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Un atto di fede, tra scienza, religione e stregoneria

Si sa che sulla statistica circolano tante battute. Mark Twain affermava che Ci sono tre tipi di bugie: le piccole, le grandi e le statistiche. Poi c’è quella di Winston Churchill: Le sole statistiche di cui ci possiamo fidare sono quelle che noi abbiamo falsificato. E ancora: Le statistiche – secondo una definizione attribuita almeno a tre autori – sono come i bikini: si crede che mostrino tutto, ma nei fatti nascondono l’essenziale.

Queste sfuggenti e beffarde “definizioni” mi sono venute in mente mentre scorrevo avanti e indietro due quaderni di ricerca pubblicati qualche mese fa dal CIRSE, che si occupa di innovazione e ricerca sui sistemi educativi, un importante centro di competenze del Dipartimento formazione e apprendimento della SUPSI.

Il quotidiano laRegione ha pubblicato il 14 giugno un articolo che ha attirato la mia attenzione, non fosse che si stagliava al centro della prima pagina: Prove cantonali, gli allievi più bravi sono socioeconomicamente avvantaggiati – L’origine conta.

To’, mi sono detto, questa scoperta proprio non me l’aspettavo. E a pagina 4 ecco l’articolo.

Bisogna convenire che l’articolo, in sé, non aggiunge nulla a ciò che sanno più o meno anche i paracarri protagonisti di un popolare modo di dire. Volendo si può leggere l’articolo scaricandone qui il testo completo: senza aspettarsi chissà quale rivelazione.

Dato che si tratta di uno studio basato sui risultati di un numero molto significativo di allievi – 3’000 di III per la prova di italiano, altrettanti di V per la prova di matematica – mi sono procurato i due rapporti:

Più che le variabili che influenzano il successo o l’insuccesso, mi ponevo qualche domanda più prosaica, cose semplici del tipo Qual è il grado di competenza in italiano in 3ª e in matematica in 5ª? Quali sono gli obiettivi specifici che risultano più ardui di altri? Insomma, cose così, domande semplici, da non addetto ai lavori, che possono semmai tramutarsi in ipotesi da addetto ai lavori.

Invece mi si chiede un atto di fede.

Dovrei dar credito a qualche dichiarazione riportata dal quotidiano bellinzonese. Ad esempio che per aver successo nelle nostre scuole conviene essere «Di nazionalità svizzera, madrelingua italiana e famiglia benestante». Oppure che «I risultati delle prove cantonali ci dicono che non siamo ancora al top». Poco più.

Così uno si dice, un po’ sommessamente: è tutto lì il famoso investimento nella scuola, un mantra che sentiamo come alibi per ogni contenzioso, solitamente più sindacale che di merito?

[Detto pr inciso: queste due ricerchine dicono che il numero di allievi per classe non influenza i risultati e che le pluriclassi, per male che vada, sono migliori delle tanto agognate monoclassi].

Volendo alzarmi un po’ di livello, devo prendere per buona qualche tabella un poco enigmatica. Per dire: a pagina 11 del quaderno sulle prove di italiano leggo che, in generale, l’italiano è misurato con un valore medio di 55.42, su una scala da 0 a 100. Nelle diverse “dimensioni” – la scala è sempre quella lì – abbiamo 58.48 per il lessico, 57.29 per l’ortografia fonologica, 57.36 per l’ortografia morfologica e 45.09 per la punteggiatura ortografica. Allora mi dico: se la scala mi dà l’imbeccata verso una lettura per percentuali, c’è poco da stare allegri, se neanche una “dimensione” arriva almeno al 60%, anche se le cifre dopo la virgola fanno molto “scienza”.

Ma i ricercatori del CIRSE mi bacchettano subito: Tutti i punteggi sono stati normalizzati in modo da assumere valori compresi tra 0 e 100. I punteggi non equivalgono però a percentuali corrispondenti al numero di esercizi svolti correttamente: ottenere 50 in un certo settore non significa infatti aver svolto correttamente il 50% degli item di quel settore.

