilo culturale e cognitivo di ognuno, deve continuare a garantire le pari opportunità in entrata, ma poi deve battersi affinché vi sia concretamente l’opportunità di raggiungere risultati elevati per ognuno all’uscita dalla scuola dell’obbligo.

Per finire, ecco il sogno e l’auspicio del professor Khan, l’attualizzazione di aspirazioni pedagogiche centenarie e mai realizzate, quelle di una pedagogia che dovrebbe far rima con democrazia e benessere e, stavolta sì!, con delle pari opportunità che non restino fermi ai blocchi di partenza.

Non sarebbe solo ‘una gran bella cosa’. Penso che sia un imperativo sociale. Stiamo uscendo da quella che chiamereste l’era industriale e stiamo entrando nella rivoluzione dell’informazione. È chiaro che sta succedendo qualcosa.

La società industriale era piramidale. Alla base della piramide serviva lavoro umano. In mezzo alla piramide c’era l’elaborazione dell’informazione, ossia una classe di burocrati, e in cima alla piramide c’erano i proprietari del capitale, vale a dire gli imprenditori e la classe intellettuale, creativa.

Ma sappiamo cosa sta già succedendo, entrando nella rivoluzione informatica. Il fondo di questa piramide, l’automazione, sta decollando. È l’elaborazione dell’informazione, è la specialità del computer. Come società dobbiamo chiederci: tutta questa produttività sta avvenendo grazie alla tecnologia, ma chi vi partecipa? Sarà solo la cima della piramide? In tal caso, cosa faranno gli altri? Che ruolo avranno?

Oppure facciamo qualcosa di più ambizioso? Cerchiamo cioè di invertire la piramide, con una grande classe creativa, dove quasi tutti possono partecipare come imprenditori, artisti, ricercatori.

Non penso che sia utopistico. Credo che in realtà sia tutto basato sull’idea che se lasciamo attingere al loro potenziale padroneggiando i concetti, riuscendo a gestire in autonomia la propria formazione, le persone possono farcela. Pensateci: da cittadini del mondo è veramente esaltante. Pensate al genere di equità che potremmo avere, e a che passo la civiltà potrebbe progredire.

Quindi sono molto ottimista. Penso che sarà un periodo molto esaltante in cui vivere.

Anch’io, a dirla tutta. Con dei lunghi momenti di grande sconforto.

Il muro contro muro non serve a costruire la nuova scuola

«La scuola che verrà», onirico progetto del ministro dell’educazione Manuele Bertoli, ha dato la stura a un dibattito che, in realtà, si gioca per lo più tra partiti, sindacati e lobby tra le più varie e cangianti: tutta gente che, normalmente, se le dà di santa ragione. È un’idea giunta quasi come una strenna natalizia negli ultimi scorci del 2014, a pochi mesi dal rinnovo dei poteri cantonali. In questo progetto ci sono delle idee forti e di grande tensione etica, che avrebbero rallegrato Stefano Franscini. Se pensiamo ai tempi spropositati della politica, è però da ingenui credere che una riforma profonda e incisiva come questa possa realizzarsi in un batter d’occhio: basti riandare all’istituzione della scuola media, approvata dal parlamento dopo anni di tira e molla – e che, ancor oggi, aspetta una realizzazione concreta dei suoi obiettivi più alti – o ad altre leggi importanti, ratificate dopo trafile infinite. Fatto sta che «La scuola che verrà», che tanti citano e criticano, a volte senza conoscerne sul serio i propositi, ha persino messo in ombra altri dogmi, sui quali siamo andati alle urne di recente. Bisogna però essere un po’ creduloni per ritenere, senza rossore alcuno, che sia possibile stravolgere le certezze di una scuola assai conservatrice col semplice atto di dichiarare un progetto innovatore: perché un gran numero di insegnanti e di operatori scolastici è progressista finché non dà i voti.

Così oggi siamo al litigio, un litigio che, in definitiva, rinnoverà l’ingessatura della scuola per i prossimi decenni: è un rimprovero di cui gli attuali vertici del DECS dovranno farsi carico. La Destra, frattanto, ha messo le sue carte in tavola, riesumando le solite tesi a favore della concorrenza tra istituti scolastici e una competitività spinta tra gli studenti, come se non fossero sotto gli occhi di tutti gli sconquassi prodotti dalle recenti liberalizzazioni, che hanno toccato, tanto per rammentare le principali rivoluzioni, poste, comunicazioni, ferrovie, energia: si dice che il mercato mette tutto a posto. Sarà. Io, per intanto, non me ne sono accorto.

Per tornare alla nostra scuola, c’è di peggio. I partiti storici, in testa il partito liberale radicale, si sono arroccati su posizioni di conservazione che sono incompatibili con la loro storia: una Storia fondamentale per questo cantone. In tutta sincerità sono sconcertato, e non sono l’unico. Si accusa il progetto di Bertoli di essere ideologico, quasi che fondare e condurre una scuola pubblica e obbligatoria, com’è stato fatto dall’800 in qua, sia una scelta neutra: istituire la scuola obbligatoria, contro il sentire dei contadini di quel tempo, è stata una scelta apolitica? Non è ideologica la decisione di far sì che «In ogni Comune vi sarà una Scuola, ove s’insegnerà almeno leggere, e scrivere, ed i principj di aritmetica»? Sottrarre l’educazione e l’istruzione ai preti, che avevano capito tutto, non fu una mossa politica? Non ci siamo. La costruzione del consenso per una scuola nuova e moderna non si ottiene con il muro contro muro, l’uno, almeno apparentemente, troppo naïf, l’altro manifestamente volto alla salvaguardia di un modello ormai datato. Chi ha fondato la scuola pubblica deve avere la capacità e la volontà di cambiarla, mantenendone le finalità fondatrici. Ma una soluzione moderna non sta nella conservazione a oltranza di una scuola che si riproduce sempre uguale a sé stessa, mentre là fuori il mondo se ne va per i fatti suoi.