Chiaro? No, questo è certo. Qualcuno è in grado di spiegarmi l’arcano? Cioè: che significa, anche solo all’incirca, che gli allievi di 3ª hanno raggiunto gli obiettivi dei programmi per un valore di 55.42?

55.42 cosa? È tanto, è poco o prendiamola così e accontentiamoci, senza far domande cretine?

Se poi mi do la pena di leggere, interpretare (a modo mio, ovvio) e capire le correlazioni con alcune variabili indipendenti del campione di popolazione – quali il sesso di allievi e insegnanti (loro lo chiamano gender, per chiarezza e politically correctness), la nota di condotta, il colletto blu o bianco dei genitori (tutt’e due?), tanto per citare qualche “novità” originale – allora me ne vengono in mente altre, che secondo me potrebbero rivelare qualche esclusione in più, da considerare nei dovuti modi.

Per dare qualche idea, non troppo a caso:

  • quanti genitori vivono là dove vive e cresce l’allievo, provenienti da dove, che fanno cosa e con quale ruolo gerarchico;
  • quanti fratelli e fratellastri, sorelle e sorellastre, vivono in quel nucleo;
  • quanti parenti e amici intimi vivono nel raggio di dieci chilometri;
  • quali allievi frequentano la mensa, il doposcuola e le colonie durante le chiusure scolastiche (e perché);
  • quali sono gli orari di lavoro di chi, a casa, si occupa dei figli;
  • chi prepara la colazione, il pranzo, la cena, e decide l’ora di andare a letto e di spegnere gli schermi;
  • quanti televisori, computer, tablet, cellulari sono a disposizione, e sotto il controllo di chi;
  • caratteristiche socio-economiche e socio-culturali non solo dei singoli allievi, ma anche delle comunità in cui gli istituti scolastici sono inseriti;
  • età, anzianità di servizio e itinerario formativo degli insegnanti (magistrale seminariale, post-liceale, ASP, DFA, ASP grigionese), e quanti anni di insegnamento hanno alle spalle;
  • numero di settimane di presenza del docente titolare durante l’anno scolastico;

Il mio agnosticismo, per fortuna, non è confinato negli angusti e consueti territori delle religioni.

In questo caso avrei salutato con grande piacere un qualche allegato, magari solo online, per capire, obiettivo dopo obiettivo e dimensione dopo dimensione, come erano costruite e presentate, anche graficamente, le prove somministrate agli allievi, cosa volevano concretamente analizzare, chi e quando le ha somministrate, e quanto era il tempo a disposizione di ogni allievo – compresi stranieri, alloglotti e indigenti.

Mi sarebbe anche piaciuto sapere con precisione come è stata valutata/misurata ogni risposta: cioè cos’era considerato corretto, sbagliato, sfumato…

E, volendo pretendere la luna, quali conoscenze/competenze non erano state misurate e perché.

Insomma: parrebbe obbligatorio attenersi alle sacre scritture e fidarsi delle interpretazioni che ne dànno i sommi sacerdoti.

Non so voi, ma io dissento: perché “ricerche” siffatte non servono a niente, non sono un buon investimento per il futuro dei nostri figli e della nostra società.

Il Ticino sarà presto «Le meilleur des mondes possibles»

Habemus liberaliter educatus civis! Mi si passi il latino certamente maccheronico, ma il momento è solenne. Lunedì 30 maggio dell’Anno Domini 2017 il Gran consiglio ticinese, dopo solo quattro anni di disquisizioni serrate e di approfondimenti multi-disciplinari, ha dato il suo placet all’edificazione di una nuova disciplina scolastica: l’Educazione Civica.

Gaudemus: alea iacta est.

Forse.

Ha scritto il Corriere del Ticino del giorno seguente: La civica promossa a scuola. Accolto il compromesso sull’iniziativa «Educhiamo i giovani alla cittadinanza» – Gran Consiglio favorevole a larga maggioranza – L’incognita del voto popolare.

In futuro all’insegnamento della civica dovrà essere riservata più attenzione. È quanto ha deciso ieri il Gran Consiglio, accogliendo a larga maggioranza il compromesso sull’iniziativa popolare «Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)». A 4 anni dalla riuscita della raccolta delle firme, il Parlamento si è dunque detto favorevole a un rafforzamento della disciplina sia alle scuole medie sia nei percorsi del post obbligatorio. Nel primo caso è prevista una materia a sé stante con nota, insegnata per 2 ore mensili. Nelle scuole del medio-superiore la civica rappresenterà per contro un modulo all’interno di un’altra materia. Resta ora l’incognita della chiamata alle urne, che si renderebbe necessaria se i promotori – che hanno condiviso il testo conforme approdato in aula – non dovessero ritirare l’iniziativa. Una decisione in tal senso verrà presa nei prossimi giorni.

Sull’incognita del voto popolare La Regione ha già estratto il cartellino giallo, e l’ha messo sotto il naso di qualche velleitario narciso: «E adesso che non si tiri troppo la corda…» (io avrei messo un punto esclamativo, ma transeat). Sotto il monito, ecco il pistolotto didattico, a firma SCA/A.MA.:

Il compromesso è alla base del sistema politico svizzero. Qualsiasi decisione matura collettivamente, chiamando i singoli a sacrificare interessi particolari, in nome del cosiddetto Bene Comune, fatto di risultati concertati, calibrati, sostanzialmente condivisi. Altrimenti c’è il rischio che anni di lavoro vadano in fumo a colpi di bocciature popolari. Così la democrazia semidiretta “sorveglia” il sistema, dai ‘sette saggi’ di Berna in giù.

Ci si perdoni la premessa, ma paradossalmente ci sembra che al Comitato promotore dell’iniziativa “Educhiamo i giovani alla cittadinanza” serva una rinfrescata di… civica. Mal si comprende, altrimenti, la suspense che ancora ieri aleggiava attorno alla decisione del Gran Consiglio. Perché il parlamento, accettando il testo conforme elaborato dalla Commissione scolastica, ha trascritto in legge quanto chiesto dall’iniziativa (introduzione di una nuova materia con nota e dotazione oraria minima), riuscendo nell’ardito compito di rendere la modifica il “male minore” anche per chi poteva seriamente insorgere (leggi associazioni magistrali). Risultato: testo conforme con l’accordo di tutte le parti. Vero è che la prudenza non è mai troppa, e che gli illustri precedenti insegnano (nel 2000 ci avevano già provato i giovani liberali con un’iniziativa popolare che chiedeva il rafforzamento della civica, solo parzialmente tradotta in pratica). Bisogna però anche saper riconoscere quando si è riusciti a ottenere il massimo, come nel caso della decisione del parlamento di ieri. Altrimenti finisce che a furia di tirarla, la corda si spezza. E il compromesso salta.

Dai, adesso godiamoci il momento e immaginiamoci come sarà la nostra piccola grande Repubblica fra qualche anno, quando la nuova disciplina sarà entrata in azione (con lo spazio, mica tutto attaccato, come capita ogni tanto).

Voltaire (1694-1778)

Due repliche postume

Chi mi conosce sa bene che, se fossi stato un parlamentare della Repubblica, avrei votato assieme a quello sparuto gruppo di parlamentari, sinora ignoti e un po’ idealisti, che ha espresso il suo parere contrario. Dopo il mio articolo sul Corriere del Ticino del 16 maggio (A che serve una nuova materia come l’educazione civica?), mi sono giunti due pareri dissenzienti. Il primo da parte dell’amico e collega Franco Celio, che in Parlamento ha sostenuto il rapporto della Scolastica a nome della maggioranza dei liberali-radicali. Mi ha scritto:

Caro Adolfo, cerco di rispondere a una tua domanda: “Perché nessuno ha detto che questa impostazione (dell’insegnamento della civica) non serve a un fico secco”? Mia risposta: perché non è vero. Credo infatti che un’informazione sulle istituzioni, pur se molto limitata, a qualcosa serva! Del resto, è questo uno dei compiti precipui della scuola pubblica – compito “trasversale” alle varie materie (…) – fin dai tempi del Franscini! E coloro che hanno firmato l’iniziativa (come già la precedente) per “civica” intendevano sicuramente la conoscenza delle istituzioni, affinché non si confondano ad esempio Consiglio di Stato e Consiglio degli Stati, o votazioni ed elezioni, o costituzione e leggi, iniziative e petizioni, eccetera! Il senso civico cui accenni (ad esempio il non “fregare” il fisco) è qualcosa di più complesso, e credo che nessuno si illuda che la scuola possa fare qualcosa per “insegnarlo”, quando molte cose spingono in direzione opposta…

Non me ne vorrà l’amico Franco se, alla sua legittima reazione, faccio seguire la mia breve e informale replica:

1) la nuova materia che è proposta si chiama «Educazione civica, alla cittadinanza e alla democrazia diretta», ed è dunque ben altro rispetto a quel che dici tu.

2) È probabile che l’iniziativa abbia in mente quel che sostieni. Allora, però, evitiamo di scomodare la citoyenneté e la democrazia, che sono cose decisamente diverse: che suona come una bella presa per i fondelli (in realtà l’espressione che avevo usato nell’immediatezza dell’e-mail era un’altra).

3) Davvero siamo convinti che serva una nuova disciplina, che i ticinesi della nostra età potrebbero chiamare “Almanacco Pestalozzi” o “Mentor Campari”? Non voglio essere irriverente, ma siamo un po’ da quelle parti. Possibile che i docenti (ad esempio di storia: ma non è automatico) non siano in grado di far passare quelle quattro nozioni? Tra l’altro: io e te, come le abbiamo apprese?

4) Direi, infine, che se vogliamo sul serio occuparci di democrazia e di cittadinanza la vera battaglia è un’altra, che passa dal potenziamento delle ore di storia (molto più del contrario cui ci costringerà la nuova “disciplina”), a cui aggiungerei obbligatoriamente filosofia e arte della speculazione intellettuale (“materia” multi-disciplinare, con la partecipazione di tutte le discipline umanistiche e di quelle seriamente scientifiche, come la matematica, la biologia e la fisica).

Bisognerà tagliare qualcosa? Certo. Saprei cosa proporre, per impopolare che sia.

Alberto Siccardi, invece, ha pubblicato una sua opinione sul Corriere del 24 maggio: La civica è garanzia di libertà e dignità. L’imprenditore e vicepresidente di Area Liberale ha scritto: «A cosa serve una nuova materia come la civica? Sono lieto di rispondere a questa domanda del signor Adolfo Tomasini, certo che lui non sarà d’accordo con me, ma lieto di dare il mio modesto parere su un argomento, l’insegnamento della civica, che ha caratterizzato la frenetica attività degli ultimi quattro anni miei e di molte persone in Ticino».

E invece no. Sono assolutamente d’accordo con lui su tutta la linea, salvo che sulla soluzione proposta. Non ho mai negato l’esistenza di una grave deficienza civica, non solo tra i giovani e i giovanissimi. Ma continuo a credere che la nuova disciplina scolastica, in griglia oraria e con voto sulla pagella, non servirà a un fico secco. Si veda la risposta informale al collega Franco Celio, o si (ri)leggano in miei tanti contributi su questo tema.

Quindi, incurante degli anatemi lanciati dal quotidiano La Regione, mi auguro che si vada al voto popolare. Continuo a credere che la proposta dell’iniziativa non può raggiungere l’obiettivo a cui tende. Forse un dibattito serio in vista del voto potrà mettere a fuoco l’unica soluzione reale, che sta nell’applicazione coerente dell’art. 2 della Legge della scuola, quello che ne definisce le finalità. La via è quella di un potenziamento delle discipline umanistiche nella scuola – matematica e fisica comprese, per intenderci – e non in una confortevole e inutile nuova disciplina da due ore al mese.

A che serve una nuova materia come l’educazione civica?

A fine aprile, dopo un profluvio di tira e molla, sembrava ormai guerra aperta tra i promotori dell’iniziativa «Educhiamo i giovani alla cittadinanza» e la commissione scolastica del Gran consiglio. Quando pareva che si fosse giunti al solito compromesso, il primo firmatario dell’iniziativa aveva risposto picche, bocciando la proposta della Scolastica, colpevole di raccontare un sacco di fandonie e di non rispettare i patti così faticosamente raggiunti. «Sulla civica si andrà al voto», aveva sintetizzato questo giornale. Nei giorni successivi, invece, si è avuto il sentore che ci potrebbe essere spazio per un accordo: staremo a vedere.

Il problema resta però reale e palpabile: c’è nel paese una deficienza di senso civico, non solo tra i giovani. La proposta è l’introduzione di una nuova materia, l’«Educazione civica, alla cittadinanza e alla democrazia diretta», insegnata per almeno due ore al mese e con l’immancabile nota sul libretto. Più volte mi sono dedicato al tema, già prima di questa raccolta di firme. La civica è una competenza complessa, che non si assimila attraverso un corso, con tanto di esami al seguito, nella convinzione che solo questo dispositivo sia in grado di far sudare le proverbiali sette camice agli studenti, ritenuti, con un pregiudizio di comodo, degli scansafatiche che si dànno da fare solo in cambio di un tornaconto immediato, come seguaci maldestri di un qualsiasi finanziere globalizzato. Già questa tesi la dice lunga sull’idea di cittadino garbato, consapevole e attivo. Ma c’è un’altra contraddizione evidente, che caratterizza chi è contrario alla proposta della nuova disciplina scolastica: perché nessuno, fino a oggi, ha detto chiaro e tondo che un corso siffatto non serve a un fico secco?

Pensiamoci bene: siamo sicuri che le finalità della scuola non mirino proprio al traguardo di educare cittadini che conoscono i loro diritti e i loro doveri, cioè che siano civicamente educati? Non c’è lo spazio per riportare il testo completo dell’articolo di legge, ma già il primo paragrafo, nella sua complessità, è di una chiarezza disarmante: «La scuola promuove, in collaborazione con la famiglia e con le altre istituzioni educative, lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà». In questa quarantina di parole c’è tutto: si vogliono educare cittadini che non evadono il fisco, che si interessano della cosa pubblica, che hanno i mezzi culturali per crearsi un’opinione autonoma, che praticano instancabilmente l’arte del dubbio, alla ricerca di risposte esaurienti e mai definitive. E ancora: che si appassionano alle arti, alla filosofia e alla storia, che padroneggiano la propria lingua, che sanno evitare le ‘verità dogmatiche’, che conoscono la differenza tra tollerare – verbo infido – e accogliere.

Una volta la scuola dello Stato era consapevole che il compito doveva essere svolto con la famiglia e con altre istituzioni educative. Oggi non si sa, sembra essersene dimenticata. Diego Erba, per tanti anni direttore della Divisione della scuola del DECS, ricordava in un suo articolo che «la democrazia s’impara soprattutto praticandola in famiglia, negli istituti scolastici e quindi nella società». Inventare una nuova disciplina scolastica e obbligatoria, che si affiancherebbe alle finalità della Scuola, è una goffaggine del tutto inutile: anche se, ormai, siamo abituati a tutto.

Vietare non serve a nulla, ma è un bell’alibi quando l’adulto non sa più che pesci pigliare

Il portale TicinoLibero ha dato notizia che tre parlamentari – il popolare democratico Giorgio Fonio, il socialista Henrik Bang e la liberale Maristella Polli – hanno presentato un’interrogazione per chiedere di proibire i cellulari a scuola, mirando ad arginare il fenomeno bullismo.

Scrivono che «Sui telefonini l’assedio si moltiplica per dieci, per cento, per mille. Chi è finito nel mirino ha l’impressione che non ci sia nulla da fare, che sia impossibile difendersi. Nasce un senso di solitudine e di impotenza. La vergogna spesso conduce al silenzio: non si osa parlarne ai genitori, ai docenti. Il ragazzino, l’adolescente, si deprime. Se la cosa si prolunga nel tempo, possono comparire idee suicidarie e in qualche caso la vicenda finisce in tragedia».

La proposta non è una novità assoluta. Già sul finire del 2006 un altro parlamentare liberale, all’epoca pure insegnante di scuola media, aveva chiesto al Consiglio di Stato se non fosse «finalmente intenzionato a proibire totalmente l’uso del telefonino in tutte le scuole obbligatorie del Cantone». Avevo commentato la notizia sul Corriere de Ticino del 12 gennaio 2007: Telefonini a scuola: educare o reprimere?

La mia opinione, oggi che sono passati dieci anni, non è per nulla cambiata, anche se di miglioramenti concreti non se ne sono visti, malgrado la drammaticità di tanti esiti.

A scuola, come in famiglia, certi divieti sono il chiaro segnale di adulti che non sanno più che pesci pigliare: ma i docenti sono professionisti formati e pagati per fare scelte educative  attendibili, a differenza dei genitori. Oso credere che la sparata dei tre parlamentari sia una sorta di sasso nello stagno, per svegliare chi non dovrebbe proprio dormire.

Insomma: e se la scuola ricominciasse a educare e a far cultura, smettendo di essere al traino dell’economia globalizzata? Se la piantasse di essere schiava di una selezione controproducente, iniqua e costosa, e tentasse invece di puntare alle vere finalità della scuola pubblica e obbligatoria?

“Imparare” la cittadinanza non è come mandare a memoria una filastrocca

Comincio con un prologo, a mo’ di cronaca:

  • giusto quattro anni fa un comitato presieduto dall’imprenditore Alberto Siccardi aveva lanciato un’iniziativa popolare legislativa generica denominata «Educhiamo i giovani alla cittadinanza (diritti e doveri)», che in poco tempo aveva raccolto più di 10 mila firme.
  • L’obiettivo principale dell’iniziativa è l’introduzione nelle scuole medie, medie superiori e professionali di una nuova materia di insegnamento denominata «Educazione Civica, alla Cittadinanza e alla Democrazia Diretta» [la maiuscole appartengono dalla dicitura originale] che abbia un proprio testo e un proprio voto separati; tale materia dovrà essere obbligatoria e dovrà essere insegnata per almeno due ore al mese; onde evitare un aumento delle ore totali di insegnamento, e relativi costi, si propone di ricavare il tempo necessario dalle ore di storia.
  • Dopo di che era iniziato il tiramolla tra i promotori, il dipartimento dell’Educazione e il Parlamento.
  • Nei primi mesi di questo 2017 sembrava che si fosse riusciti a trovare il rinomato onorevole compromesso tra i proponenti e la Commissione scolastica del Gran Consiglio. Invece il 18 aprile scorso il primo firmatario dell’iniziativa ha inviato una lunga lettera alla Commissione parlamentare, dove in sostanza si distanzia dall’accordo, che pareva raggiunto, e si mette di traverso: non ci sto.

Non voglio tirarla per le lunghe: chi non ha seguito la disputa che ne è immediatamente scaturita, può farsene un’idea con:

Da quando è iniziata la recita introdotta dall’iniziativa di Siccardi e compagni, non ho letto o sentito un parere, anche solo generico, che invitasse a riflettere sulla concreta utilità della proposta. La gran parte – forse è un eufemismo, ma voglio essere prudente – di chi si è adoperato per cercare un punto d’incontro tra il Parlamento e i promotori dell’iniziativa ha per lo più evocato questioni di costi, di carico eccessivo delle griglie orarie, di equilibrio tra discipline, di peso scolastico per gli studenti, di leggi e norme che limiterebbero l’attuazione delle proposte dei diecimila che hanno seguito Siccardi e il suo comitato policromo.

Ma non ho sentito nessuno dire che le soluzioni prospettate dall’iniziativa per affrontare di petto un problema che è reale – quello di una certa deficienza civica, che peraltro non appartiene solo alle giovani generazioni – sono velleitarie e ignoranti – ignoranti nel senso che ignorano come funziona l’apprendimento di una competenza complessa e mai definitiva come l’educazione alla cittadinanza.

Un breve testo pubblicato su La Regione del 22 aprile (nella rubrica del sabato ALTI-BASSI, che per questa settimana “abbassa” Siccardi) dà per scontato il succo della proposta: Prendete l’insegnamento della Civica a scuola. Chi oserebbe dire che non serve?

Chi oserebbe dire che non serve? Io, ad esempio: da diversi anni sostengo che, di per sé, un corso articolato di educazione civica non serve a un fico secco. In questo sito mi sono occupato più volte, direttamente o meno, di educazione alla cittadinanza e alla democrazia (questo link rimanda a tutti quei miei scritti con il tag «Educazione civica»; e in calce si trova un elenco, in ordine di pubblicazione, di alcuni articoli dedicati espressamente alla questione). In un articolo apparso diversi anni fa su La Regione (purtroppo ho perso la bibliografia precisa), Diego Erba, a quel tempo direttore della Divisione della scuola del DECS, ricordava che “la democrazia s’impara soprattutto praticandola in famiglia, negli istituti scolastici e quindi nella società”. E, se lo si legge bene, l’articolo 2 della Legge della scuola, dedicato alle Finalità, è di per sé un’articolata definizione di educazione alla cittadinanza e alla democrazia, tanto che il volerle accostare una nuova disciplina, con tanto di nota sul libretto, sembra un ossimoro istituzionale e pedagogico.

Per diventare un cittadino consapevole e attivo di questo paese, in questo continente e in questo contesto culturale ci vuol altro che quattro nozioni in croce, per lo più centrate su precetti moralisti di certa democrazia di maniera: perché un conto è pagare le imposte e un altro evadere il fisco; un conto è tollerare – verbo infido – e un altro accogliere; e ancora: interessarsi della cosa pubblica, cercare sempre un’opinione indipendente, praticare instancabilmente il pensiero socratico, appassionarsi alle arti, alla filosofia e alla storia, padroneggiare la propria lingua e il proprio pensiero, evitare come la peste le verità dogmatiche.

Essere un cittadino democratico significa conquistare idealmente quel che c’è nel motto di Piero Gobetti: «Che ho a che fare io con gli schiavi?» Per arrivarci non ci sono scorciatoie, non servono i sotterfugi. Occorre invece l’impegno costante di tutto il sistema formativo, con la scuola nel ruolo di protagonista affidabile, affascinante, sensibile, rigorosa e tenace.

A ’sto punto, però, mi schiero anch’io con la volontà di Siccardi, così sintetizzata dal Corriere del Ticino del 22 aprile: «Sulla civica si andrà al voto». Forza. Così, durante la campagna in vista della votazione, vedremo se si riuscirà a (ri)scoprire una terza via, alla larga da quel determinismo didattico, secondo cui si può insegnare il senso dello Stato come se si trattasse di mandare a memoria le caselline, e, nel contempo, lasciando perdere le ragioni-alibi tipiche di chi ha solo un vago sentore di ciò di cui sta dibattendo, e s’attacca ai costi, ai codicilli e a qualche altra amenità.


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